Per ritrovare il tuo cuore

(Testi 2002)

«L'incontro tra due persone, la nascita di un'amicizia, la condivisione della "vita della mente"… questo! il vero miracolo della vita».

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Fogli bianchi

Ho aperto un vecchio diario (un diario mai utilizzato) nella remota speranza che un foglio bianco mi aiuti a strappare brandelli di vita che non riesco più, da troppo tempo, a ricomporre nella mia mente. Ho paura di perdere me stesso se non riuscirò a fissare sulla carta quel profumo che ho sentito, quel vento che mi ha accarezzato le spalle, quelle parole non dette e ricacciate in fondo, quelle lacrime che non ho versato, quella solitudine che sempre mi ha accompagnato nelle scelte coraggiose o vili della vita.
Quando non scrivo, allora leggo; e se non leggo, allora penso: e così, da sempre, la mia vita corre lungo i fragili dendriti e assoni di neuroni che oggi ci sono, ma domani chissà! Basta così poco per non ricordare più, per dimenticare e per smarrire se stessi. E non voglio che questo accada… non prima, almeno, di aver tentato di infondere su questi fogli quella "vita della mente", quel barlume di ciò che sono o che ho sempre creduto di essere.


Futuro possibile

Più di vent'anni son trascorsi ma i ricordi di quella fulgida estate sono così presenti e vivi nella mia memoria che non pare ora quasi possibile ch'io possa andare incontro ad essi — come ad un primo appuntamento galante — col cuore che vorrebbe scoppiarti in petto.

Era un'estate di mare, di sole e di gioia. Avevo da poco terminato il terzo anno al Liceo scientifico e quella vacanza avrebbe dovuto rappresentare un periodo di riposo per ristorare il corpo e lo spirito dopo mesi di ansie e fatiche. Ma a quell'età, lo sappiamo bene, pochi giorni bastano per buttarci alle spalle tutto quanto e dimenticare le passate e recenti avversità. È quello infatti il tempo delle sveglie all'alba per andare incontro all'aurora, dei bivacchi notturni con gli amici attorno a un fuoco cantando alla luna e delle notti passate in bianco per non consumare troppo in fretta quel tempo che sembra scorrere così veloce, troppo veloce, scivolando via come sabbia tra le dita. Ed è pure il tempo di quegli amori acerbi, romantici e, a volte, così spirituali; il tempo delle promesse e dei "per sempre" detti forse troppo leggermente, il tempo dei sogni e delle speranze affidate al vento, il tempo in cui si dice ti amo senza la paura di essere poi guardati con sospetto, il tempo della condivisione genuina e della fiducia nel futuro. Un futuro piuttosto vago e incerto a 16 anni; un futuro ancora tutto quanto da scoprire.
In quel giorno di luglio di tanto tempo fa quando t'incontrai per la prima volta in riva ad un mare appena increspato tu rappresentasti per me quel futuro, un futuro possibile che avevo da sempre cercato e sognato. E anche se poi così non è stato, la consapevolezza che avrebbe potuto esserlo mi rende ancora oggi immensamente sereno e felice.


Il Signore dei boschi

Ieri mattina, un po' prima delle 9, mi sono recato in visita domiciliare presso una famiglia che abita in un paese - non troppo lontano dal mio - collocato sopra la cima di un monte (un colle per la verità).
Lì mi stava aspettando impaziente la signora Marcellina (classe 1905) che da alcuni giorni sta lottando con una tosse stizzosa che non accenna ad andarsene e le impedisce di riposare bene la notte.
Terminata la visita e dopo aver bevuto un caffè offertomi dalla figlia (un caffè, a quest'ora, non si rifiuta mai) sono salito in macchina per ripercorrere a ritroso quella bella strada panoramica che, dopo aver attraversato un fitto bosco, riconduce alla vita di tutti i giorni, al caos e al rumore della città.
Non avevo ancora percorso 500 metri quando ho visto, appollaiato su un ramo di un albero a circa 40 metri dalla strada, un grosso gufo che sembrava stesse dormendo. Per la verità, all'inizio, non avevo pensato potesse trattarsi di un gufo ma di un falco (sono a conoscenza che alcuni anni prima il Corpo Forestale dello Stato aveva liberato alcuni rapaci per ripopolare quella zona, ora Parco Naturale). I gufi infatti, essendo uccelli notturni, difficilmente si possono scorgere durante il giorno.
Ma di gufo si trattava, e non stava affatto dormendo. Tant'è che quando sono ritornato un po' indietro per osservarlo meglio lui ha spiegato le sue poderose ali e tranquillamente, quasi con noncuranza, è scomparso alla mia vista.

Come avrei voluto poterlo ammirare ancora per un poco. Ma il Signore dei boschi non sembra gradire molto quanti, errando vicino al suo segreto ramo, turbano l'antico suo regno del silenzio.

A proposito, Marcellina sta abbastanza bene e gode di ottima salute per quanto possa concederlo un'età avanzata come la sua.


Il bosco degli gnomi

Non pensiate di incontrare gli gnomi, queste fantastiche creature del bosco, soltanto nei libri di fiabe che si leggono ai bambini. Infatti, se veramente vi va d'incontrarli, non dovrete neppure scomodarvi più di tanto perché proprio qui in Italia, in un paese in provincia di Forlì (Bagno di Romagna), avrete la possibilità, forse, di farlo.
Il Corpo Forestale dello Stato (sinceramente invidio un pochino questi paladini dei boschi che, giorno dopo giorno, vivono in così stretto contatto con la natura) ha recentemente aperto un fascicolo sulle segnalazioni di avvistamenti (per una volta non di UFO!). Inoltre il Comune e la Comunità montana hanno finanziato la costruzione di un sentiero nel parco dell'Arminia per dare la possibilità, a chiunque lo desiderasse, di addentrarsi nel bosco alla ricerca del "mistero".
L'inizio di questo sentiero è segnalato da una scultura in pietra rappresentante uno gnomo - in quella pietra serena così piacevole alla vista e "calda" al tatto che da secoli viene utilizzata, da quelle parti, per la costruzione di palazzi e per la realizzazione di opere d'arte - e da un cartello dove sono incise, in bei caratteri, queste parole: A chi spazia con la fantasia. A chi crede alle fiabe. A chi ama sognare.

Che ne dite!? Ci andiamo anche noi?


Hale-Bopp

Quante volte vi sarà capitato - sia nelle limpidi notti d'estate come in quelle d'inverno - di alzare lo sguardo per contemplare la bellezza del cielo stellato! Innumerevoli volte credo, per lo più distrattamente ma altre - ne sono certo - colmi di quello stupore che ci prende di fronte all'incommensurabile e al meraviglioso.
In una di queste gelide serate d'inverno mentre osservavo a sud, in alto sull'orizzonte, la costellazione di Orione mi sono ricordato di un evento astronomico mirabile che alcuni anni fa ci ha coinvolti, volenti o no, tutti quanti. E la storia, in breve, è la seguente.

Il 23 luglio 1995 due astronomi amatoriali statunitensi - Alan Hale di Cloudcroft (New Messico) e Thomas Bopp di Glendale (Arizona) - scoprono, quasi contemporaneamente, un corpo celeste molto luminoso in avvicinamento che si rivelerà essere quello che noi, oggi, conosciamo come cometa di Hale-Bopp. A quel momento la cometa non era ancora visibile ad occhio nudo ma lo diventerà più di un anno dopo, verso la fine del 1996, e lo resterà sino ai primi mesi del 1997.
Il giorno 22 marzo 1997 essa raggiunge la distanza minima dalla terra (circa 197 milioni di chilometri) mentre il primo di aprile raggiunge invece il perielio (la distanza minima dal sole: circa 137 milioni di chilometri).
Dal momento della sua scoperta Hale-Bopp si è subito distinta per la sua straordinaria e inusuale luminosità (circa 250 volte più splendente della cometa di Halley) che potrebbe essere dovuta, dicono gli esperti, al grande diametro del suo nucleo (100 chilometri circa) - costituito in prevalenza da ghiaccio e polvere - in confronto ai 10 chilometri circa di quello della cometa di Halley (quest'ultima transitata nei nostri cieli nell'ormai lontano 1986).
Hale-Bopp sembra essersi formata ai confini del sistema solare, oltre Giove, all'incirca nel medesimo periodo in cui si sono formati il sole, la terra e gli altri pianeti (circa 5 miliardi di anni fa). Sulla sua superficie sembra esserci un'attività di una violenza inaudita. Avvicinandosi al sole, infatti, la cometa rilascia sia gas che vanno a formare la sua spettacolare coda azzurra, sia particelle solide e polveri che costituiscono la sua coda principale lunga milioni di chilometri.

Questa, in breve, la storia che ora può - e negli anni avvenire potrà - essere letta soltanto nei libri di scuola e nei trattati scientifici da tutti coloro che, meno fortunati di noi, non potranno, se non in un futuro lontanissimo, avere la possibilità di assistere ad un evento "magico" ed unico che ha cambiato per sempre noi che ne siamo stati i testimoni. Eh sì, per i figli dei nostri figli e per numerose generazioni successive il mistero di questa fulgida cometa potrà rivivere soltanto attraverso il ricordo e la memoria di chi avrà potuto salutarla al suo passaggio.

A questo punto non ci resta altro da fare se non augurarle un felice viaggio e un arrivederci tra circa… 3000 anni.


Per non dimenticare

Non potrò mai ringraziare abbastanza la vita stessa per avermi riservato un'infanzia serena, un'infanzia dove, quasi inconsapevolmente, sono cresciuto nella gioia e spensieratezza, un'infanzia come ognuno di noi, forse, avrebbe desiderato e come ogni bambino meriterebbe di avere.

Ritornando con la memoria a quegli attimi di vita apparentemente così lontani, ancora oggi stupisco per la forza con la quale essi richiamino in vita sensazioni che credevo di avere ormai perduto. Ecco allora l'aria profumata di cielo delle giornate di maggio quando, all'alba, spalancavo le verdi imposte delle finestre della casa colonica dove abitavo.
Per la verità non era la mia casa ma quella dei nonni materni dove, per sufficiente ostinazione, ho avuto la fortuna di abitare saltuariamente per molti anni. Ostinazione, dicevo, nei confronti dei miei genitori perché avevo capito già allora che proprio lì, e soltanto in quel paradiso fatto di niente, avrei imparato ad inventarmi la gioia.

E mi ritrovo qui ora, riandando a quei ricordi, come un vecchio saggio che un simpatico ma insistente nipotino costringe a rivivere e a raccontare, come in una fiaba. Ma tu sai che non è una fiaba, e mentre racconti scopri di avere un groppo alla gola.
A volte la gioia è così intrisa di malinconia che ti sembra impossibile che di gioia si tratti. Eppure, nel profondo del tuo cuore, senti che è così e non potrebbe essere che così: la gioia passata è qualcosa che ci appartiene, è qualcosa che ci ha cambiato per sempre e che ci fa sentire vivi ora come lo eravamo allora. A rendercela, forse, così languida è soltanto la nostalgia di persone e di attimi di vita che se ne sono andati per sempre.


Passeggiata d'inverno

In un grigio pomeriggio d'inverno di molti anni fa decisi di sfidare le notevoli e numerose insidie di un manto stradale piuttosto scivoloso - aveva infatti nevicato abbondantemente tutta la notte precedente - per realizzare un desiderio che negli anni successivi non avrei più avuto l'ardire né la possibilità di assecondare.
Dovete sapere che dalle mie parti non nevica poi così tanto e come se non bastasse, quando ciò avviene, sono sufficienti i primi raggi di un tiepido sole per trasformare quel bianco e splendido manto in una scura e ripugnante poltiglia. Ma non quel giorno! Quel giorno un vento gelido e un cielo cinereo avrebbero provveduto da soli a preservare intatta, per qualche ora ancora, quella neve candida e magica, quella neve che è così prodiga di gioia per ogni bimbo e per chi lo è rimasto dentro.
Dopo pranzo quindi presi il motorino e piano piano, facendo molta attenzione, percorsi i 15 Km circa che mi separavano dalla meta agognata: il monte "Alto" con il suo Eremo e il suo bosco dove avrei fatto, infine, una semplice passeggiata.

Vent'anni dopo, con l'aiuto della memoria e di tutte quelle sensazioni che questa sembra in grado di portare a galla, posso - una volta ancora - essere lì a vagare solitario in mezzo a quel silenzioso bosco di castagni, tra quei pendii morbidamente vellutati e addolciti da una splendida coltre bianca e dove l'unico segno di vita sembra essere il sonoro fruscio dei miei passi sulla neve ancora fresca. La nebbia, a tratti molto fitta, mi avvolge in un abbraccio quasi voluttuoso celando alla vista ogni cosa che disti più di 30 passi contribuendo, così, ad acuire quella strana ma piacevole sensazione di isolamento e di mistero appena turbata da un lontano, quasi impercettibile, brusio che proviene dalla valle sottostante, segno di una vita che continua indifferente - oserei dire insofferente - a questo magico silenzio che l'accusa.

Quel giorno è stato, quasi inconsapevolmente, il mio primo deserto, la prima volta, cioè, che sono riuscito attraverso il silenzio ad affacciarmi timoroso, ma pieno di stupore, sull'abisso che è in ognuno di noi. E ho capito che lì avrei dovuto guardare, in futuro, per imparare ad inventarmi la gioia.


Monologhi

Sono le ore 22 di una sera di vento e pioggia e sono stanco, fisicamente stanco, dopo una notte di lavoro più movimentata del solito. Ma non vorrei andare subito a letto. Mi piacerebbe infatti parlare un po' con qualcuno, magari soltanto per ascoltare, riassaporando così il piacere dello stare insieme. Invece mi ritrovo qui, solo, a scrivere questo breve monologo sonnolento e un po' strascicato. I monologhi non sempre mi piacciono; anzi, ciò che penso e sento potrei benissimo custodirlo dentro di me se non fosse per questo mio immenso desiderio di dialogo. Ed è anche per questo, mia gentile lettrice e mio gentile lettore, che scrivo o tento di farlo, per stimolare e provocare una tua risposta. Perché essere passivi quando invece potremmo, con le nostre parole, rendere partecipe e coinvolgere l'altro/a in un dialogo senza fine?

Un grazie di cuore a Ginevra, a Maria Grazia e anche a te, Marta, per aver avuto questo "coraggio". I nostri sogni non sono miraggi nel deserto; noi! siamo i nostri sogni, solo che spesso li consideriamo alla stregua di umili retaggi, spesso ingombranti, di un cuore di bambino in un mondo di adulti.

Ora, però, la mia stanchezza non è più disposta ad attendere oltre ed esige il suo tributo. Dunque vado a letto, ma so che domani — ne sono sicuro — mi sveglierò con l'entusiasmo di sempre e sarò pronto per ricominciare a vivere una nuova giornata.


Desiderio di conoscenza

Mi sono chiesto molte volte come mai nel corso della vita passata io non sia mai riuscito a conoscere la vera amicizia. Quando ero giovane questo pensiero era quasi diventato per me un'ossessione e causa di non poca sofferenza. Ricordo di aver cercato, innumerevoli volte, di capire se tutto questo poteva essere attribuito al mio carattere piuttosto schivo e introverso (ora più aperto e molto meno timido di un tempo) senza tuttavia essere riuscito a darmi una risposta soddisfacente.

Anche ora che guardo con benevolenza a quegli anni di disagio, a quegli anni dove si alberga davanti ad uno specchio per la paura dei brufoli e con l'ansia che il pisello non cresca a sufficienza, non trovo un motivo valido per spiegare questa mancanza d'amicizia se non nel fatto che già allora non potevo accontentarmi.
Non potevo accontentarmi che lo stare insieme fosse soltanto un'alternativa allo stare solo, un'alternativa per non sentirsi escluso, isolato o asociale. Non potevo accontentarmi che lo stare insieme significasse soltanto uscire per mangiare una pizza o andare a ballare oppure a fare una passeggiata; non era certo questo che volevo, questo che sentivo, questo che speravo e sognavo. Non c'era spazio infatti, tra le persone che ebbi modo di conoscere, per parlare veramente e per confrontarci, per instaurare quel dialogo che fa crescere nella conoscenza reciproca e che è roccia sulla quale costruire una possibile amicizia.
Il fatto poi di essere stato perfettamente conscio di tutto questo mi ha portato, nel tempo, a disertare più di un invito, a perdere quasi l'entusiasmo e lo stupore di fronte a una nuova persona da conoscere, di fronte ad una nuova esperienza da condividere. Ma per fortuna non è durato molto: alla fine ho conosciuto quella persona che sarebbe divenuta, più tardi, mia moglie.
Ma non potevo fermarmi qui. La speranza di condividere ciò che di più caro si ha nel cuore continuava ad alimentare quel desiderio di conoscenza che non mi ha più abbandonato e che ha cambiato la mia vita facendomi diventare quel che sono. Una persona, cioè, che crede nell'amicizia e che lotta con tutte le proprie forze per assaporare, ancora una volta, quella gioia che un mondo sempre più superficiale e scettico ha sotterrato nei meandri dell'individualismo.


Il profumo dei sogni

Sono sempre stato un uomo tranquillo (tranquillo?) anche se perennemente affamato: affamato di vita e di desideri, affamato di emozioni. Per tanto tempo, però, ho anche avuto la sensazione di essere stato intrappolato in un meccanismo maligno e crudele, invischiato in una routine - sonno, veglia, casa, lavoro - che, alla lunga, ha tentato di soffocare lo spirito chiudendolo alla speranza, alla speranza in un futuro che non fosse soltanto un orizzonte grigio.
Ma nonostante le numerose difficoltà ho sempre desiderato e cercato di vivere pienamente assaporando - quando possibile - il profumo dei sogni, quei sogni che giorno dopo giorno il mio cuore alimentava e nutriva, splendidamente incurante di come sarebbe stato difficile, da parte mia, realizzarli.


Evanescenti meteore

Ci succede quasi ogni giorno d'incontrare persone nuove - al lavoro, durante una passeggiata, mentre ci si ricrea lo spirito e il corpo dalle fatiche quotidiane - persone con le quali ci si ferma a scambiare una parola, una stretta di mano o semplicemente uno sguardo. E mi domando quanti di questi volti, incontrati lungo le strade della nostra vita, saremo in grado - domani - di riportare alla mente; mi domando che cosa resterà in noi dei loro sguardi, dei loro pensieri, del loro essere. Chi e quanti di loro rappresenteranno ancora qualcosa per noi e quanti, invece, saranno destinati a rimanere soltanto evanescenti meteore sfreccianti nel nostro cielo?

Ricordo ancora una ragazza, ai tempi dell'Università, che vedevo quasi ogni giorno in un bar nei pressi della stazione ferroviaria dove mi recavo per la colazione. Mi colpì già la prima volta che la vidi: non tanto per la sua bellezza - a dir la verità non lo era affatto - ma per come si muoveva, per il suo modo di parlare, per la sua compostezza e per la sua grazia.
Non ci ho mai parlato!… e a distanza di tempo sono quasi sicuro che faticherei a riconoscerla se dovessi incontrarla. Eppure le sue movenze e i suoi gesti sono ancora fissi e scolpiti dentro di me e mi ritrovo qui, oggi, a domandarmi il perché.

Io penso, anzi sono fermamente convinto, che noi siamo la nostra memoria e che questa sia sostanzialmente il frutto dell'amore per le cose e per le persone alle quali abbiamo dedicato e dedichiamo attenzione, verso le quali abbiamo speso - con premura e rispetto, anche se solo per un attimo - tutto noi stessi in un supremo atto d'amore. Di contro, invece, quello che non avremo conosciuto attraverso l'amore sarà destinato a perdersi per sempre.


Emozioni

Un fresco venticello che accarezza piano il tuo viso, le tue spalle e i piedi nudi in una calda sera d'estate; il profumo del bosco al mattino e dell'erba intrisa di rugiada; il sapore inebriante di un'acqua che, sgorgando dalla nuda roccia, viene a colmare la tua sete; il sorriso radioso di un viso amato che riempie il tuo orizzonte: momenti, questi, di autentica emozione, momenti dove ti sembra possibile toccare il cielo con un dito, momenti di luce e di grazia particolari, momenti nei quali il tuo cuore - non riuscendo da solo a contenere le emozioni che lo scuotono - chiede soccorso agli occhi per poter trovare sfogo in un pianto liberatorio.
Questo, per me, è felicità, gioia autentica, emozione e genuino piacere. Ringrazio dunque la vita - ringrazio Dio - per avermi concesso quest'unica ed irripetibile occasione.


Introspezione

Prima o poi, per tutti noi, arriva sempre il momento della consapevolezza, il momento dove, con sufficiente chiarezza, viene dipanato per un attimo quel coacervo - spesso confuso - di volontà, di desideri, di speranze, di aspirazioni e di sogni che alimentano e sostengono quello che io - noi - chiamiamo vita. In quell'attimo supremo di perfetta introspezione diveniamo dunque spettatori di ciò che potremmo chiamare "vita interiore", spettatori di quel motore instancabile origine dei nostri pensieri e delle nostre azioni.
A volte, guardando con attenzione a quello che sembra il "buco nero" dell'Io, mi capita di provare paura; se talvolta, infatti, esso mi appare come un mare tranquillo dove ci si può abbandonare con la sicura certezza di essere cullati dalle sue onde, altre volte assomiglia più ad un mare in tempesta che atterrisce e non perdona chi gli si abbandona fiducioso.
Questo Io - lo sappiamo bene ormai - è quel dono prezioso che ci nobilita ma, allo stesso tempo, è pure quel pesante fardello - la nostra croce? - che ci rende spesso così vulnerabili e fragili… e così soli. Ma, alla fine, sia benedetta questa solitudine se anche in essa posso percepire, sentire e dire (come forse nessun'altra creatura dell'universo potrebbe fare) ti amo.


Esperienza letteraria

Un meritato periodo di riposo dove il "dolce far niente" non crei il minimo accenno di ansia né sensi di colpa: questo è ciò che sto assaporando in questi ultimi giorni di agosto e di un'estate un pò pazzerella.
Tra poco i bimbi ritorneranno a scuola e con loro mia figlia e mia moglie mentre io riprenderò a rivedere quei soliti vecchi brontoloni, aggrappati - quasi avvinghiati - ai soliti problemi e alle speranze di sempre. Ma ho qualche giorno ancora per alzarmi un pò più tardi e farmi viziare un pochino con una deliziosa colazione a letto mentre ascolto - con l'amore di papà - mia figlia cantare. Poi un buon libro e una sedia in terrazzo, e tante emozioni da vivere.
Siamo tornati da poco, tornati da un piccolo viaggio in Austria durato appena quattro giorni; niente di particolarmente straordinario, in realtà, che debba essere ricordato se non la piacevolezza di un clima fresco anche quando qui, in Italia, l'afa e il caldo si fanno particolarmente sentire. Però, oggi pomeriggio, mentre stavo leggendo un passo dell'ultimo libro di David Lodge (è la prima volta che leggo questo autore inglese) mi sono ricordato di un pensiero avuto mentre leggevo le iscrizioni mortuarie nel cimitero attorniante la chiesa di un paesino - Maria Worth - che si tuffa sul Worthersee, il lago più esteso della Carinzia e dell'Austria. In effetti ciò che è successo veramente lì, sopra il colle che chiude la penisola ospitante la piccola chiesa cattolica e la gemella chiesa evangelica, è stato di vivere in prima persona un'esperienza letteraria. Sì, letteraria appunto, perché leggendo quei nomi a me sconosciuti e calpestando e vedendo tutto ciò che loro hanno visto durante la loro vita mi sono ritornate in mente le stupende parole di Antonia Byatt incise sulla lapide, in pietra calcarea, di un suo personaggio letterario: la poetessa Christabel Lamotte. Così dice l'iscrizione:

Finiti i mortali affanni
lasciatemi giacere tranquilla
là dove il vento incalza e corrono le nuvole
sulla cima del colle
là dove mille bocche d'erbe assetate
si nutrono
di lenta rugiada e di pioggia sferzante
del manto di neve che si dissolve poi
soave volontà del cielo assecondando.


Ricovero per anziani

Finalmente una giornata di sole! L'aria è ancora un pò troppo fresca per questi primi giorni di settembre: ma va bene così.
Sono le 8 del mattino e sono in Casa di Riposo. Qui, dopo tanto tempo, ritrovo i "miei" vecchi e il magico "silenzio" del bosco, il canto della tortora e quello del cuculo, e il chiacchierio sommesso del personale paramedico. Sbrigo le poche cose da fare al sabato e mi prendo un pò di tempo per buttar giù queste righe.

Stamane la sveglia suona alle 6:30 e non so cosa darei per restarmene ancora un poco a letto. La giornata di ieri, infatti, è stata pesante e non sono riuscito - nonostante una buona nottata - a smaltire del tutto la stanchezza accumulatasi: ma che m'importa se ad aspettarmi c'è un fine settimana da trascorrere in famiglia dopo le due ore che dovrò "consumare" in Casa di Riposo?
Appena arrivo al lavoro trovo "ad aspettarmi" due ottantenni - signora e signore - seduti nei pressi della macchina del caffè. Osservano in silenzio il mio arrivo - quasi come un evento inatteso - pieni di curiosità. Rispondo al loro saluto mentre mi preparo ad assaporare il meraviglioso aroma di un caffè solubile.
Lei è una signora un pò sorda "schiacciata" in una sedia a rotelle e affetta dal Parkinson che la costringe a parlare a strappi e in modo quasi cantilenante; Lui, invece, è un signore dall'aria tranquilla e "distinta", in giacca e cravatta, che gode - a quanto pare - di discreta salute. Si tengono per mano, quasi senza parlare, e sono ancora lì seduti quando più tardi, rinnovando loro il mio saluto, me ne ritorno a casa.
Ho saputo, nel frattempo, che non sono marito e moglie ma soltanto due persone che si sono "ritrovate" al crepuscolo della vita… qui, in un ricovero per anziani.


Spirito e fuoco

Piove. Una pioggerella fine, insistente. Lì fuori un paesaggio freddo e desolato, e silenzi attorno a me, e silenzi dentro di me.
Cammino tra le stanze, senza meta, e m'affaccio ora all'una, ora all'altra finestra nella speranza di scorgere qualcuno… magari anche soltanto un raggio di sole che rischiari questo grigiore divenuto opprimente.
Sono solo.
Sì, lo so, tra poco arriveranno mia moglie e mia figlia… ma non è quel genere di solitudine che sto provando ora: potrei definirla, forse, un senso di abbandono, un venir meno a se stessi, come se tutto quanto - i ricordi, le speranze, i propositi dei giorni migliori - fosse ormai inutile.

Mi odio quando sono così, quando tutto quello che ritengo essenziale diventa - d'un tratto - una cosa senza più alcuna importanza, una cosa per la quale sembra impossibile aver lottato e sacrificato se stessi.
E come mi spaventa questo mio sentire, e come mi tormenta…
Sono questi i momenti nei quali serro le porte al mondo e più non sono; e a nulla servono i ricordi… non valgono a consolarmi, se non come parole scritte sulla sabbia.

Ho così bisogno delle mie estasi!… un bisogno quasi disperato di continuare a credere nella vita, nonostante una tenace caligine abbia imbrattato le sue bianche mani. E ho bisogno di ritrovare e di riassaporare quella gioia e quello stupore da tempo dimenticati.

Spirito e fuoco!… altro non voglio essere.


Non resta che l'amicizia

Il grigiore dei giorni scorsi sembra essersi finalmente dissolto; solo qualche grigia nuvoletta vaga ancora solitaria in un cielo che si prepara alla notte, mentre un esile spicchio di luna si fa strada tra la luce morente del giorno.
Un cielo perfetto!
A non essere invece perfetto è questo mio cuore che troppo spesso s'abbandona all'invitante abbraccio della malinconia ma senza riuscire poi a ritrarsi prima di essersene ubriacato e stordito.

Ma va lontano, stasera, lo sguardo… ed è uno sguardo pieno di una serenità che ho quasi paura di sciupare, paura di infrangere.
E quanto silenzio!

E mi ritornano alla mente le parole di Leopardi e quella "siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude".
Un ordinario muretto di mattoncini, invece, la mia siepe!… che pure tutto quanto esclude, ma non questo cielo e queste stelle.
E ormai sto scrivendo al buio.

È vero! - come dicono Hesse e tanti altri come lui - ognuno è solo! Solo, di fronte all'universo e ai suoi insondabili misteri che febbrilmente agitano il cuore di colui che instancabilmente cerca; solo, in questo breve viaggio sempre nuovo della vita; solo, nella sofferenza come nella gioia.
Quale, dunque, il baluardo a cui aggrapparsi, quale la nostra salvezza?

Non resta che l'amicizia.


Amicizia e sogni

Nell'aria un suono lontano, una tenera melodia natalizia che apposta sembra confezionata per intenerire cuori e ridestare buoni sentimenti.
Ma non il mio! No, il mio cuore non sobbalza di gioia e non si fa cullare da questo canto che sa di miele senza sostanza, come di cipria e belletto per nascondere inesorabili tracce lasciate dal tempo.
Detesto i facili sentimenti di facciata, i perbenismi, quando alimentati da ipocrisia e falsa premura. Detesto i "vogliamoci bene" e i buoni propositi di un giorno, detesto tutto ciò che domani sarà dimenticato senza lasciare traccia o impegni di cambiamento profondo. E detesto i sorrisi dolci che nascondono i "sepolcri imbiancati" dell'arroganza, della prevaricazione, dell'assoluta mancanza di rispetto.

E mi rendo conto sempre di più che forse sono un uomo difficile, poco propenso alle mediazioni e ai compromessi. E non mi nascondo che il temperamento sanguigno che mi caratterizza, a volte porta ad isolarmi dagli altri facendomi sentire come un estraneo in mezzo alla gente.

Ma nonostante tutto, nonostante tutte le incomprensioni e l'amarezza di essere talora travisato in ciò che dico, non potrò smettere di parlare, e non potrò non continuare ad affidare al vento quello in cui credo profondamente: l'atto stesso, cioè, del divenire persona! In definitiva, quella capacità di provare interesse, di coltivare la premura, il rispetto e la conoscenza: tutte qualità, queste, intrinsiche all'essere e che, se abbinate alla capacità di ascolto e di fare silenzio, permetteranno a noi tutti di costruire quel "palazzo" dove custodire ciò che di più bello la vita può e potrà offrire: l'amicizia e i sogni.


Per ritrovare il tuo cuore

In questo foglio bianco, dove non ritrovo quasi più il tuo cuore, voglio lasciare il mio di cuore; e forse lui saprà parlare al tuo meglio di come potrei mai fare io.
Quante cose ho finalmente capito oggi… e tra queste, l'amara certezza che io non saprò resistere ancora a lungo davanti a questo vuoto che disorienta e uccide.
Mai avrei pensato, mai, di essere così fragile. E come mi vergogno…

Mentre stasera aspetto che tu mi faccia sapere se potrò finalmente chiamarti mi ritrovo, dunque, a scriverti. E non m'importa ciò che scriverò ora… non è questo il punto; ciò che invece importa è prolungare ancora questo tempo con te, quel tempo che tu hai cercato per mesi, quasi mendicandolo, per ridestare la mia attenzione.
Io so, capisco - ora più che mai - tutto quello che devi aver provato quando sembrava che io mi stessi allontanando da te: solitudine infinita, tristezza, senso di abbandono; sì, perché il dolore più grande lo si prova quando si sta per perdere qualcuno che si conosce, qualcuno che si ama… disperatamente.
E io ti ho conosciuta, e sei diventata un'amica… la mia amica del cuore, divenendo in breve tempo quel sogno che non avrei mai creduto di poter sfiorare, di toccare, di vivere. Nessuno prima di te aveva occupato questo posto e nessuno altro potrà mai colmare questa sete come tu hai saputo fare in questi mesi… ma sono anche altrettanto sicuro che nessuno potrà mai farmi soffrire come tu stai facendo adesso.
Lo so, a volte sembro irrazionale… ma conosco l'animo umano; conosco l'uomo, il maschio. E so che lui non mollerà la presa… perché pure lui cerca il sogno, quello splendido sogno che tu rappresenti per me e che lui crede - forse a ragione - di vedere in te. E so che non gli basteranno le parole, so che vorrà sentire la tua voce, e so che vorrà vedere, accarezzare il tuo volto.
Forse non ti rendi conto pienamente che, prima o poi, dovrai affrontare le sue richieste (fossero anche le più innocenti); o forse lo sai, e sei - o sarai - preparata a farlo.

Tu sei sola, amica mia!, e qualsiasi cosa tu decida di fare… per me andrà bene, anche se non dovesse rendermi felice. Il perché?
Perché ti amo.

Sullivan

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