Muy linda

(Testi e Poesie 2004)

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Quando nasce un dialogo

Sembra giocare, e divertirsi con la fantasia il nostro amico Robin mentre ci porta con lui - nei suoi brevi voli pindarici - tra stelle - dove evidentemente è la sua casa - e spazi siderali, nel silenzio… quegli spazi e quel silenzio dove la parola - nella sua primigenia freschezza - suscita ancora stupore, desiderio, passione.
E quasi senza rendercene conto ci ritroviamo a camminare tra i sogni che quelle stesse parole suscitano, tra le emozioni di giovinezza che ritenevamo ormai morte, perdute. E ancora - nel suo linguaggio così gentile - Robin ci parla anche di codici misteriosi - ma ugualmente comprensibili da tutti - che renderebbero possibile una qualche forma evoluta di comunicazione, liberandoci per sempre dalle pastoie di un testo pensato, scritto e poi condiviso attraverso la lettura. Un sogno incredibile questo, davvero!, e affascinante.

Ma ciò che più conta, ciò che veramente importa, non è tanto il mezzo usato - un testo, o qualunque altra forma di condivisione del pensiero in un futuro tutto ancora da inventare; quello che più conta, dicevo, è che lo scopo supremo di ogni comunicazione venga, alla fine, raggiunto: con la nascita, cioè, di un dialogo.


Poco prima dell'alba

Che strana sensazione quella di sedere davanti a un monitor sapendo, in anticipo, che tutto ciò che si sta scrivendo – ogni pensiero, ogni più intima e delicata emozione – domani sarà lì, nel web, indifeso e fragile, alla mercè di chiunque sia un tantino curioso per fermarsi quanto basta per dare un'occhiata, per fissare lo sguardo in quei moti dell'animo che più ci caratterizzano e che ci rendono così unici, così diversi da ogni altro… e così interessanti.

Fregio

Non so chi o cosa mi abbia svegliato stamane; forse lo sferragliare di un treno che percepisco in lontananza o il rumore che, subito dopo, avverto provenire dalla strada: è giorno di raccolta della carta. Giornali e riviste, immagini e parole che non ci è parso utile conservare, fiumi d'inchiostro di un tempo ormai passato, di un tempo che ha già detto tutto ciò che doveva dire. La stessa fine che toccherà, forse, a questo foglio sul quale ora scrivo…

Ma è ancora troppo presto; resta una buona mezzora per godermi il calduccio delle coperte, prima di alzarmi e di affrontare una nuova giornata. Sono quasi felice.
Ricordo che da piccolo posizionavo la sveglia in modo tale da assaporare proprio quei dolci momenti che solo un risveglio graduale sa donare: quegli attimi dove la coscienza rivendica i propri diritti, quegli attimi che non ho mai permesso a nessuno di rubarmi.
Ma quello che a volte succede stamattina è successo: mi sono riaddormentato. Mezzoretta di sonno o, meglio, di quel dormiveglia dove la coscienza fluttua in un limbo popolato di sogni, di quei sogni cha lasciano tracce profonde… profonde proprio perché si ricordano. Al risveglio, infatti, l'esperienza onirica risulta essere così vicina, e così tangibile, che ti sembra ancora di fluttuare – impotente e incredulo – tra le sue spire. Perché non sempre sono bei sogni quelli che facciamo!
Quello che vediamo ogni giorno in tv, o che ascoltiamo per radio, ci conferma quanto sia grande la capacità di adattamento dell'essere umano, e quanto grande sia – nonostante le avversità – il suo desiderio di una vita normale, di una vita da vivere, di una vita che sia degna. Ma se questo succede nello stato di veglia, non sempre è così quando si sogna. Mentre si sta sognando ogni difesa sembra sparire e, con essa, quelle armature che abbiamo imparato così bene a indossare per salvaguardarci, per preservare quel po' di serenità che ci permette di guardare avanti con fiducia senza perdere mai la speranza. Ma nei sogni, ahimé, ritorniamo a essere ancora soli con noi stessi, ritorniamo a essere piccoli e indifesi, talora irrazionali come fanciulli, riscoprendo di essere bisognosi di protezione, bisognosi di sicurezze.

Ora però, ora che sono del tutto sveglio, le paure provate un attimo prima – così vere, così reali, così dolorose – sembrano essersi del tutto dileguate. E poco importa se lì fuori uno spesso muro di nebbia – che metaforicamente assomiglia fin troppo a quell'angoscia che fino a un attimo fa mi afferrava stretto senza voler dar segno di lasciarmi – impedisce quasi al sole di sorgere; non importa davvero!… un sorriso ormai è spuntato.


Nell'attesa

Eccomi qui, in ambulatorio, in un momento di calma. C'è silenzio, un silenzio che la ventola del pc non fa che evidenziare ed accentuare.
Fuori, un cielo variegato da una miriade di colori che vanno dal rosso acceso al giallo-arancio; più lontano, invece, nuvole grigie cariche di pioggia avanzano minacciose, come se volessero rubare spazio a questo sole nascente. Fa freddo. Sulla strada poche auto e qualche frettoloso passante; e nessun bambino.

A parte questo cielo d'inverno, così puro – e così limpido – quando ha la bontà di mostrarci il suo volto, ho un desiderio immenso di nuovi spazi e di nuovi colori, un desiderio di nuovi profumi e di nuovi odori; un desiderio di magia!
Ma quanto... quanto dovrò aspettare ancora?


L'uomo alla finestra

Pomeriggio inoltrato. Nevica ormai da qualche ora… e il paesaggio ne è come trasformato. Sulla via qualche donna anziana si rabbercia la fronte come può usando, come copricapo, quel velo che evidentemente è ancora in uso nella funzione domenicale. Qua e là sparuti gruppi di passerotti saltellano irrequieti sui marciapiedi dimenticando l'abituale prudenza dei giorni migliori, di quei giorni quando il cibo non rappresenta un problema.

Un uomo osserva la vita da dietro una finestra. Non è possibile vederne il volto, ma la sua silhouette viene come scolpita dai bagliori rossastri di un fuoco vivace che, di certo, arde nel camino. Non un rumore giù in strada, ma lo stesso so che quella stanza è tiepida e accogliente, intrisa di quel profumo di legna che ricordo sin dall'infanzia, quel profumo penetrante che parla di cose semplici, di pane, e di mele cotte al forno, di latte appena munto e di quei biscotti che la nonna non dimenticava mai di preparare quando andavo a trovarla.
Prestando orecchie a quella nera immagine - materializzatasi davanti ai miei occhi - sento la voce di una donna che chiama per nome una ragazza - voce soave e piena di tenerezza, voce senza rimprovero, voce amica - che sembra non voglia saperne di fare i compiti. E ride, la fanciulla, mentre continua a giocare, spensierata. Ma di lì a poco - come le voci un attimo prima - anche l'ombra alla finestra scompare; una tenda si è chiusa, quasi a voler proteggere quel mondo fatto di sguardi, di affinità, di premure… quel mondo che è sicurezza, che è senso di identità e di appartenenza per ognuno di noi.


Invito a cena

Dove finisce la strada ha inizio il lungo sentiero che conduce su in alto, fino al bosco di querce. Isole di neve, qua e là, biancheggiano ancora i fianchi del monte, nonostante il disgelo.
Un grande albero di giuggiole troneggia davanti alla casa. Suono alla porta. Un'anziana signora, dopo qualche attimo di esitazione, mi invita ad entrare ritrovando quel sorriso triste che ancora ricordo dall'ultima volta, quattro anni fa, quando ho fatto loro visita. L'atrio è freddo e le vecchie mura di sasso trasudano umidità. Ci trasferiamo in fretta in cucina dove il gradevole tepore di un fuoco a legna ci accoglie. Lì, a capotavola, siede Lino intento a guardare la tv. Anche lui, vedendomi, sfodera quel sorriso semplice e cordiale che ti fa sentire come se fossi a casa tua. Soffre da tempo di una grave forma di artrosi alle anche che non gli permette di camminare se non sostenendosi ai manici di una carriola da muratore; soldi per un paio di stampelle, evidentemente, non se ne trovano, e poi rappresenterebbero un lusso per chi non può permettersi nemmeno il riscaldamento, o il telefono. Accetto un succo di frutta. Racconto loro ciò che desiderano sapere di me e - soprattutto - ascolto ciò che di loro vogliono farmi sapere. Non sono marito e moglie, ma fratelli. L'altro fratello più giovane non lo si trova quasi mai a casa; è più facile vederlo, infatti, ai crocicchi delle strade, in qualche piazzetta cittadina o in prossimità di una fiera di paese. Fa l'ambulante di materiali di consumo: lupini, castagne, noci, dolciumi, granite… quello che capita, insomma, a seconda della stagione. Per spostarsi usa un carretto mezzo sgangherato a motore, di quelli a tre ruote, di quelli che fanno penare quando te li ritrovi davanti mentre, in auto, percorri stradine di campagna.
La sorella, invece, ha sempre quell'aria abbattuta e dimessa che potrebbe essere scambiata per ostilità; e mentre ci ascolta continua a rammendare calzini usando quell'uovo di legno che non avevo più visto dall'infanzia. Anche lei soffre di qualche acciacco, ma non se ne lamenta.
Lino mi racconta di come tempo addietro i "Signori del Parco", avendo scoperto che si approvvigionavano illegalmente di legna da ardere prelevandola dal bosco lì vicino, avevano loro imposto una multa da pagare - 500mila delle vecchie lire - e di come sua sorella fosse riuscita, poi, a non pagarla… ma al salato prezzo di commiserazioni e di suppliche.

E mentre mi guardo attorno - e non vedo che povertà, e mura che trasudano non soltanto umidità ma sudore e stenti - Lino, al mio fianco, continua a chiedermi se mi fermo a cena.


Un piccolo imbroglio

A volte per impossibilità, talora per pigrizia, mi nego il piccolo piacere – che spesso diviene esigenza profonda – di una breve passeggiata nel bosco, quel bosco che ho a portata di mano, appena fuori – se così si può dire – dalla porta di casa.
Voi direte che non è questa la stagione più adatta: il freddo, gli alberi intorpiditi e spogli, i sentieri fangosi e quasi impraticabili: tutto vero! Ma è altrettanto vero che io non sono un tenero scoiattolo che se ne sta tranquillo a riposare nella sua tana mentre fuori imperversa la tempesta, e nemmeno posseggo lo spesso strato di grasso sottocutaneo del possente orso, grasso che lo nutre e lo protegge fintantoché ritorneranno nuovamente a spuntare le primule, e le viole. No!, niente di tutto questo… perché io continuo a vivere anche durante la cattiva stagione. E non si può proprio dire che i miei sensi siano, di conseguenza, intorpiditi soltanto perché fuori soffia il vento gelido di tramontana; anzi, essi si acuiscono proprio in virtù del fatto che non do loro quella soddisfazione che vorrebbero, quella gratificazione che, poi, ti fa sentire di nuovo calmo e in pace con te stesso.
Da tutto questo è nato così, spontaneamente, il mio piccolo imbroglio, un sottile quanto innocuo sotterfugio che a volte – ma solo a volte – sembra funzionare. Dovete sapere che io abito, sì, ai pie' dei monti ma anche in una piccola cittadina di 4mila anime. E la mia casa dista appena 10 braccia da un lato e 20 dall'altro da quella dei miei vicini; così uno potrebbe pensare che i miei orizzonti siano in prevalenza proprio quelle mura alle quali, oggi, siamo così abituati. Ma mi basta alzare appena lo sguardo per far tornare ogni cosa al suo posto: da un lato i verdi pini marittimi – coi loro grossi frutti globosi – che si affacciano su quel terrazzo dove – bella o brutta stagione che sia – spesso mi siedo a scrivere; dall'altro la splendida e nobile villa lassù, sulla collina, con le sue torri e le sue cupole; più lontano i profili quasi azzurri di quei monti – talora appena velati di foschia – dei quali vi ho parlato qualche volta; ed infine l'autentico spettacolo del cielo d'inverno visto dal tetto di casa mia, con Orione in tutta la sua muta bellezza e l'eterna sua compagna – Sirio – che sembrano volermi sussurrare di non smettere… di non smettere mai di sognare.


Notte insonne

Alcune sere fa – e per la seconda volta da quando faccio il medico – ho visto la vita abbandonare un pover'uomo. Tentativi di rianimazione (respirazione assistita, elettroconversione, cannule, ossigeno) per più di 30 minuti: tutto inutile.
E da un lato la figlia, che gli accarezzava teneramente la mano mentre cercavamo di riportarlo indietro dall'abisso dove stava precipitando; e dall'altro la moglie, in cucina, con le mani nei capelli; ed io… che avrei voluto essere altrove.

Ma che cosa curiosa la mente umana! Anche in momenti come questo, nei momenti di maggior smarrimento e di abbandono – quando vorresti urlare e scappare via – essa ci suggerisce e ci mostra immagini di pace e di tranquillità, cose che non avremmo mai creduto di poter pensare. E forse lo fa per proteggerci, per infonderci quella forza che ci permette di continuare a sperare, sempre, e nonostante tutto.
Ma quando, finalmente, sono uscito da quella casa, quando tutto quello che si poteva fare per salvare quell'anima era stato fatto, ecco che la mente si ritrae… e mi ritrovo solo, in macchina, a pensare a quanto poco basti per lasciarcela alle spalle questa vita, e come – nonostante i pochi anni che ci sono concessi – dimentichiamo troppo spesso di viverla.


Messaggeri

Come l'erba che riverdeggia nel campo, così nuovi desideri sembrano ora destarsi dal lungo sonno e dal torpore invernale. La fredda e oscura notte dell'inverno li aveva soltanto nascosti – al mio, e all'altrui sguardo – come sentieri nel bosco sotto un tappeto di foglie morte.
E similmente a questa fresca luce dell'aurora che, con violenza, filtra attraverso le imposte socchiuse della mia camera, così essi irrompono nella mia anima: come fulgidi messaggeri di speranza… e di nuove emozioni.


Vite sospese

Quello che una madre e un padre provano per un figlio – l'attesa trepidante, la gioia per la sua nascita e il suo aprirsi alla vita, l'apprensione e la tenerezza per i suoi primi passi, il miracolo della parola e l'emozione nel sentirsi chiamare per nome; e ancora… i sogni che li abitano, la speranza che li pervade, l'amore che li scuote – sono quanto di più profondo e di più nobile potrà mai nascere dal cuore dell'uomo.
Non ci si stupisca, dunque, se le nostre anime e i nostri occhi sono oggi tutti puntati emotivamente su quei 24mila embrioni, su quelle provette… protette dal gelido abbraccio della notte.

Come sia successo che una legge (che vorrebbe – almeno sulla carta – essere etica) abbia potuto sorvolare sulla sorte riservata a questi nostri 24mila orfani me lo sto ancora chiedendo...


Quei momenti di grazia

Nella nostra vita siamo continuamente chiamati a confrontarci con quelle scelte che facciamo quotidianamente, ad analizzare quegli atteggiamenti che assumiamo di fronte alla realtà, interiore o esteriore che sia…
L'autoanalisi è resa oltremodo necessaria per la nostra salute, per il nostro equilibrio, per non sentirsi lacerati, per non sentirsi superficiali, stupidi. E nei migliori momenti – quando non abbiamo paura delle nostre idee e crediamo in esse fino in fondo – diventiamo quasi invincibili; forse perché in quell'attimo la nostra luce interiore risale su – ad incontrare lo sguardo di colui che ci sta davanti – facendoci diventare credibili; forse perché la forza delle nostre idee attinge ad un'altra forza, ad una forza che non mente… quella forza che non teme l'arroganza, l'ingiustizia, l'indifferenza; quella forza che scuote e che anima, quella forza che è apportatrice di luce e che infonde speranza, quella forza che è vita interiore e che guida, portando a giustificazione, ogni nostro atto, ogni nostro gesto.
In questi momenti – che oserei chiamare momenti di grazia – diveniamo persone vere e degne di rispetto, persone che sanno ascoltare, persone che sanno prendere posizioni e che, con coerenza, lottano fino in fondo per una causa che loro sanno – e sentono – essere giusta.
Ma poi, passato quel momento di grazia, ecco, ecco che tutto quanto ridiventa nuovamente grigio e opaco, e il fuoco più non scalda e non illumina, e ti senti stanco, abbandonato, e ti sembra quasi impossibile aver lottato assiduamente per così tanto tempo.
Ma, di certo, non mi arrenderò per questo…


Ritorno a casa

Sempre, in questa lotta,
sondo il mio cuore.
A volte una porta lentamente si schiude;
altre volte la porta resta sprangata.

Lu Ji (III–IV sec.)

Fregio

Questa piccola stanza – dove ormai da troppo tempo non scrivo – più che uno studio la sento – e la vivo – come un luogo di pace, come un rifugio, dove spero prima o poi di ritrovare ancora i miei pensieri. Ma la porta del cuore resta chiusa – se non proprio sprangata – inesorabilmente… questa, e come innumerevoli altre sere.
Nonostante questo decido ugualmente di provarci, provare a buttar giù qualcosa, a dare una qualche parvenza di forma a quella ridda di immagini, a quel magma informe di emozioni che mi abitano… e non importa poi molto se adesso non so ancora dove mi stia portando questa lotta.

Risuona ancora troppo fresco il pianto che ho sentito, e l'abbandono, e la paura che ho letto nei suoi occhi; così vicino nel tempo – fin troppo vicino – per parlarne: "Bisogna prima ritornare per scrivere, quantomeno ritornare a casa". Ma lo stesso non riesco a non pensarci… e questo pensiero prima mi scuote, e poi mi annienta.
I*** sta morendo, ed io – noi tutti – non possiamo proprio farci nulla. L'unica cosa ancora in mio potere – l'unica che rimanga davanti al silenzio imbarazzato della scienza – è il mio esserci, il mio essere presente… ma quanta fatica! Sì, quanta fatica non distogliere gli occhi da quello sguardo che ti punta, che ti fissa, e nel quale scorrono mille domande per le quali forse non c'è risposta. È uno sguardo talmente indagatore che penetra molto al di sotto della tua ruvida scorza, fino a mettere a nudo le tue emozioni più nascoste, e quei segreti che custodisci così gelosamente; uno sguardo che non accetta compromessi perché manca ormai il tempo anche per i compromessi, per quei sorrisi imbarazzati e di circostanza, per quelle mezze verità che così spesso caratterizzano il nostro quotidiano porci in relazione con gli altri, con tutte quelle persone che, come meteore, sfrecciano nel nostro cielo. E in quel momento decisivo – dove non c'è scampo se non nella fuga, nel voltare le spalle – tu senti – e sai – di essere "giudicato": giudicato non come medico, ma come persona. E il giudizio – qualunque esso sia – è impietoso, impietoso proprio perché essenziale, perché, travalicando ogni convenzione di convenienza e di gentilezza, arriva dritto al cuore del "problema"… del tuo problema.
Soltanto una cosa ti è concessa – alla fine – da quello sguardo: la libertà di essere finalmente te stesso.


Un'altra attesa

Come quando, la sera, il canto muore
delle cicale - mentre il sole incendia
le nuvole - così io mi preparo
a un'altra attesa...
ma quale essa sia - gioiosa o triste -
alle lacrime move.


Un'altra attesa (2)

Come quando, la sera, il canto muore
delle cicale - mentre il sole incendia
le nuvole - così io mi preparo
a un'altra attesa…
ma quale essa sia - gioiosa o triste -
alle lacrime move.

Perdura la malinconia
d'un tratto di vita
sconosciuta all'anima
che sempre s'avventura
lungo i crinali degli alti monti:
lassù, un raggio di sole
rapisce l'ultima lacrima.

Sully e Fragmenta


Dentro il silenzio

Come possono bastare parole d'amore
per definire l'amore!

O questo affannoso affollarsi di immagini nuove,
e di sensazioni mai prima provate
(o forse soltanto a lungo dimenticate).
O questo riscoprirsi a un tempo fragile e forte,
benedetto e maledetto,
come fuoco che incendia… ma non brucia.

Come possono bastare parole d'amore
per definire l'amore,
quando il silenzio continua a parlarmi
di te.


Se le parole non bastano…

Oggi ho visto in TV il film tratto dal libro che amo di più: "Possessione", di Antonia Susan Byatt. E non ripeterò qui il solito ritornello di come - quasi sempre - un film non possa mai esaurire del tutto le profondità di un testo. Ma so che guardandolo ho ripercorso, rivivendole, le infinite emozioni provate nel corso della lettura. Ed ora sono qui, seduto sul terrazzo, con in mano la poesia di un amico che si lamenta per un silenzio che si protrae troppo a lungo... e sono sconvolto! Sconvolto e turbato dal mio stesso silenzio, dalle immagini del film che fanno turbinare le pagine della memoria accavallando pensieri, sentimenti e sensazioni, ridestandoli da un lungo sonno; sconvolto perché un nonnulla è bastato per risvegliare tutto quello che avevo messo faticosamente a tacere... forse per non subire continuamente i prepotenti attacchi di questa mia esuberante sensibilità che non fa che scontrarsi - a volte dolorosamente - con una realtà ben diversa da quella interiore.
Ma avevo anche dimenticato quanto possa essere dolce una lacrima... e una poesia è bastata a ritrovarla.


Ed è già domani

Un delicato ordito di suoni – mirabile trama, ed ineffabile – mi strappa dalle distratte dita del quotidiano conducendomi fino alle soglie dello stupore. La “dulcedo et subtilitas” degli antichi maestri – nell'arte della musica e della retorica – ha sempre trovato in me un terreno particolarmente fertile... anche se, in verità, non saprei del tutto dire quali siano stati i frutti. E con questi non intendo soltanto la capacità di suonare uno strumento ma, piuttosto, quale possa essere il retaggio di affinità e di passioni così sconvolgenti per il mondo interiore di una persona.
Io so soltanto che quando mi capita di ascoltare della buona musica è come se mi riappropriassi di me stesso, come se mi ritrovassi dopo un lungo cercare, come se ridiventassi cosciente dopo un sonno senza sogni o, semplicemente, come un ricordare di non essere fatto soltanto di nervi e di sangue. È come una lunga storia d'amore che nessuno apparentemente vede, ma che ti trasforma dal profondo... e ti cambia per sempre.
Ecco allora che il fine contrappunto del “Ricercare” di Girolamo Frescobaldi diventa metafora della vita, con il suo contraltare, con i suoi intrecci e i suoi continui scambi di registro tra le voci. Certo, se il primo è perfetto la stessa cosa non si può sempre dire per la seconda. Ma ciò che veramente importa è esserne coscienti, diventando così protagonisti e costruttori di un divenire attivo, desiderato, voluto... e non del tutto subìto. Certo, la vita non è come l'arte... ma da quest'ultima dovrebbe almeno attingerne i principi.

Ora però ogni eco dei “Fiori musicali” frescobaldiani è ormai spenta e il silenzio avanza inesorabile... come la notte.
Ed è già domani.


Muy linda

Come una delicata armonia - come una morbida e tiepida brezza - mi raggiunge il tuo pensiero, stasera.
Non ho mai voluto credere che un giorno avrei potuto dimenticarti (e ho avuto ragione nell'affermarlo)... ma per molto tempo - un tempo che ancora perdura - i lunghi silenzi, portati dentro come fardelli, sembravano aver oscurato questa certezza.
Quante volte - lo confesso - abbiamo discusso sul significato di questa nostra amicizia... così tante volte che sembrava, quasi, volessimo scongiurare il tempo dell'inevitabile lontananza e dell'abbandono. E ora che questo tempo sembra essere dolorosamente arrivato tu giungi a trovarmi su strade sconosciute, quasi inaspettate... riprendendo possesso di me.
Quante volte mi son chiesto - ed è successo anche stasera - che cosa sia veramente l'amicizia, che cosa essa rappresenti per la vita di una persona, quali effetti e benefici essa porti con sé, e se - in qualche modo - se ne possa fare a meno. Ma mentre sto così ragionando - e nel medesimo tempo scrivendo al pc - vengo raggiunto dalle note in sottofondo di una Gagliarda di Holborne dal titolo "Muy linda"... muy linda dunque, come l'amicizia!
In effetti credo di non avere la capacità o, forse, la volontà di confezionare per iscritto una definizione adeguata di amicizia (a questo riguardo ci ha già pensato la Yourcenar); ma, anche se non sono poeta, so bene quello che sento... un sentire, però, da cui nasce un rammarico, il rammarico di non poterlo comunicare a nessuno che già non sia un amico.
Che cosa, comunque, potrei ugualmente tentare di dire? Che l’amicizia è come un tenero moto dell’animo che mi consente di ricordare e di volare - di quando in quando - fino a te? Che un’amicizia nasce soltanto nel momento in cui uno sguardo distratto diventa subito attento?... quando, cioè, l’immagine sfocata del mondo che spesso ci portiamo dentro, d’un tratto si focalizza su un oggetto - per noi non comune - rendendoci così luminosi e intangibili? Che l’amicizia - come l’amore - cambia e rivoluziona ogni sentire e, così facendo, trasforma “irrimediabilmente” le nostra vite?

Per ora - ora che non ci sei per poter condividere questi pensieri - devo accontentarmi di “ricostruire” il tuo sorriso dentro di me. Ma una certezza comunque permane… la certezza di comunione tra due spiriti che sono - e rimarranno - legati.

Sullivan

Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw