Robin delle stelle

Testi e Poesie (2004)

«Fotografie di stati d'animo. Istantanee di sensazioni che fanno pulsare il sangue, che allargano il respiro, che ti rendono sognatore invincibile... ed altre di sensazioni malinconiche che galleggiano tra ricordi e rimpianti, tra desideri inespressi e confusi, tra struggimenti e passioni deluse».

Robin delle stelle © 2004 - Tutti i diritti riservati
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Un sogno incredibile

Il silenzio e la solitudine. Due aspetti, due situazioni che inducono a riflettere, a scrivere.
Ritagli di spazio, luogo/tempo, per creare quello stato in cui la penna scorre sul foglio leggera e fluida. Senza intoppi ed incertezze, i pensieri elaborati dalla mente vengono immediatamente e indelebilmente fissati con l'inchiostro. È una simbiosi mente/braccio, priva di passaggi intermedi, diretta.
Dovrei cercare di rendere più frequenti questi momenti di solitudine e silenzio, per vedere se uscirebbero più riflessioni, o semplicemente se arriverebbero ad una profondità diversa, e quindi ad un diverso rapporto con me stesso.
Al termine della scrittura di questi brevi pensieri ho una sensazione di benessere, di leggerezza.
Se imparassi ad essere più costante e regolare potrei toccare per iscritto argomenti ai quali dedico solo spazio mentale, senza riuscire mai ad esplorarli. Già, perché scrivere significa anche rileggere, modificare, correggere, apportare variazioni critiche o anche rivalutare, dopo giorni o mesi, ripartendo da un punto ben definito e non daccapo.
Scrivere è leggere, è uno scambio anche muto, che può trovare consenso o avversione, ma è comunicazione.
A volte, giocando con la fantasia, immagino che questa comunicazione si evolva da scritta a mentale, un dialogo di pensieri, rapido e immediato, senza lo scritto a fare da tramite. Immagino che i rapporti si potrebbero moltiplicare, molti formalismi eliminare, ed anche spazi oggi necessari, come questo sito che mi accoglie come un porto che ospita un natante, non avrebbero ragione di esistere.
Dai Sullivan non fare quella faccia, ma prova ad immaginare le tue aspirazioni non più incatenate tra caratteri "arial" o "book antiqua", ma che volano nell'aria secondo codici misteriosi, però leggibili da tutti!
Un sogno incredibile non trovi?


Una fredda serata invernale. Un concerto

Una fredda serata invernale. Girare per la città sul motoretto. Al buio, col freddo, tutto assume un'atmosfera diversa, magica, ovattata. Attorno alla Chiesa di S. Maria in Traspontina, spiccioli di passanti che entrano in fretta, per togliersi dal gelo della notte. All'interno c'è affollamento, praticamente tutti i banchi sono occupati da persone giunte per ascoltare il concerto di musiche di Vivaldi. Riusciamo a sistemarci in un posto un po' defilato rispetto all'orchestra e al coro, siamo laterali.
La bellezza del luogo è notevole, e contribuisce alla riuscita dei suoni e delle parole.
I suoni e le parole si fondono salendo verso l'alto, verso la cupola e poi si rovesciano sugli ascoltatori, abbracciando e rivestendo ogni corpo, ogni entità.
Ascoltare ad occhi chiusi rende ancora di più l'unione con il luogo, l'incanto aumenta, lo spirito si inebria, l'effetto è pura magia. Le acrobazie delle voci giungono dentro ciascuno di noi, facendo vibrare gli animi di sensazioni ineffabili, di emozioni indescrivibili ma reali.
Si raggiunge il culmine con un bis che unisce le belle voci del coro con quelle dei presenti, in un canto natalizio cristiano, la comunione di animi è assoluta.
Sono sereno.


A spasso nella mente (2)

Nuotando tra pensieri sparsi nella mente, il corpo viaggia autonomo, quasi meccanicamente.
La mente rimbalza tra quella deliziosa sala cinematografica di ieri sera, "Azzurro Scipioni", così accogliente con le foto di personaggi famosi del cinema alle pareti, disegni su tavoli addossati ad una parete laterale, pizze cinematografiche sotto i tavoli, macchine da proiezione, un pianoforte ed un bancone da bistrot, il tutto su uno sfondo azzurro come vuole il nome.
E la mente rimbalza a "Cantando dietro i paraventi" di Olmi, e a come siamo stati vicini, abbracciati, teneri e innamorati, per tutto lo svolgimento del film.
E rimbalza alla curiosità di sapere cosa sarà, tra sei mesi, della meditazione appena intrapresa.
Intanto le gambe continuano ad agitare i pedali della bici con ritmo flemmatico e distaccato, nonostante l'ascesa si sia fatta leggermente impegnativa.
Mi affianca e supera un vero ciclista, incitandomi con un "più agile, più agile!" a cambiare il rapporto.
Gli occhi lo guardano interdetti, il cervello sorpreso si ricollega al corpo e segue il suggerimento. La concentrazione si sposta sullo sforzo, il ritmo aumenta, la pedalata si intensifica e il ciclista oramai lontano si immobilizza. Siamo come sospesi nello spazio, la distanza resta immutata, il mio impegno mi blocca insieme a lui. La salita si scioglie in un tratto piano, lo sforzo si allenta e la mente riprende a vagare, abbandonando l'involucro al suo destino sulla bici.
Attraverso un paese, e subito un altro, mi affianca e supera il ciclista di prima, mi chiede se va tutto bene, assentisco ringraziandolo.
Lui fugge rapido e veloce nel suo esercizio fisico, io resto indietro, riprendendo a nuotare tra pensieri sparsi nella mente.


Identità nascosta

Scrivo dando un aspetto di me migliore possibile.
Scrivo di aspirazioni e sogni, ansie e irrequietezze, desideri e realizzazioni; ma è tutto filtrato da un setaccio su cui restano le scorie, le negatività.
Non parlo delle mie vigliaccherie, né di cattiverie o meschinità. Non racconto i miei pensieri più scabrosi o biasimevoli, le slealtà, i comportamenti scorretti, le piccinerie che commetto. Eppure la mia esistenza ne è punteggiata, cosparsa.
L'aspirazione ad un vivere ideale è accompagnata, nella sua manifestazione, da frenate improvvise, cambi di direzione che caratterizzano l'aspetto primordiale, egoistico e meno manipolabile del mio essere.
Il miglioramento, ovviamente, non è nell'apparire luminosi, ma nello sfrondare questi atteggiamenti, anche se nessuno se ne accorge.
La gratificazione viene da dentro di noi, e può essere riconosciuta solo da noi. Agli altri arriverà di riflesso, insita nella quotidianità delle nostre azioni.


Cani nel bosco

Una strada sterrata nel bosco; pozzanghere gelate di un ghiaccio sottile pronto a sciogliersi ai primi raggi solari.
La terra si trasforma in fango. Le ruote della bici avanzano con difficoltà; è un continuo salire e scendere dal sellino; ogni "quasi cascatone" diventa un richiamo ai piedi a camminare.
Procedo fino a quando non si apre davanti un'ampia radura con un ovile disabitato, se non fosse per un cane da pastore che, ricoperto dal suo manto bianco, non mi giudica meritorio nemmeno di un abbaiare.
Non lo lascio stupirsi dell'improvvisa apparizione, giro la bici e con molta calma torno in direzione di dove sono arrivato.
Sparisce il cane insieme all'ovile dietro le curve del sentiero, mentre si alza, non visto, un abbaiare di più cani. Intanto che proseguo la mia strada, quell'abbaiare diventa sempre più distinto, nitido, sino a quando voltandomi scorgo tre cani da pastore, bianchi, correre abbaiando verso di me.
Tra lo spaventato e il faceto mi dico "bene, vediamo ora cosa sai fare!", e memore di un suggerimento avuto da un venditore di armi nonché cacciatore – al quale mi ero rivolto, inutilmente, per acquistare una scacciacani – prendo un bastone frondoso da terra e, agitandolo e urlando disumanamente corro verso i cani. Sorpresi dalla mia reazione, tacciono e si bloccano, incerti.
Io, mi fermo a studiare la situazione.
Riprendono ad abbaiare senza avanzare.
Riprendo ad avanzare a scatti urlando. Si zittiscono, si girano per andarsene.
Mi fermo, caccio qualche altro urlo per ribadire la superiorità.
Mi volto, recupero la bici sotto i loro sguardi, e con una calma che non mi sarei atteso, mi allontano senza mollare il bastone.
Fiiiùùùùùùùùùù! È andata bene!


Percezioni… suggestioni…

Un libro sul comodino.
Veglia con me porzioni di notte.
Un libro può essere tentatore,
come un'amante appassionata.
Ti puoi coricare la sera sperando di svegliarti di notte,
e riprendere l'idillio.
Non tutti i libri sono amanti appassionate.
Non tutte le amanti destano forti passioni.
Il libro in attesa è un'amante appassionata,
e mi parla,
mi racconta di viaggi,
viaggi particolari:
viaggi astrali.
Viaggi che s'intrecciano,
con sogni,
con incubi,
con allucinazioni.
Viaggi al di là di ogni razionalità,
di ogni realtà.
Argomenti pieni di fascino,
di atmosfere irreali,
a volte leggiadre, serene, delicate,
altre che incutono timore, paura, terrore.
Come un rito notturno,
un bicchiere d'acqua in cucina,
stavolta una sensazione di marcato disagio,
frammista a paura.
Nel buio non mi sento solo.
Percepisco una presenza:
qualcosa, qualcuno.
Mi sposto di stanza.
La sensazione si sposta con me.
L'inquietudine permane.
La presenza è cattiva.
In casa il silenzio del sonno non si interrompe;
anche i gatti dormono.
Qualche sperduta automobile,
che percorre imperterrita
le vie silenziose e illuminate,
non mi conforta.
La dissonanza,
tra desiderio di leggere
e disagio,
mi spinge ad avvolgermi tra le coperte,
e il letto mi accoglie,
caldo e protettivo,
cullandomi,
e nel suo tepore
svanisce ogni paura.


Realtà parallele o sogni?

Desidero raccontare un sogno.
Terribile, tragico!

In una città che non riconosco, c'è una strada, ampia, costeggiata da una parete di roccia. Uno strapiombo con sbalzo.
La sommità della parete è alta circa dieci metri, e quattro metri sotto c'è uno sbalzo roccioso, largo poco più di un metro; e sotto ancora di altri sei metri c'è del pietrisco, come sulla riva di un fiume, e poi la strada.
Sono sulla sommità, e da lassù parlo con mia moglie, G., che è sullo sbalzo. In basso, sulla strada, ci sono due uomini, giovani, che stanno passeggiando.
Lei, in bilico sullo sbalzo, sta facendo dei movimenti che la mettono in pericolo di caduta. L'avverto, dicendole di spostarsi, di non restare troppo vicino al bordo. "È pericoloso, scansati".
All'improvviso compare mia figlia A., la più grande, da dietro le mie spalle. Sta muovendosi svelta, saltellando tra le rocce che sono, alcune arrotondate, altre appuntite. Non riesco nemmeno a urlarle di stare attenta, che perde l'equilibrio e scivola tra le rocce dello sbalzo, dov'era G. Sbatte addosso alle rocce, e non riesce a frenare la caduta che prosegue verso il pietrisco.
I nostri urli richiamano l'attenzione di due passanti, che fanno appena in tempo a vedere il drammatico volo.
Vedo A. che, in una impossibile quanto involontaria capriola in aria, atterra sul pietrisco completamente stesa sulla schiena. Il suo corpo ha un fremito violento nell'atterrare. Un guizzo vitale, e poi più nulla.
Impietrito osservo la scena. Impotente.
Uno dei due uomini si trova vicino al punto della caduta. Vorrei gridargli di prenderla, fermare quella tragica corsa. Ma tutto è così rapido che la scena si svolge solo nella mia mente.
Mia figlia è immobile.
Poi mi trovo al livello della strada. Voglio soccorrerla, anche se non si muove.

Chiamo l'ambulanza? La soccorro? Vorrei fare tutte le cose insieme.

Non riesco a stare fermo.
Non posso attendere.
È dramma!

Mi sveglio atterrito. Impaurito.
Non posso riaddormentarmi, non voglio.
Ripiomberei in mezzo a quel dramma.
Non voglio riviverlo.
È atroce!
Resto sveglio.
Non ho nemmeno la forza di leggere.
Sono troppo sconvolto!
Rimango sveglio a ripensare, ancora terrorizzato!

Tra le ipotesi legate ai sogni, ce n'è una in cui si dice che i nostri sogni sono realtà di altre dimensioni. Come se quello che sognamo, altri noi identici, lo vivono. Come se noi fossimo davanti ad uno schermo, che ci mostra un'altra realtà, che un nostro doppio sta vivendo in quel preciso istante.
Assurdo pensare la paura immensa che ha vissuto il mio doppio. La paura folle che A. non si sarebbe più rialzata.
Passata la paura, una volta ben desto, la contentezza che è stato solo
un sogno!

Ma se fosse vera quella teoria di un'altra dimensione gemella, in questo momento c'è un padre che forse sta piangendo la figlia!
Sono vigliacco se dico che preferisco non pensarci?


In treno

Desiderio di scrivere, vuoto di idee.
Un fiorire di spunti, argomenti diversi, ma nessuno che prevale sugli altri.
Tante basi da plasmare, modellare, ma manca quella che ti attrae con forza e decisione.
E pensare che ho atteso queste ore con piacere e da diversi giorni.
Questo ritorno a casa, dopo alcuni giorni di fiera; queste quattro ore di treno me le pregustavo con piacere, ed invece… eccomi qui.
Se analizzo la paralisi mentale che mi avvolge, la giustifico con le parole spese allo stand, con l'affollamento del treno, in cui il gioco ad incastro delle gambe e dei piedi con i vicini di posto, impone posizioni obbligate, poco comode e la concentrazione si fissa sui gesti di chi mi circonda, visto il buio che dipinge il paesaggio intorno a noi.
Un buio interrotto dai fari di automobili, ricostituito dall'ingresso nelle gallerie che si susseguono, di nuovo illuminato da un paese di questo Appennino ancora imbiancato di neve.
Lettura, dialoghi e sonnellini sono le occupazioni di noi viaggiatori. Un'imprevista fermata si tramuta in un improvviso risveglio d'interesse, che la ripartenza assopisce di nuovo.
Alterno la lettura a questi scritti, mentre la mia vicina di bracciolo divora con soddisfazione un panino, scuotendo via briciole dispettose.
Il via vai di persone non cessa del tutto, anche se a quasi due terzi del viaggio subisce flessioni.
Attraversiamo Firenze mentre l'ultimo boccone di panino termina, e arriva il turno di un'arancia.
Osservo incuriosito i diversi comportamenti di chi si alterna, in attesa, davanti alla toilette occupata, ma non segnalata da una spia che rimane eternamente spenta.
Frammenti di brani telefonici, riempiono l'attenzione di chi è costretto ad ascoltare un tono di voce incontrollato.
E Niccolò Ammanniti attende di essere ripreso in esame, da quegli occhi che fissano il vuoto davanti a sé, di questa sconosciuta compagna di viaggio.
Il berretto da monello di quella ragazza in piedi, laggiù, ha attratto l'attenzione sin dalla partenza. Anche se l'ammetto, prima del berretto, avevo notato quello spicchio di pancino scoperto, mentre fumava l'ultima sigaretta, sulla banchina della stazione, in questa freddina serata di partenza milanese.
L'arrivo del capotreno, per un controllo, ravviva un'atmosfera sonnolenta, mentre scopriamo che il ritardo è di una ventina di minuti: impensabile viaggiare senza il ritardo!
I telefonini occupano una discreta percentuale d'interesse, e mentre Ammanniti si riapre alla pagina del segnalibro, una fanciulla usa la toilette per far ricaricare la batteria del proprio cellulare.
Nello stesso istante, la ragazza di fronte mostra lo stato delle sue carie, grazie ad uno sbadiglio improvvido.
Il treno ha acquistato velocità, e gli scossoni aumentano insieme ad un risveglio generalizzato, e questi vangeli apocrifi, miei compagni di viaggio, mi invitano a proseguire con loro questo ritorno.


Astrazione e concretezza

L'astratto: tutto ciò che ruota attorno a idee, sentimenti, fede, fantasia, sogni.
Il concreto: quello che ti confronta con le necessità di ogni giorno, quali il mangiare, il dormire, il vestire… e che ti portano a quella azione individuata dalla parola "lavoro".
Riuscire a coniugare astratto e concreto, significa avere un atteggiamento unico, coerente, continuo. Vivere il lavoro, e i rapporti che esso determina, con serenità, senza lo stridore tra due realtà che diversificate possono risultare schizofreniche.
Mi sforzo di vivere l'aspetto personale, cioè l'astratto, nella sua massima espressione, cioè riversandolo anche nell'attività lavorativa, cioè nel concreto.
Il risultato è vario: in alcuni casi ti si svelano aspetti inimmaginabili in persone con cui hai rapporti da anni, trovi affinità nuove, nuovi dialoghi e un motivo in più per apprezzare il lavoro.
In altri casi passi per stravagante, il tizio un po' strano, ed allora torni a mimetizzarti e a camuffarti, mostrando l'aspetto professionale che, chi ti sta davanti in quel momento, è l'unico che desidera…

Mentre sto scrivendo arrivano due persone con strane attrezzature. Sono tecnici e hanno installato un'apparecchiatura per riprendere la cova del falco pellegrino.
Filmeranno per mesi, fino a quando i piccoli nati non voleranno.
Arrivano anche i guardiaparco che vigileranno su tutto questo.
La pace del luogo è interrotta.
Se ne scusano e, per farsi perdonare, mi invitano a vedere su uno schermo lillipuziano il collegamento in anteprima della cova.
Sospendo la scrittura.
Vado a curiosare.


Sogni

Vorrei essere un poeta,
per raccontare sogni.
Sogni diversi,
da dedicare
a chiunque li richieda.
Sogni con i colori,
tenui e delicati di un acquerello,
intensi e passionali,
pennellati con tinte ad olio.
Sogni sgargianti e vividi,
sogni cupi e tenebrosi.
Racconterei di sogni pieni di suoni,
dolci e armoniosi,
inquietanti e stridenti.
Racconterei di sogni
in un profluvio di odori,
aromi penetranti,
profumi evanescenti,
che durano
il tempo di un respiro.
Racconterei di sogni
bagnati dalla pioggia,
abbagliati dal lampo,
allietati dal sole,
mitigati dalla brezza,
carezzati dal vento,
flagellati dalla tempesta.
Racconterei di sogni
nel rumore
di una folla,
nel silenzio
che è in me.


Teatro "Sullivan"

Una piazza nella periferia di una piccola città di provincia. Un luogo con poche case, e una struttura itinerante che si erge temporanea: un teatro tenda.
Fuori, refoli di vento punteggiato da qualche goccia di pioggia, il buio notturno e passanti frettolosi quanto rari.
Dentro, le panche per sedersi, poggiate su un pavimento di terra ed erba.
Sulle panche, per la quasi totalità sole e inutilizzate, è seduto qualche isolato spettatore, immerso nel buio di una platea fredda, non riscaldata.
L'ingresso è libero, ma ciò non basta a catturare attenzione.
Un palco fatto di tavole di legno, consumate da scarpe e dal tempo, si staglia sul fondo di questa piccola sala. Un riflettore, uno solo, ne illumina un angolo, il resto è penombra, e poi l'oscurità prende posto, unendolo alla platea.
Sotto il riflettore una sedia e un microfono che poggia su un'asta, inutilizzato e superfluo, vista la scarsità di pubblico. La voce, nuda, può coprire ogni spazio.
Sul palco, in piedi, nella zona di confine tra luce ed ombra, attenti a mantenere il volto nascosto dal buio, si alternano scarsissimi attori.
La loro performance è un racconto, una poesia declamata, un testo improvvisato, un altro preso da un libro di autori famosi e no.
Brani e versi che parlano di gioie e dolori, quasi mai divertenti, a volte più vivi, altri non destano emozioni. Ma tutti veri, vissuti.
Fotografie di stati d'animo. Istantanee di sensazioni che fanno pulsare il sangue, che allargano il respiro, che ti rendono sognatore invincibile, ed altre di sensazioni malinconiche, che galleggiano tra ricordi e rimpianti, tra desideri inespressi e confusi, tra struggimenti e passioni deluse.
Spettatori scarsi, anche loro: alcuni resistono il tempo di un assaggio, altri, imperterriti, ascoltano immoti e impassibili.
Raramente esprimono reazioni, assenso, dissenso, restano attenti e muti. Così come gli attori, i quali non tentano un approccio, non provocano un contatto, ma limitano il loro sforzo alla trasmissione di un sentimento, al suscitare di un'emozione che unisca l'essere che parla con l'essere che ascolta.
La luce del riflettore si affievolisce, la platea resta vuota. Pronta per un altro giorno.
È tutto.


Lacerazioni

Questo stato,
questa inquietudine,
graffia lo spirito,
morde e lacera
l'aspetto più intimo.
Una sorta di rimpianto,
ineffabile,
un desiderio di lacrime,
non per guarire,
ma quasi per protrarre
questo male di vivere,
per immergersi,
ancora di più,
in un pantano,
senza vie d'uscita.
Abbandonarsi,
lasciarsi andare,
lasciar che il tempo
compia
il suo misfatto.
Riprender su
il tuo fardello,
crudo compagno,
di questo umano
vagabondare.
Segui altre strade,
scopri sentieri,
ma l'agonia
permane in te.
Cosa desideri?
Cosa ti manca?
Solo domande,
niente risposte.
In questa notte,
silenziosa come altre,
erompe un urlo,
da dentro te:
straziante,
angosciante,
ma mai nessuno
l'ascolterà.


La pioggia

Chino sulle ginocchia, usate come piano d'appoggio per scrivere, le spalle addossate alla parete di un sottopasso ferroviario, osservo, spettatore costretto, la pioggia su questo tratto di campagna romana.
Transitano indomiti e affezionati corridori, che neppure un'acqua leggera ma fitta riesce a frenare.
Il rumore della pioggia: le gocce che centrano una pozzanghera hanno un suono diverso da quelle che colpiscono le foglie, ad altre che si stampano sul terreno, sorde o che rimbalzano echeggianti sulla mantellina che mi sta riparando.
La pioggia, a momenti più fitta, si dirada e poi torna invadente.
La bellezza, la quiete di una campagna lavata dalla pioggia, suscita sensazioni di poesia, con un cielo grigio, compatto, senza speranza di sole a breve.
I cerchi delle gocce nelle pozzanghere ora sono più radi, ma tra poco riprenderanno di nuovo una maggior frequenza.
Ogni tanto un'auto passa e rallenta ad osservare incuriosita l'insolita scenetta di un ciclista accucciato a scrivere, sotto un ponte.
Un volo basso e breve di un uccello, non identificato, assorbe l'attenzione.
Nelle pozzanghere i cerchi si scontrano e smorzano il loro espandersi, in una frenesia dettata dal ritmo delle gocce ora rinvigorite.
Tratti di acquedotto romano, sparsi e dominanti questo breve orizzonte, sono lì, incuranti della pioggia, ad incantare e far sognare spiriti di ogni età.
Il colore del cielo si è incupito ancor di più: la giornata è bellissima.


Sprazzi improvvisi

Il vento spettina la vegetazione sul crinale del vulcano spento.
Minacce di pioggia incombenti, esaltano la solitudine dei luoghi.
La riservatezza e il silenzio mi invitano a penetrare i loro misteri.
L'erba, gli alberi, le piante, le acque distanti, mi parlano in silenzio.
Il rumore del vento, vortici sonori che variano continuamente intensità e direzione.
Un fungo solitario, cresciuto in una posizione impossibile, testimonia la volontà e il desiderio di esserci, a dispetto, quasi, di una razionalità ovvia.
Inaspettata, si affaccia alla mente l'immagine di "Un film parlato". Un viaggio, tra cultura e conoscenza, nella storia, verso antichi e caldi approdi mediterranei, dapprima, e nella sua prosecuzione alla scoperta di paesi, ancor più caldi, nei mari arabi.
Una narrazione calda e suadente, incontri affettati e manierati, premessa di un epilogo che frantuma, come un cristallo che va in mille pezzi, lo svolgimento pacato e solare.
Un'opera che arricchisce lo spirito, di un altro piccolo tassello, di un bagaglio sempre troppo leggero.
E si acuisce quel sottile rimpianto, che si insinua, vigliacco e tacito, in un animo che continua a chiedersi: perché?


Notes

Un piccolo notes
raccoglie e conserva
i pensieri più nascosti,
più intimi.
Complice
il silenzio,
a volte della notte,
oppure
di un luogo isolato,
invita svelare,
a lasciarsi andare.
Alla muta pacatezza
di una notte cittadina,
violata
dai motori
di automobili
che scivolano via dolcemente,
libere dell'insofferenza
al caos del giorno,
il sapore,
il gusto
di queste atmosfere,
viene diluito
dal pensiero
che sta scorrendo via
il tempo dedicato al riposo,
e la terribile,
meticolosa,
suoneria della sveglia
assolverà fino in fondo
il suo compito,
di guardiana dei doveri.
Scivolare nella notte,
perdersi,
tra ombre e penombre,
allentando il controllo
sui pensieri.
Rovistare
nei cassetti della mente,
per cercare argomenti
che diano un senso
a monologhi insulsi,
ad una esibizione
informe,
di parole,
di frasi,
che si annulla
insieme alla luce di una lampadina
dalle pile esaurite…


Trasformazioni

Tra i tuoi capelli color rame,
se ne affaccia, improvviso e malizioso,
qualcuno bianco.
Scorgo il tempo che passa,
piccoli segnali.
Da tanto ormai il bianco
ha iniziato a coprirmi col suo velo.
Carezzo la tua pelle ancora liscia,
il tuo corpo tonico,
avvezzo all'esercizio sportivo,
dà qualche fugace traccia
del futuro che sarà.
Mi rifletto in te.
Come uno specchio
del giorno dopo,
tu domani sarai
ciò che oggi son io.
Rassegnazione, ribellione,
accettazione, rifiuto.
Sentimenti,
sensazioni che si alternano,
si scalzano,
si confondono,
si respingono.
La consapevolezza di un corpo come un abito,
una volta consumato, lo accetti com'è.
Il desiderio e la volontà di giocare con la mente,
con il pensiero,
affinché il tempo
non risulti nemico,
mortale,
ma scandisca un ritmo,
un passaggio
dell'ascesa
verso l'infinito.


Il silenzio

A volte è esplicito quanto e più delle parole.
Ma è sempre e solo silenzio.
Lo cerchiamo, per nasconderci in esso. Per riflettere. Per ascoltare i nostri pensieri, e per farli affiorare dal pantano in cui si muovono.
Lo sfuggiamo per non vedere. Per non sentire ciò che non desideriamo. Per non soffermarci su cose che ci possono dare difficoltà, o per evitare confronti spiacevoli.

Il silenzio è affascinante trovarlo in un bosco, in una radura, sulla sommità di un'altura o lungo le rive di un corso d'acqua.
Il silenzio ti avvicina al cielo, all'assoluto.
Il silenzio ti fa osservare le nuvole donando una sensazione di grandiosità, di immensità del creato, e nello stesso istante la nostra dimensione diviene talmente piccola, da sentirci come formica davanti ad una montagna, un senso di inanità ci avvolge, l'orgoglio umano si ritira in un angolo.
Il silenzio.
Ascoltalo, ti parla.
Il silenzio.


Ciao professore

La morte ti sfiora con le sue vesti,
ti passa vicino,
non volge lo sguardo intorno,
non te ne accorgeresti nemmeno,
se non fosse per il tuo vecchio professore,
che è stato il prescelto.
Quel vecchio professore,
che da studente
detestavi senza sforzo,
e da uomo, ormai adulto,
hai valutato diversamente;
con un po' di compassione,
per la sua solitudine,
e un po' di stupore,
perché nonostante l'età,
aveva un non so che di bambino:
forse i suoi occhi chiari,
o forse quegli sprazzi di vita, dimenticata
tra le pieghe della memoria.
La morte ti sfiora,
e porta via con sé,
un pezzetto infinitesimale
del tuo vissuto, dei tuoi trascorsi.
Siamo una cosa sola,
noi e chi ci circonda.
Anche se parliamo di persone distanti,
con cui vai a cena ogni certo numero di anni,
e non senti o vedi per lungo tempo.
Le persone,
gli altri,
sono dentro di noi,
come macchia indelebile,
seppur trasparente,
tanto da non accorgersene:
sono dentro di noi.
La morte non mi spaventa.
Ma porta via qualcosa,
che non puoi sostituire,
puoi rimpiazzare,
ma non è la stessa cosa.
Una sensazione strana,
malinconica e serena insieme,
dolce rimpianto e
tenero ricordo.
Ciao professore.


Il sorriso di un euro

Un grosso borsone nero a tracolla, all'apparenza pesante, segna il passo affaticato di un venditore nero, sotto un sole inflessibile, su una bollente sabbia tirrenica.
Si dirige deciso verso noi due, distesi a discettare di Kaballah.
Ci ha scelti.
Non so in base a cosa, ma ci ha scelti.
Deposita il borsone, dopo averci salutato, e si siede sulla sabbia.
Dalla chiusura lampo ormai aperta, emergono magliette bianche e calzini neri, offerti a noi, improbabili acquirenti.
I suoi profondi occhi scuri, esprimono una richiesta di solidarietà, che il suo linguaggio non sa comporre in italiano.
Prendo una scorciatoia.
Frugo nello zaino, e dalla tasca dei pantaloni recupero una moneta.
Gliela porgo.
L'accetta, riconoscente.
Si allontana ringraziando e salutando - ciao amico!

La coscienza è tacitata.
Ma la buona azione è tale come sembra?
Se gli do un aiuto di un attimo, gli ho dato una mano oppure gli ho distorto la realtà?
Ho indicato una via errata per risolvere le sue necessità?
Pensieri contrapposti, ma ognuno con la propria validità.
Non conosco la soluzione, se ne esiste una.
Ma si è allontanato sorridendo…


Un problema meccanico

Un meccanismo inizia a dare i segni dell'usura. E allora che si fa?
Prima un'indagine conoscitiva, e poi si sceglie il riparo opportuno da apportare.
E così mentre attendo il momento, imminente, per la risonanza magnetica, sospendo ogni attività sportiva.
Certo, rimanere sulla riva del mare, sciogliersi al sole, osservare con invidia chi fa splash…
Senza consultare la spalla destra, e invece, dopo essermi accordato con gli altri componenti del puzzle bipede, quasi antichi cospiratori, decidiamo silenziosamente di immergerci.
L'acqua, è ad una temperatura piacevole, e non desta il sopore di chi ha trascorso le ultime settimane a mormorare geremiadi.
Procediamo nuotando con sciolta disinvoltura. Si scivola, piacevolmente cullati da un leggero movimento di onde.
Tutto ad un tratto, la noiosa (sì, sempre lei: la spalla destra) chiede notizie sulla sensazione di umidità che le perviene.
Gli altri, infingardi, la irridono, la sbeffeggiano, la motteggiano, ne deviano l'attenzione.
Confabuliamo, e optiamo per un rapido rientro a riva, prima che la "tonta" capisca.
Purtroppo ha compreso di essere stata circuita!
Risultato?
Ombrosa com'è, ha messo su un tale muso che… per ripicca ha deciso di rendersi immediatamente dolorante, impedendo un altro splash… ma non riuscirà a impedirci questa serata di Archeo jazz…

I resti della Villa dei Quintili: una magnificenza espressa dai marmi che lastricano la piscina del frigidarium, mentre il calidarium, il ninfeo e le altre parti della villa, esistono solo nella struttura che ha resistito ai saccheggi medioevali e oltre.
L'Appia Antica l'accoglie e ci ospita, come una mamma tenera che coccola i suoi bambini, non appena la luna sparge il suo chiarore, e le stelle servono per inventare nuove fiabe, per vagare nei sentieri dei sogni.
La Villa si mostra sospesa nel buio, illuminata da sapienti riflettori, sorretta dalle note, calde e stridenti.
Note, modulate da sax e tromba, ricercate da trombone e percussioni, inventate da tastiere e basso, accarezzate e blandite da voci, che le aggregano e le sospingono verso lo sfondo scuro della notte, avvolgendoci come un leggerissimo manto che unisce spiriti assetati.


Delirio

Socchiudi gli occhi.
Filtri la luce di un sole accecante.
Rallenti il respiro.
Cerchi di diffondere la calma,
dentro te.
Tenti di rimuovere,
speri di sfilare,
lo stiletto affilato,
acuminato e sottile,
piantato nel tuo essere,
nel profondo.
Non appena le tensioni del quotidiano,
legate ai bisogni del giorno per giorno,
si allentano,
riappare l'ansia,
il non so che.
Si diffonde in ogni dove,
si appropria di ogni minimo spazio,
lo occupa,
ne difende i confini dopo l'invasione.
Non organizza assedi,
non tratta capitolazioni,
semplicemente
occupa.
Si insedia,
e basta.
Apri gli occhi,
il versante della collina è solo verde, intenso,
privo d'impronte umane;
la pace che trasmette
non modifica quel senso di dolore
che ti sale dall'interno.
Anche il volto,
anche le labbra,
sembrano adeguarsi,
atteggiandosi
in una smorfia sofferente,
in cui non vuoi,
o non riesci a riconoscerti.
Volgi oltre lo sguardo,
paesi,
agglomerati di case,
come spruzzati tra boschi e campagne,
ti fanno chiedere se là,
tra strade e vicoli,
tra piazze e cortili,
tra stanze e cucine,
balconi e finestre,
ci sono persone che vivono
le tue stesse ansie,
i tuoi tormenti,
le tue inesauribili angosce.
E, provocatorio,
balza un perché nella tua mente:
e se fosse solo delirio?
Una malattia immaginaria,
gratifica per il tuo ego?
Quel tuo pensarti,
sentirti vicino,
se non simile,
a Cesare Pavese.
Quella malinconia dolce,
che pervade i suoi libri,
quel terribile struggimento,
la nostalgia ineffabile,
il doloroso e lieve
lasciarsi vivere.
La conclusione,
repentina e immaginabile,
del por fine
a uno strazio continuo,
incessante.
Anche questo pensiero
attraversa la mente.
Scorciatoia,
non seducente,
verso cosa?
Verso dove?
Verso una ripetizione di vita,
che riprenda
dalla stessa lacerazione
in cui è stata interrotta?
E a cosa varrebbe
Una pausa?
Proseguire,
continuare,
ad oltranza,
anche se,
forse,
è solo delirio.


Pinakothek der moderne (Munchen)

Solo a spasso per il museo:
un notes in mano,
e con la penna ho raccolto
sensazioni
in piedi,
seduto,
poggiato ad un parapetto.

Fregio

Ammassi di lamiere,
forse simboli di automobili,
schiacciate,
gettate.
Fili di lana, sottili, colorati,
incroci a mezz'aria,
soffitto/pavimento, pavimento/parete,
dividono la sala in segmenti,
porzioni di spazio
in cui ti inserisci.
Scatole vuote.
Disegni con lampade a fluorescenza.
razzi, grattacieli,
sensazioni in movimento,
tendere al cielo.
Pitture,
figure umane capovolte,
stilizzazioni con scie di colori,
tubetti spremuti,
animano il fondo nero.
Warhol e le sue costruzioni:
le foto,
i ritocchi,
le intuizioni,
i disegni,
le pennellate.
Pannelli di compensato, grezzi,
tavole, riquadri di colori,
tenui, violenti, cupi.
E foto, come quadri perfetti, nitidi;
soggetti di nature, di esseri umani,
e scorci di vita quotidiana.
Vecchi trenini, limoni,
boccette con chissà quali preparati,
vecchi telefoni:
oggetti-sculture.
E ancora squarci, fori, tagli, strappi,
su lastre di rame, su tele colorate.
E colori sgargianti,
pennellate stridenti
che fanno rumore.
E surrealismo,
viaggi onirici,
angoscianti,
urlanti,
interrotti.
Le figure strambe di Klee.
Klee, a sua volta, diviene
il soggetto di Munter.
I resoconti, variopinti, di incursioni
nel fantastico di Kandinsky.
L'architettura degli ambienti,
la struttura dominata da cerchi,
raggi, vetri, ballatoi,
la luce solare illumina il tutto,
e i passaggi di nuvole
ne determinano variazioni d'intensità.
Il bianco delle pareti,
l'ariosità delle sale,
tutto tende a caratterizzare
la modernità.
E altri fili di lana,
inseguono contorni di pilastri,
unendoli con passaggi a soffitto.
Lamborghini,
esposte nel buio
indovinate da luci verdi,
che ne stravolgono linee e colori,
in un'atmosfera
da film di Wim Wenders.
E le toilettes pure,
vivono il momento moderno,
talmente future,
da tendere la mano,
alle forme
del passato dei nonni.


Arco di luna

Esile arco di luna,
taglio sognante
nel buio profondo
della notte.
Una stella brilla
solitaria e distante,
e ne esalta
il fascino silenzioso.
Impalpabili,
disabitati
spazi siderali,
richiamo alla navigazione
di spiriti inquieti.
Superflue
le parole,
le anime si sciolgono,
annullandosi
nell'immenso
che ci contiene,
in cui partecipiamo.
L'oscurità
volge in chiarore,
traghettando
entità innamorate
verso
i rumori del giorno.


Perdersi

Perdersi in un bosco,
perdersi nella vita.
Seguire una via nota, per poi lasciarsi tentare dall'ignoto, dall'avventura.
Imboccare un sentiero sconosciuto, seguirne curve, giravolte, incroci.
Un intrico in cui non ci sono riferimenti. Gli alberi fitti, chiudono lo sguardo verso il cielo.
Il sole filtra a fatica, creando piccole isole di luce, tra zone d'ombra incantate.
Il timore di perdersi viene all'assalto, pone il dubbio se proseguire o tornare verso strade viste.
La paura è forte, la curiosità lo è di più:
andare avanti è imperativo.
In fondo è un bosco, ha i suoi confini.
In fondo è la vita, ha i suoi limiti.
Arrivare finalmente su una via conosciuta. Percorrerla, rilassarsi, sentirsi tranquilli.
Ma ecco altri sentieri l'intersecano.
E di nuovo lasciarsi tentare, ripartire verso l'ignoto. E rinascono perplessità e paure.
Riaffiorano incertezze e desideri di conoscenza.
Sempre più il bosco è la vita.
I sentieri s'incontrano, divergono, per unirsi di nuovo, in un susseguirsi di abbracci e respingimenti.
Il fondo diviene dissestato, sempre di più.
E sempre più incombe la voglia di tornare indietro.
Ma resiste il bisogno di andare avanti.
Al di là di un orientamento quasi perduto, di un fondo sconnesso, di un timore nato da un vicino abbaiare di cani.
Torna ad offrire accoglienza un sentiero già percorso. Dona sicurezza con la sua dimensione, e i sassolini immersi nella polvere che ne segnano lo scricchiolante dipanarsi.
Così la vita.
Così piena di misteri, affascinano e intimidiscono. Ci lanciamo verso di loro e ne rifuggiamo.
Brevi incursioni su territori inesplorati, e desiderio di ritrovare sicurezza.
Ed ogni volta spingersi un po' più in là, dove non si è mai stati, allargando i confini del proprio universo.
Per non fermarsi.
Mai.


Dove i sogni si spezzano

Sei apparsa in sogno,
rapida e fugace.
Quasi in punta di piedi,
evanescente.
In un severo salone,
di un palazzo nobiliare,
la tua bellezza,
il tuo sorriso,
così improvvisi, così inaspettati,
illuminano
cupe penombre.
Silenziosa,
offri le tue labbra,
la tua bocca,
la tua gola.
Sento
tutta la tua tenerezza,
la dolcezza,
il tuo trasporto.
Un sussulto mi assale:
la gioia e il brivido di ritrovarti.
Il contatto.
Il sussulto
vira in soprassalto.
La lieve pressione delle tue labbra
non diviene fremito,
muore in un luogo
dove i sogni si spezzano,
s'infrangono,
e dove alcuno
li ritroverà mai.


Notte fonda (2)

La casa, i palazzi intorno, sono silenziosi.
Le strade no.
Le auto graffiano il sonno di una notte d'agosto, in maniera continua, costante, inesorabile.
La vita si dilunga nelle vivacità di nottate in cui la sveglia non sarà il gendarme dei primi chiarori.
E il suono dei motori caratterizza la traccia di una biro, sulle righe di un piccolo notes.
L'accelerata di una moto, violenta e repentina, offende i sogni fluttuanti dentro stanze dalle finestre spalancate.
Una striscia di cartone arrotolato si fa notare nella semioscurità di questo tavolo, filtro in eccesso e dimenticato, di sigarette confezionate da giovani cultori di erbe esotiche.
La scrittura rallenta, sino ad interrompersi all'esaurirsi delle pile della piccola lampada.
Un rovistare nel buio di un cassetto, riporta l'energia ad illuminare una porzione di tavolo.
La dolcezza, il fascino della notte riemergono nelle pause sempre più lunghe, negli spazi di un'auto che insegue una moto, che insegue un'auto che corre dietro a un amore a portata di mano, ma che sfugge un attimo prima di essere raggiunto.
L'ora, l'oscurità, il silenzio, la solitudine dissipano tensioni, sciolgono rigidità, lacerazioni che la luce del giorno, più tardi, riproporrà.
Ci si rivestirà della propria immagine, come un abito riconosciuto e noto a chi ci circonda, anche se per diversi aspetti quell'immagine è distante dal soggetto che l'indossa. E ci si ostina a mostrarla pur se la si vorrebbe mutare: non smantellare, ma modificare.
Schiavo di un cliché: si è così nel profondo, o perché gli altri si aspettano questo da noi?
L'anelito, il desiderio represso di assumere un atteggiamento dirompente, o comunque lontano dal consueto, si infrange sugli schemi mentali che ci siamo costruiti.
Pensieri notturni, forse il giorno li disconoscerà.


A mia figlia

Ti vedo seria, avvilita, triste.
Uno stato che non s'addice ai tuoi diciannove anni.
Un'età, per chi come me l'ha trascorsa da tempo, che è allegria, gioia, entusiasmo, dolci follie, incoscienza.
Ti senti tradita, umiliata nei sentimenti, derisa e oltraggiata da quei compagni (la parola amici è eccessiva) che con la loro omertà, hanno nascosto e giustificato una tresca giovanile.
Quel silenzio ti ha ferita, profondamente.
La depressione si amplia, si estende.
Coinvolge le tue scelte: vecchie e nuove. Ti rende indifesa, accresce le paure, ti fa scoprire perplessità che prima non esistevano.
Tutto diventa difficile, irraggiungibile.
Anche un test universitario diventa un ostacolo quasi insormontabile.
Vorrei donarti serenità, e trasformare le tue paure in certezze.
Vorrei cambiare le angosce in risate.
Mi trovo invece spettatore impotente, nell'attesa che il tempo ti riporti il sorriso.


Pomeriggio nel lago

Fotografare emozioni,
sensazioni,
impressioni.
Catturarle mentre sgorgano,
per, poi, trasformarle in parole,
riversarle su carta.
Immergersi nel lago,
inserirsi,
scivolare nell'acqua immobile e tiepida.
Nuotare è dirompente
per la calma del luogo,
e allora il ritmo dei movimenti è lento,
costante;
si avanza senza ferire l'acqua,
ci si adagia,
e si diventa un elemento naturale,
così come piante,
che dal fondo melmoso,
salgono verso la luce,
allungando i rami filiformi,
come teneri tentacoli.
Il sole del pomeriggio,
gioca nell'acqua,
penetra nell'oscurità del fondo,
e rassicura,
e libera cupezze
che il buio richiama.


In sogno

Sto viaggiando sul sedile posteriore di un'auto.
Dentro l'abitacolo oltre a mio fratello, che guida, mia madre, una mia sorella e l'improbabile presenza di mio padre, non in vita da una dozzina d'anni.
Come quando eravamo ragazzi, mio fratello ha una guida veloce, corre.
I luoghi li riconosco: un tratto autostradale, poche decine di chilometri a nord di Roma.
Evita un contatto con un motociclista, con una manovra azzardata, piombando sulla discesa successiva a velocità elevata.
Come in un sogno (ehi, ma questo è sogno!), esco dall'auto e osservo la scena dall'alto, e vedo il veicolo proseguire troppo velocemente, sbandare, perdere la direzione, continuando la sua irragionevole corsa al di là del guard rail, tra ribaltamenti e urti, verso il fondo di una scarpata, dove termina la sua energia, tornando nella posizione con le quattro ruote sul terreno, in piano.
Dopo qualche istante li vedo scendere, lentamente, dall'auto. Sono solo quattro, manca il mio "io".
Non mi avvicino, non oso, per non avere la conferma di ciò che immagino e temo.
Si allontanano di pochi passi e li vedo, e ascolto le loro voci.
Mi avvicino chiamandoli, non mi odono. Alzo il tono, e niente. Urlo che sono qui: non si accorgono di me.
Una figura lieve si è avvicinata, la percepisco solo io.
È leggera e svolazzante, osserva incuriosita: è una figura femminile.
La sua apparizione smorza per un momento la mia preoccupazione.
Torno, con l'attenzione e il corpo, dai miei.
Cerco un contatto che trovo stringendo un braccio a mia sorella. Stringo, aumentando man mano l'intensità della stretta, con l'approvazione silenziosa di quella presenza. Serro quel braccio con tutta la forza, disperato.
Vengo percepito, ne stanno parlando.
Faccio lo stesso con mamma.
Nelle loro frasi colgo la rassegnazione, l'ineluttabilità dell'accaduto.
Sento l'energia della mia stretta diminuire, affievolirsi, gradatamente svanire.
Le mie mani non stringono più.
Non rispondono agli impulsi ricevuti.
L'unico contatto sparisce. La mia disperazione, sorda, si amplifica, trasformandosi dapprima in rabbia, e poi in accettazione dell'accaduto.
I miei, silenziosi, si allontanano lentamente.
Resto là, attonito, sperduto, spaurito.
Urlo dentro me "E ADESSO COSA FACCIO?".
La figura femminile mi risponde silenziosa, "decidi la direzione verso cui andare, e vedrai che ti muoverai senza sforzo: è semplice, prova!" e si allontana in un'atmosfera irreale, verso un cielo limpido e luminoso.
Solo.
Solo con i timori dell'ignoto che mi attende.
Solo con i cauti spostamenti aerei.
Solo, con la realtà che mi riporta di qua da un sogno.


Deserto di Yehuda

Lo stupore di un deserto di pietra.
Rilievi che si susseguono, uno diverso dall'altro. Consumati dal vento. Segnati, incisi, forse da antichi corsi d'acqua.
La bellezza, con l'aridità dei luoghi, fa smarrire le parole.
Restano emozioni inespresse.
Fermiamo l'auto. Ondate di calore ci assalgono bollenti.
Su una delle tante sommità arrotondate, un cippo ed una croce.
Alla loro ombra un beduino è intento a preparare il thè. Due bambini, suoi figli (?), giocano con niente.
Più in là, un cammello, vestito per turisti, osserva annoiato.
Nessuno ci guarda, non ci reputano interessanti.
Sul fondo, tra pareti ripide e scoscese, un'oasi.
Un monastero, addossato alle rocce, emerge con le sue incredibili cupole azzurre, risaltanti sul marrone e sull'ocra che lo circonda.
Segnali di vita si scorgono da greggi di capre, ma dei loro pastori, beduini, nessuna traccia.
Uno dei bambini ci segue alla macchina.
Le monetine che riceve lo lasciano indifferente, quasi un fatto dovuto.
Il dono di un frutto, che avevamo con noi, fa sbocciare un sorriso: è contento.
Il saluto che ci manda con la mano, ci accompagna fino alla curva dietro cui l'auto sparisce.
L'incanto del deserto torna ad avvolgerci, mentre muti proseguiamo il viaggio.


Gerusalemme

Gerusalemme, sono le pattuglie di soldati ai quali chiedi la strada, di notte.
Gerusalemme, sono un gruppo di arabi che ti dicono di lasciare pure l'auto in divieto di sosta, tanto è la festa ebrea di Sukkot, quindi domani niente multe.
E se pure la trovassi, la puoi stracciare, tanto l'auto è a nolo, no?
Gerusalemme, è una giornata di sole abbagliante, che ti fa sudare lungo il percorso delle antiche mura.
Gerusalemme, è un arabo con il quale discuti animatamente, perché pretende duecento shekels per mezz'ora di visita guidata.
Gerusalemme, sono i pellegrini che seguono la Via Crucis, trascinandosi dietro una croce di legno.
Gerusalemme, è il colore bianco accecante dei suoi palazzi di pietra, delle sue strade di pietra.
Gerusalemme, è la bellezza nuda e silenziosa del Cenacolo.
Gerusalemme, è il silenzio che urla, nelle foto e negli oggetti, dei deportati al museo dell'olocausto.
Gerusalemme, sono le preghiere sommesse o declamate, dagli ortodossi al muro del pianto.
Gerusalemme, è la polizia che blocca l'accesso alle moschee.
Gerusalemme, sono squisite spremute di melagrana colore del sangue.
Gerusalemme, è l'emozione di osservare la cella che vide rinchiuso Gesù la sua ultima sera.
Gerusalemme, è il cortile di una chiesa, dove il tempo non scorre più, e dove domina il colore viola delle bouganville.
Gerusalemme, è un ragazzo, venditore di cartoline, che apre il portafogli per mostrare le foto di cugini canadesi, e la multa ricevuta per il suo lavoro abusivo.
Gerusalemme è il monte degli Ulivi, che guarda la città vecchia che si distende tra cupole e minareti, tra basiliche e campane.
Gerusalemme è il muezzin che intona le preghiere, alle tre del mattino, prolungando la veglia di una notte insonne.
Gerusalemme, è mercanteggiare all'infinito nel suq arabo.
Gerusalemme, sono gli ultra ortodossi, cappello e vestito neri, sotto un sole che incendia, barbe incolte, lunghi boccoli che pendono dai lati della testa, passi veloci e seguito di giovani mogli e tanti figli.
Gerusalemme, sono i bambini arabi che tornano da scuola la domenica.
Gerusalemme, è una sequenza continua di terrazzi, serbatoi e parabole satellitari.
Gerusalemme, è quell'odioso muro che avanza, sinuoso e strisciante, per separare corpi e anime di questa incredibile città.
Gerusalemme, è la basilica del Santo Sepolcro, affollata di persone, illuminata da lampi di flash, violata nella sua riservatezza, da cellulari che trillano.
Gerusalemme, è la basilica del Santo Sepolcro al mattino, avvolta nel silenzio e nella meditazione di chi cerca un contatto più profondo, un'emozione più intima con le suggestioni del luogo.


Silenzio di un amico

I tuoi silenzi,
intervallati da spazi
sempre più lunghi.
Un'assenza che si protrae,
che pesa.
Nelle tue righe malinconiche,
trovo un po' di me.
Nelle aspirazioni deluse,
nel vagare del tuo sguardo
sulla sublime bellezza
della natura che ci circonda,
lenisco i mali
della mia irrequietezza.
Nell'attenzione che poni
nell'esaltare i pensieri più semplici,
le cose schiette e genuine,
ti riconosco
amico,
ti sento vicino.
Langue il palco,
deserto e triste.
Lo scarso pubblico,
fedele e attento,
piange la presenza
di un vuoto,
transitorio
da troppo,
lungo,
tempo.


Aeroporto

Un'attesa lunga,
di ore.
Un'attesa solitaria,
in attesa di un aereo.
L'impersonalità,
la freddezza di un luogo,
in cui non si incontrano persone,
ma corpi vuoti,
foderati d'abiti.
Entità evanescenti,
racchiuse nei propri pensieri.
Anche il vocìo di bambini
sembra privo di calore,
come sterilizzato.
Un desiderio ci accomuna,
la voce dell'altoparlante
che annuncia la partenza del tuo volo.
Con il sole che ha iniziato
la sua corsa verso il crepuscolo,
i tavolini di McDonald's
si popolano di rumori.
E il pensiero torna indietro,
di pochi giorni,
la partenza,
al buio di una mattina
ancora stellata,
l'aria fredda,
il vento penetrante,
pochi volti di lavoratori
più che mattinieri,
un forte slancio di averti vicina,
una voglia repentina,
sorprendente,
inspiegata.
Si accendono le luci sulle piste,
la sera ci viene incontro rapida,
e sfoglio la mente,
alla ricerca di qualcosa
che mi ha lasciato
questo breve viaggio.

Un villaggio,
sulle pendici dell'Atlante marocchino,
uno come altri.
L'essenzialità fatta vita.
Case prive di acqua corrente,
ma il fiume è là.
I prodotti della terra,
sono cosa comune,
il forno per il pane,
si utilizza a turno.
Una donna, al fiume,
lava i panni,
un bambino le gioca vicino.
Bambini più grandi ci assalgono,
a frotte,
circondano i fuoristrada,
da cui sporgono mani
che dispensano caramelle,
contese, disputate.
Coppie di asinelli magri
trascinano aratri
su terreni pietrosi,
guidati da vecchi,
immagini di altri secoli,
foto d'epoca viventi.
Ti fermi a pensare.
La vita concede loro
poche cose,
ma regala il tempo,
per sedersi a bere thè alla menta,
per scambiare parole,
per ritrovarsi,
per pregare.
La stessa vita
ci riconosce molte cose.
Ma ci siamo fatti rubare
il tempo
di chiedere
come stai?


Una breve conoscenza

Ci siamo incontrati,
sfiorati.
Insieme qualche risata,
e un ricordo:
una mite serata,
un prato,
alcune sedie sul prato,
il fascino della notte,
discorsi, speranze, programmi, foto;
a riempire uno spazio
l'attesa di una partenza,
la nostra.
Uno serata semplice,
incantevole.
Ti ricorderò così.

Buon viaggio Argirò.


Pioggia d'autunno

Ora, lasciato il paese, la strada continua a salire addentrandosi nel bosco.
Comincia a piovere, poche gocce che, pedalata dopo pedalata, evolvono in pioggerella fitta e continua.
La quiete si protrae con l'assenza di auto; l'umidità, la pioggia, le foglie sull'asfalto creano un'atmosfera seducente, da vecchio libro sussidiario.
La fatica dello sforzo è compensata da tutto ciò in cui sono immerso; la pioggia non è un fastidio, è un elemento dell'autunno, un completamento, deve esserci.
Continuo a salire immaginandomi ciclista di tempi passati, con quel po' di eroico per le avverse condizioni; interprete romantico di una passione che scioglie i nodi della fantasia; osservatore di una natura che stimola pensieri troppo piccini per un evento così affascinante.
Mi confondo con gli alberi, con le gocce; divento suono di foglie schiacciate, odore di erba bagnata, fanghiglia, e tutto ciò mi invade, mi amplia, mi sublima, e sono un frammento di un immenso indescrivibile.


Sogno d'amore

C'è un luogo dove si accumulano
le promesse d'amore?
Incise nel legno,
graffite sui muri,
sussurrate nel buio,
vergate su carta,
dove finiscono
quelle frasi,
quegli intenti
di unioni indistruttibili?
Io so dove finiscono,
purtroppo.
C'è un macero,
un abisso dove,
ogni giorno,
camion stracarichi
depositano
quei sogni d'amore.
E una macina enorme,
in perenne movimento,
li distrugge,
li trasforma in poltiglia.
Ma la perfezione non esiste.
Ogni tanto, qualcosa,
sfugge al proprio destino,
e rotolando tra le rocce,
fuori del macero,
tra salti, capriole,
evoluzioni,
termina la sua pazza corsa
in un ruscello.
Prosegue navigando,
affrontando flutti, gorghi
e anse tranquille,
fino a che viene raccolto;
mani gentili lo asciugano,
lo scuotono,
ne affidano la cura
ad un soffio di vento,
per consegnarlo
a chi gli diede forma.

Mentre girovagavo,
inconcludente,
per strade polverose,
ho raccolto da terra
un vecchio biglietto,
la grafia mi sembra nota,
familiare,
anche se antica.
È un sogno d'amore,
è dedicato a te.

Robin delle stelle

Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw