Robin delle stelle

Testi e Poesie (2002-03)

«Scrivere per raccontare qualcosa, per lasciare una traccia, per non sparire… Scrivere perché ti fa sentire bene… Scrivere perché qualcuno poi ti legga, e che nasca un'emozione».

Robin delle stelle © 2002-03 - Tutti i diritti riservati
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Cercavo i sogni,
navigando,
e ho trovato voi.
Mi son fermato,
a leggere,
gustare, assaporare.
Sorge,
il bisogno,
il desiderio,
di partecipare.
Poche righe,
per esserci.
Per dirvi:
ben trovati!

Fregio

Novembre,
un mese d'autunno…
Le piogge d'autunno,
il freddo di novembre…
La solitudine,
di fredde serate,
su strade
lucide di pioggia…
il silenzio,
di strade deserte…
il rumore,
di foglie calpestate…
Il rimpianto,
di qualcosa d'indefinito…
la magia,
della luce dei lampioni,
che dona,
questa notte,
il profilo
di un volto di donna…
il tuo nome,
rischiara,
il percorso
dei miei passi…

Fregio

Non c'eri fino a un attimo fa,
e improvvisamente
mi sei piombata addosso,
con foga, con veemenza,
una forza d'urto tremenda.

Invadi il mio essere
e non lasci spazi liberi,
occupi ogni minimo interstizio…
la tua presenza dentro me
così desiderata,
e così lacerante.

La tua presenza…
no,
tutto questo è,
solo,
la tua assenza.


Voler bene… ed amare

Si può voler bene ad una persona e provare, contemporaneamente, trasporto per un'altra?
Voler bene ed amare.
Due sentimenti simili e diversi. Entrambi ti portano in un paese di dolcezza, di tenerezza, di poesia.

Voler bene è quiete; è un paesaggio al tramonto, che si scioglie nella pace di un crepuscolo, preludio di una notte di stelle e di luna.
Di corpi distesi, uno affianco all'altro, di carezze, di baci, di sussurri, di "ti voglio bene".

Amare è passione, è foga; è trovarsi ad affrontare venti freddi e impetuosi, senza timori e titubanze; di slancio, di forza.
È sentirsi inerme e impotente, se non hai avuto notizie di lei; è debolezza, paura.
Insieme di sensazioni che si accavallano, si scavalcano, si trasformano, si susseguono.
Un momento sei l'invincibile guerriero, un altro istante il più piagnucoloso dei prigionieri.
Eppure è proprio quest'alternanza di chiaroscuri che ti rivitalizza, e che cerchi di vivere, immergendoti in essa, per provare sentimenti forti, che ti scuotano nella tua essenza più profonda.


La bicicletta

Per alcuni, il suo utilizzo, rappresenta un obiettivo. Per me rappresenta un mezzo. Un mezzo che mi consente di viaggiare, non solo con il corpo, ma anche con la mente.
Amo le strade che si inerpicano, che salgono, quasi un andare verso il cielo, il sole, le nuvole.
Non fa differenza se c'è il sole o meno; il cielo mantiene intatta la sua bellezza in ogni condizione. La sua maestosità nello splendore di una giornata inondata di sole, non diminuisce quando nuvole gonfie e cupe, si spostano, inseguite dal vento. Quando si agitano, si modificano rapidamente, assumono gli aspetti più disparati, a seconda del tuo stato d'animo. Un momento animali terrificanti, enormi insetti con zampe rostrate che possono catturarti e ridurti a brandelli; un altro attimo sono braccia di amanti protese a cercarsi, trovarsi, conoscersi.

Affrontare la salita mi eccita, è quasi un incontro amoroso.
Sai cosa ti aspetta: la fatica, lo sgomento di vedere un tornante ancora più ripido di quello che hai appena vinto e superato, e poi un altro e un altro ancora. E la paura di non farcela, e i pedali che sembrano fare sempre più resistenza.
Ma quando arriva un tratto in piano?.. se continua così mi fermo… e vai avanti con la forza del pensiero, della risolutezza, del non posso arrendermi proprio ora! Procedo, forse manca poco alla meta che mi ero prefissato… debbo andare avanti, non posso mollare proprio ora, debbo vincere l'ostacolo, la difficoltà.
Finalmente la salita si addolcisce, riprendi energia, fisica e mentale, fai la curva e ti ritrovi di nuovo immerso nel silenzio dei tuoi pensieri, che si srotolano proprio come la strada sotto le ruote gommate.

Sì, la bici è anche questo! Restare soli a riflettere, pensare; rivedere i fatti che hai vissuto e valutare ciò che devi decidere. Cambiare idea e ottica, così come varia l'asprezza della salita. Quando sei impegnato con la massima concentrazione, per andare oltre l'erta più dura, anche le risoluzioni mentali hanno la stessa forza e determinazione.
Amo la salita, con i suoi silenzi di strade poco frequentate. Le cerco apposta, con pochi umani, scarso traffico. Non importa che il paesaggio sia brullo o boscoso, poiché la natura resta sempre lei.
E alla fine la soddisfazione di avercela fatta per l'ennesima volta; il piacere di essere giunto dove volevi. Spesso, il premio è un panorama, che si commenta solo con gli occhi.
Come ieri, a Rocca di Cave, novecento metri su un mare che non si vede, ma il piacere di un vento gelato che ti taglia il viso, ti penetra in ogni parte, e ti fa apprezzare di essere lì!

Infine c'è anche il gusto della discesa, della velocità, delle frenate in curva con la bici che si inclina insieme a te, assecondando il disegno della strada, e la soddisfazione di essere arrivato alla meta desiderata di un giorno, e poterti dire: "bene, ripartiamo!".


Demonio

Stasera ti racconterò una storia di un bambino, un bambino di sei anni. Una storia breve e incredibile, semplice e irreale quanto un sogno.

Durante una notte, in stanza da letto con i genitori, quel bambino si sveglia perché sente qualcosa… una presenza…
Il bambino apre gli occhi, e nel buio della notte inoltrata, vede una figura piccola e magra, in piedi accanto al suo letto.
Quella figura, ha un viso da vecchio, un'espressione che fa paura al bambino.
Quella figura sta compiendo un'azione.
Senza chinarsi, essendo di statura ridotta, sta raccogliendo sul letto del bambino, all'altezza del petto, dei fiammiferi.
Sì, per quanto sembri incredibile, sta raccogliendo dei fiammiferi. Uno per uno. E li rimette dentro la scatolina che li conteneva.
Il bambino è terrorizzato.
Chiama la mamma, ma nessuna voce esce dalla sua gola. Allora prova ad urlare, ed anche stavolta il grido resta racchiuso nel petto.
Sempre più atterrito, il bambino guarda quella figura, che sembra avere un sorriso beffardo. Imperterrito continua in quella sua strana operazione.
Fino a che tutto questo termina!

Da quella sera, per anni, quel bambino, senza raccontare quello che è successo ad alcuno, al momento di andare a letto, ripeterà alla mamma, un ritornello: «Mamma, quando vieni a letto chiudi tutte le finestre?»
Sera dopo sera, sempre uguale.
I segni di quell'incontro si sono protratti per anni. Per anni, quel bambino, è andato a dormire con l'incubo di rincontrare il Demonio.
Sì, perché il bambino era convinto che quella figura fosse il diavolo.
Per anni ha convissuto con quella paura.

Stasera, riparlandone con mia figlia, liceale, lei mi ha chiesto se io sono ancora convinto di aver vissuto quell'incontro col demonio.
Le ho risposto che quel bambino incontrò veramente quella piccola e terribile figura.
Il bambino trasformatosi in uomo, oggi, è per logica, convinto che sia stato solo un sogno. Un incubo ben fatto, curato nei particolari, ma solo un incubo.
Perché… perché… immagina un diavolo con i fiammiferi… è del tutto fuori dalla logica…

Ma negli occhi di quell'uomo, nonostante il tempo trascorso, è sempre viva e presente l'immagine di quel piccolo essere, colore del buio, che si protende a raccogliere i fiammiferi, con l'impotenza di un bambino che non riesce a chiedere aiuto.

Fregio

Ti dedico
i pensieri di una notte
satura di stelle…
Ti dedico
le ore
rubate al sonno…
Ti dedico
la paura
di una tua risposta
che non è arrivata…
Ti dedico
i versi
copiati
da una canzone d'amore…
Ti dedico
l'incanto
della pioggia
sul viso…
Ti dedico
l'impotenza
di saperti
lontana…
Ti dedico
la confusione
che invade
la mia mente…
Ti dedico
uno spazio,
enorme,
dentro me.


Scrivere

Scrivere per raccontare qualcosa, per lasciare una traccia, per non sparire.
Scrivere perché ti fa sentire bene.
Scrivere perché qualcuno poi ti legga, e che nasca un'emozione.
Scrivere su questo treno a mezzanotte, col movimento che ti culla anche i pensieri.
Scrivere con questo ritorno che è anche partenza, che si confondono in un andirivieni che non ha inizio e non ha fine.
E il partire e il tornare sono solo due aspetti che danno il senso dell'inquietudine che ti muove, un movimento irrequieto e incessante che illustra e fotografa questa fase della vita, che ti fa chiedere perché.
Perché ci siamo, perché ci agitiamo, perché amiamo, perché sorridiamo… perché… fino a quando riusciremo a domandarcelo, continueremo a dare un senso a questo nostro esistere, in attesa di trovare la risposta.
E se anche la trovassimo, forse ci accorgeremmo che per una risposta trovata, altre domande si affacciano a questa nostra mente ancora così incerta.
E la soddisfazione di ciò che abbiamo appena raggiunto, si annulla di fronte alla grandezza del mistero che si apre davanti a noi.

Scrivere per soffermarti a riflettere, davanti a dei fogli a righe, cerchi di liberare una parte di te.
Tenti di scavare per conoscerti, per scendere dentro quella parte di te, che ognuno di noi possiede, ma che spesso non conosce. E tutte le volte che tenti di addentrarti ti si apre davanti un dedalo di grotte e caverne buie.
Inizi ad entrare con circospezione, e man mano che avanzi si fa chiarore nella parte esplorata, mentre in quella che ti si para davanti l'oscurità è completa, il buio è impenetrabile, quasi che voglia respingerti fisicamente.
Ed allora i dubbi e le paure ti assalgono e ti circondano, ad ogni passo, e devi trovare la forza ed il coraggio, l'avventatezza e la serenità per procedere avanti.
E in ciascuno di questi piccoli passi hai la sensazione di aver conquistato qualcosa che ti fortifica, che ti valorizza e che possa darti la gioia di aver accresciuto, seppur in una forma infinitesimale, una parte di te.


Un sogno

I nostri sogni cosa sono?
Una realtà parallela che viviamo quando siamo convinti di sognare? Un frutto della nostra fantasia, sciolta dai legacci della mente, che vaga libera e leggera? La manifestazione di nostre ansie o paure?

Stanotte, nel sogno che ho vissuto, mi ritrovavo in una città che non era la mia. Era una città diversa, con tutte le strade parallele e perpendicolari a se stesse. Disegnate con geometrie precise, ordinate. Una città fatta di palazzi alti, grandi: dei parallelepipedi regolari, privi di fantasia, ben tenuti anche se non nuovi, direi edifici che possono ricordare le case dell' ex Unione Sovietica.
Beh, c'era stato un annuncio che aveva interessato tutta la popolazione: diceva che tutti gli abitanti si sarebbero dovuti recare presso determinati edifici, intesi come punti di raccolta, entro il pomeriggio. Non c'erano state spiegazioni aggiuntive, né si sapeva a chi rivolgersi per ottenerle.
Per la strada non c'erano esponenti di forze dell'ordine, o funzionari pubblici: nessuno!
Anche se le vie erano tutte un brulicare di persone che si muovevano incessantemente, senza tregua, e senza una meta definita. Persone che avevano lasciato le loro abitazioni, portando con sé, oltre tutti i familiari, anche le cose più importanti che potevano essere trasportate col minor ingombro e peso possibile. Esseri che percorrevano le strade a piedi, occupando non solo i marciapiedi, ma anche le sedi stradali. Il movimento era quasi terrificante.
Persone che non si conoscevano, ma che avevano negli occhi e negli sguardi, le stesse domande da porre. Ma alle cui domande, mancavano le risposte.
Improvvisamente questo flusso, apparentemente inarrestabile, trovava uno sbocco in un edificio, con degli ingressi che potevano assomigliare ai vani portabagagli dei pullman, cioè bassi e lunghi. Superata una serie di queste aperture, si arrivava dentro dei locali ben riscaldati, ampi, simili a scuole. Qui, le famiglie che poco prima avevano un aspetto smarrito, se non impaurito, si rasserenavano, ed i bambini riprendevano i loro giochi, le corse, i dispetti.
C'erano dei lettini per far riposare i bimbi più piccoli.
Tutto procedeva senza pensieri, fino a quando dei sorveglianti, davano indicazione che bisognava abbandonare questi siti, per arrivare ad altri luoghi di raccolta.
Tutti quanti erano rimasti piacevolmente sorpresi dall'accoglienza nei primi luoghi, ed ora andavano più fiduciosamente, verso questo secondo appuntamento.
Non si sapeva però dove si andava.
Si usciva dall'edificio camminando, e sempre camminando ci si incolonnava nuovamente, in quelle code, ora meno nervose, che percorrevano la città.

A questo punto termina il sogno, forse è un salvagente che interviene nei momenti in cui i sogni prendono un andamento pericoloso, quando le situazioni diventano rischiose ed insostenibili.
È raro che un sogno mi faccia vivere la situazione di dramma che può promettere, generalmente si interrompe, magari in modo brusco e repentino, cristallizzando così quei pericoli che sembrano inevitabili.


Voglia di pace

Una giornata passeggiando insieme a centinaia di migliaia di persone, forse milioni di persone.
Una moltitudine variopinta: i colori della pace, i volti della serenità.
Svariati modi di esprimere il proprio dissenso verso la guerra, il proprio appoggio per la pace.
Chi lo manifesta con i colori che rallegrano la vista, chi con i suoni ritmati e coinvolgenti che, percepiti dalle orecchie, raggiungono e riscaldano il cuore trasmettendo impulsi che ti fanno seguire il ritmo anche se non vuoi.
Chi dimostra la propria gioia di partecipazione semplicemente con un sorriso.
Chi cantando cori o slogan, più o meno garbati, contro i politici guerrafondai ma dichiaratamente pacifisti.
Persone che sfilano, che camminano, che sorridono, che inveiscono (poche!).
Persone che si ritrovano per avere un obiettivo comune.
Persone che non appartengono ad una fascia d'età, e che non rappresentano un ceto sociale, ma ognuno rappresenta se stesso e la propria categoria di essere umano pensante.

Appunto: essere umano pensante!


Sognando mio padre

Nell'ingresso di casa, imbocco il corridoio e vedo venire verso di me due giovani donne. Abiti lunghi azzurri, incedere zingaresco.
Parlano tra loro con parole per me incomprensibili, e ridono, completamente a loro agio.
Urlo che ci sono zingari in casa! Non vedo nessun familiare, ma urlo per avvertire.
Quelle due figure procedono verso di me diventando incorporee, e svaniscono nell'incontrarmi. Mi volto per vedere dove siano andate, e vedo vicino la porta d'ingresso mio padre.
Papà ci ha lasciato da più di dieci anni, e il viso di quella persona non è il volto di papà, ma quell'uomo è papà!
A volte, nei sogni, le persone che conosco hanno un volto che non riconosco.
Mio padre sulla porta d'ingresso è aggredito da qualcosa di invisibile che lo sta strangolando. Non vedo chi lo soffoca, ma spinto dalla sua richiesta d'aiuto, corro a tempestare di pugni lo spazio attorno a papà nel tentativo di liberarlo.
All'improvviso mi sveglio, madido e stravolto, sono seduto sul letto e sto menando fendenti, con le braccia tese, allo spazio vuoto davanti a me.


L'attesa

Seduto in attesa. L'attesa in un ufficio, mentre attendi il tuo turno.
Attendere.
Attendere qualcuno che sta tardando; qualcuno, inconsapevole, che ti sta rubando attimi di vita; attimi che nessuno ti restituirà.
Sì, l'attesa è anche questo.
Tanti attimi sciupati, non vissuti.
Piccoli frammenti di vita, che uniti insieme assommano a ore, giorni, forse settimane o mesi.
Frammenti che possono anche essere usati; momenti di riflessione.
Come questo.
In questa saletta d'attesa, mentre scrivo, poggiato su un tavolo, rotondo, di legno, qualcuno, in attesa come me, sfoglia una rivista, per riempire uno spazio vuoto.


Inquietudine

Cos'è questa inquietudine che si fa spazio dentro di me?
La sento agitarsi, espandersi, allargarsi, come a cercare nuove zone da occupare, da invadere.
Sale dalle viscere fino allo stomaco e poi nel petto.
Si protende ancora, come volesse uscire completamente dal corpo, per trovare una forma propria, una propria dimensione.
E se uscisse significherebbe aver trovato una risposta a quest'ansia informe che mi attanaglia.
Ma così non è.
Convivo con questo anelito indefinito, ma che mi dà anche stimoli a fare. Mi muove in diverse direzioni, mi obbliga a cercare, a sfogliare sogni, a rincorrere chimere. Mi avvicina al cuore e alla ragione dei miei simili, come me frammenti di un corpo più ampio e unico.
Sì, quest'ansia è vitale, e mi costringe ad aprire sempre di più gli occhi e gli altri sensi, pronto a catturare il più insignificante dei segnali che possa chiarire e dare un senso al perché di questa inquietudine.


Sulle rive di un laghetto

La solitudine di un laghetto di montagna.
Rumori di vento.
Unico suono il canto stonato delle ranocchie.
Il popolo degli avannotti, nel loro continuo andirivieni, sembra essere il solo vivere di queste acque appena graffiate da un lieve vento.
Nell'aria le mosche hanno scelto le mie gambe nude quale obiettivo del loro scorrazzare incessante.
L'odore di sterco bovino, mi fa ripensare al fuggire e alla paura di un vitellino davanti alla corsa di una bicicletta sul sentiero. E ricorda ancora il muto guardare delle mucche verso l'essere che sconvolge il silenzio.
E intanto gli uccelli, accettando l'intrusione umana, riprendono i loro canti e colloqui.
Il cerchio degli alberi che proteggono la quiete del lago, invita a guardare in alto, verso un cielo azzurro spruzzato di tante macchie di bianco, che dona quel senso del mio essere infinitesimale.


Indiani d'America

Cosa è un libro? Perchè viene scritto?
Per trasferire una conoscenza, per donare qualcosa agli altri.
La comunicazione è mettere a disposizione dei nostri simili quanto abbiamo raggiunto e conquistato.
Se riusciamo a trarre un minimo d'insegnamento da un libro, allora l'obiettivo è stato raggiunto. Il contatto è riuscito, tra chi scrive e chi legge è instaurato un dialogo.
All'improvviso, leggendo, ho avuto un lampo su un aspetto del mio comportamento, spiegato in maniera diversa da come lo avevo interpretato fino ad oggi. Ho sempre provato un senso di disagio nel ricevere un'offerta, sia essa di aiuto che di dono. Questo disagio mi porta a rifiutare la proposta di aiuto, con la logica del "finché ci posso riuscire faccio da solo".
Non ho mai riflettuto un po' di più su ciò. Non ho mai pensato minimamente che rifiutando, o schermirsi da una tale proposta con un diniego, si chiude un dialogo, s'impedisce a chi offre di fare del bene e, quindi, di sentirsi meglio. Forse questo deriva da timidezza o da paura di essere coinvolti in chissà quali sviluppi, ma cosi è!!!
E mentre sono in viaggio su questo comodo treno, trovo sul libro di un nativo d'America la frase che mi svela la mia superficialità: "L'essere umano sa come regalare le cose, ma spesso non sa come riceverle".

Bene. Mi riprometto, come pensierino di fine settimana, di imparare a dire "sì grazie".


Alla Madonna del Piano (IX secolo)

Un'abbazia diroccata.
Il campanile, romanico, quasi intatto, stupendo.
Immersi nell'erba, circondati da alberi e cespugli, e più in là solo boschi.
Tutto intorno è silenzio, amplificato dal volo di farfalle e dal ronzio di api e calabroni, eccitati dal calore del sole.
Intanto un cuculo distante, regala il suo canto d'amore alla sua compagna e, ignaro, anche a me.


Una mano gentile

Di chi era quella mano gentile?
E perché quel mazzetto di fiori di campo lasciati lì, sul cofano della nostra automobile?

Ritorno col pensiero, indietro di vent'anni.
Sul bordo di una strada dell'isola di Rodi, un'auto ferma, posteggiata. Due novelli sposi, pochi metri più in basso, si godono le acque mediterranee di quel caldo e lontano giugno dell'ottantadue. Sull'auto, in bella evidenza, all'interno, un'altra coppia di sposini, stavolta in plastica, residuo e ricordo della torta nuziale.

Un gesto d'affetto di una semplicità e di una grandezza incredibile.
Un augurio e una partecipazione, testimoniati dalla cura e perizia posti nell'annodare i gambi di quei fiori, con fili d'erba.
Di tanto in tanto mi torna alla mente quell'episodio, e provo ad immaginare chi ci fosse dietro, e finisco sempre per vedere una ragazza, coi capelli lunghi e legati, col nodo allentato, ed un vestito ampio e leggero, mentre si allontana contenta, nel sole di quel pomeriggio.


Tra breve… l'alba

La notte tutto è più facile.
Svaniscono i rumori del giorno.
La vista è meno distratta, più attenta.
Amo leggere, la notte.
Esiste un ma.
Esiste un però.
Quel ma, quel però,
hanno il tuo nome.
Hanno il tuo volto.
Un ma, un però che sono più potenti del buio.
Intaccano la calma notturna.
La frantumano.
Demoliscono la mia concentrazione.
La violentano.
La spostano.
Su di te.

Prendi tutti gli spazi della mia mente.
Non mi lasci scampo.
Abbandono il libro, ormai inservibile.
Ti invio un messaggio.
Un altro.
La tecnologia aiuta la mia comunicazione.
Ma non basta a placare la mia agitazione.
Forte l'impulso di scriverti.
Dentro casa domina il silenzio e il sonno.
Dentro me domina il desiderio di vederti.
Di parlarti.

Dalla finestra il buio comincia a stemperarsi in chiarore.
Tra breve l'alba sarà qui.
Laggiù in fondo,
all'orizzonte,
la luce dell'aurora rischiarerà i contorni delle montagne.
E quest'ansia che mi avvince,
questa tua mancanza che mi tortura,
si scioglierà,
all'apparire della tua immagine,
che la luce del giorno accompagnerà.


Il blu dei tuoi occhi

La luce della luna.
La voce della luna.
Il profumo della luna.
Il silenzio della luna.

La luna parla al cuore,
e se tu
vuoi ascoltarla
prova,
alza lo sguardo.
Lei è lì,
per tutti.

Puoi lasciare
che ti catturi
con la sua luce,
che ti incanti
con la sua voce,
che ti inebrii
con il suo profumo,
che ti avvolga
nel suo silenzio.
Lei è lì,
per tutti.

Devi solo alzare lo sguardo.
E se ovunque tu sia
le rivolgi
il blu dei tuoi occhi,
e se nello stesso momento
sollevo lo sguardo a lei,
le rubo la sua luce
e vedo la tua immagine,
ascolto la sua voce
odo le tue risa,
inalo il suo profumo
respiro il tuo odore,
mi abbandono al suo silenzio
e mi adagio,
a fianco
a te.


Notte fonda

Da quello che tu leggi, sembra che su questa città non ci sia mai la luce del sole. E sembra pure che chi scrive sia una specie di pipistrello.
Appunto, proprio così.
Sono tornato proprio ora da un lungo volo di ricognizione notturna.
Le alucce sono quasi stanche, ma il mio pancino vedi come è bello rigonfio? E sai di cosa? Ma di sangue, è naturale!
Stanotte sono riuscito a poggiare i miei dentini aguzzi, da vampiro, su alcuni viandanti della notte.
Il collo di un uomo malfermo sulle gambe, è stato il primo obiettivo. Puah! Appena succhiato, un sapore fortissimo di alcool ha invaso la mia boccuccia. Che schifo! Quell'essere era totalmente ubriaco. Che indecenza!
Se pensi che sono astemio, e che l'unico liquido rosso che mi piace è un composto di plasma e piastrine!
Sono andato di corsa (si fa per dire, posso solo volare; hai mai visto un esserino come me correre?) alla ricerca… e mi è capitata una ragazza appena uscita da una sala da thè. Oh, che gusto delizioso, il suo collo profumava di gelsomino (anche noi vampiri amiamo la poesia!), ma il fluido che sgorgava da quelle sue venuzze, era un connubio di tenui aromi; si indovinava il thè al bergamotto, dolci biologici con crema pasticcera, frutti di bosco… mmmhhh… che delicatezza!
Un prelievo stupendo. Il mio pancino si é arrotondato in gran fretta, e volare, sino alla mia torre abbandonata, mi è costato parecchia fatica.
Però sono sazio e soddisfatto.
Non vedo l'ora di rientrare nella mia bara accogliente, dopo aver ripreso l'aspetto umanoide di sempre, e abbandonarmi al sonno diurno, che spero mi accompagni rapido, trasportandomi nei tuoi sogni.


Un bacio rubato

Sei sparita in ascensore.
Inghiottita.
Fuggita.
Dopo avermi rubato un bacio.
D'istinto,
all'improvviso,
hai poggiato
le tue labbra sulle mie,
rapida,
furtiva.
Sei sparita.
Solo un ciao.

Io, inebetito.
Sorpreso e felice.
Tutto in me
rideva,
gioiva.
Esaltato.
Un gesto, uno slancio
il tuo,
mi ha reso un gigante.
Una dolce follia
mi avvolge,
l'euforia
pervade il mio essere.
L'attesa di rivederti,
oggi,
è infinita.


A spasso nella mente

Terzo giorno di sola uva, anzi acqua e uva.
Niente altro.
Stamattina, aprendo il frigorifero, una visione angosciante si è presentata ai miei occhi: il salame mi guardava con occhi pieni di tristezza, anzi di dolore! Quel suo sguardo sembrava dire: «Non ti interesso più? Non riesco a piacerti? Ho sbagliato qualcosa? Sono tre giorni che non mi degni di attenzione, cosa sta succedendo tra noi?».
Non ha parlato, non ha proferito parola: muto!
Però quelle sue braccine tese verso di me, sono state più eloquenti di una Treccani, più chiare di una giornata serena in autunno. E le sue manine che si agitavano, si contorcevano cercando la mia attenzione hanno quasi ferito la mia sensibilità.
Non ho potuto continuare ad assistere a quell'esibizione di disperazione, a quel dramma.
Ammetto la mia vigliaccheria!
In silenzio, senza guardarlo ulteriormente, ho chiuso lo sportello del frigorifero.
L'ho lasciato solo, al buio, senza alcun conforto.
Nel cestino della frutta mi attendeva trepidante un grappolo di uva dolcissima…


Inquietudine (2)

Risvegliarti e prendere subito coscienza di qualcosa che non va dentro di te.
Pochi attimi e il malessere è individuato.
È tornata a galla l'inquietudine. Quel disagio che parte dalle profondità e invade il tuo essere, ampliandosi in maniera incredibilmente esagerata, insediandosi in ogni più piccolo anfratto.
E spinge, e preme per uscire, per straripare con una continuità ossessiva, maniacale, che è insieme una lacerazione emotiva e un fastidio, un'insofferenza fisica che si muove dalle viscere, e come un virus contagia tutto ciò con cui viene a contatto.
E ti rendi conto come quell'inseguire l'arte attraverso manifestazioni, altro non è che un cercare di mascherare la realtà.
Questi ultimi mesi, caratterizzati da una ricerca quasi spasmodica di avvicinamento a forme artistiche alcune per me poco note: danza, lirica, blues, spiritual, sperimentazioni varie, da un lato arricchiscono di nuovi stimoli, aprono vie di ricerca mai percorse; ma dall'altro mi sembra un agitarsi vano, soprattutto in giornate come oggi, quando questo senso di limitatezza e di inadeguatezza balza fuori prepotente e minaccioso, annullando tutto quanto fino ad oggi ho creduto di aver costruito.


Oktoberfest (Monaco)

Tendoni colossali per migliaia di individui.
Corpi che ballano, si agitano, in piedi sulle panche seguendo il ritmo della musica. Mani che scandiscono il tempo, e al termine di ogni brano esultano con un brindisi urlato, sguaiato, lanciato verso il cielo, insieme al boccale di birra, enorme; braccia protese a cercare e trovare eco di altre urla, risate, sguardi. Corpi che sudano e prendono nuovo vigore al suono dell'orchestra. Mani che cercano un contatto dopo che gli occhi hanno scelto, e trovato un cenno dentro altri occhi.
L'aria è densa di sudore e fumo, di risate e musica, di baci concessi e rubati. E birra tracannata che annebbia le idee e libera parole e desideri repressi; e prende il controllo di corpi che cercano trasgressione nei canti urlati, nei brindisi interminabili, nel contatto del ballo, dietro abbracci di volti ridenti e gaudenti.
E il frastuono incredibile prosegue tra camerieri che depositano su tavolate litri e litri di birra chiara, tra gli uomini armadio della sicurezza che si dedicano alla ricerca dei facinorosi, più o meno ubriachi.
E visi provati che cercano e trovano sollievo nell'aria più fresca, all'esterno. La mente si spolvera di parte dei veleni assorbiti, e prepara un nuovo assalto tra un brulicare di gambe sempre più affaticate, di occhi sempre più spenti, di desideri sempre più evidenti, di proposte sempre più esplicite.
E nuovi arrivati premono alle porte per entrare, per partecipare alla bolgia, ma guardiani inflessibili li respingono, li tengono fuori, tra spinte e male parole.

E tutto prosegue, fino a che si riesce a resistere agli effetti temibili di questa miscela di birra, canti, urla, balli, di lingue e dialetti diversi, di gruppi che si aggregano e si sciolgono continuamente, di chi prosegue nella caccia e di chi ha trovato compagnia per dare un suggello a questa serata comunque da vivere.


Falesia (*)

Dopo una pioggerella di breve durata, riprendiamo ad arrampicare. La falesia è inumidita ma il vento l'asciugherà in breve tempo.
Un'ora di salite e discese ed il cielo torna più minaccioso di prima; lo spazio di alcuni lampi e si scatena una pioggia insistente. Proviamo ad incastrarci tra le rientranze delle rocce, ma non esiste riparo sufficiente e, soprattutto, non dà segno di smettere. Ci arrendiamo al maltempo e, con gli zaini in spalla, riscendiamo il sentiero ripido da cui siamo arrivati. Si scivola tra fango e rocce, ogni appiglio viene sfruttato per evitare di cadere nella melma. Ogni passo è reso pesante dal fango e dalla pioggia battente. Zuppi e un po' infreddoliti giungiamo al posto di ristoro dove troviamo i compagni che ci hanno preceduti.
Il locale è diventato un accampamento di zaini e indumenti stesi ad asciugare.

La pioggia è terminata.
Due passi sulla riva del mare, fino a quando arriva la proposta di calarsi dal viadotto in corda doppia.
Accetto con curiosità ed entusiasmo. Il tempo di recuperare lo zaino con l'imbragatura e, in sette, ci incamminiamo per poche centinaia di metri verso il luogo del misfatto.
Però, è alto!
Quando le corde, lanciate nel vuoto, toccano terra dopo trenta metri, mi domando chi me lo fa fare. Vista da qua la prospettiva mi intimorisce, soprattutto il dondolarsi nel vuoto senza il riferimento della parete vicina.
Le corde sono pronte, ci si comincia a calare.
Il momento peggiore è lo scavalcare la ringhiera.
Inizia la discesa, il sangue subisce un'accelerazione, l'adrenalina ha un effetto duplice: paura ed eccitazione.
Passato il primo attimo di smarrimento, la veduta del mare, quasi sotto di noi, mi induce a scendere al rallentatore. Il vento sostenuto mi fa ruotare cambiando ogni istante la panoramica: mare, pilone, montagna, di nuovo mare…
Uno sguardo nel vuoto sottostante: non mi sgomenta più. La discesa millimetrica prosegue, cerco di assaporare al massimo questi momenti; il sole è tramontato dietro le nubi sul mare; il buio sta prendendo il suo posto.
Da sopra recuperano le corde e, oramai al buio, camminiamo tra sassi e rocce, lungo la riva del mare.
Raggiunta la statale commentiamo la giornata, illuminati dalle luci delle auto che sfrecciano accanto a noi.

(*) Costa con ripide pareti rocciose a strapiombo sul mare


Ciò che provo

Ma cos'è questo, il male di vivere?
Questo connubio tra tristezza, malinconia, rimpianto, tormento che ti addenta e non ti molla per ore o per giorni interi.
Se il corpo e la mente sono intenti e concentrati su un'attività il disagio sparisce, si nasconde. Ma come torna la calma e cessano gli impegni, allora il malessere si ripresenta invadendo tutti gli spazi liberi, e ritorna ad opprimere dando un senso di soffocamento dal quale non riesco a liberarmi.
Convivere con il tormento.

Per quanti impegni possa prendere lui è sempre lì, in agguato. Salta fuori nei momenti più impensati: in piena notte o andando a fare spese, pedalando su strade deserte o vedendo un film.
Non lo temo, ma dona un senso di inanità che se riuscissi a superare significherebbe aver fatto dei progressi interiori, spirituali.
Sono convinto che il percorso che ognuno di noi ha davanti sia il motivo della nostra esistenza. Mi agito, ma ho la sensazione di non aver ancora imboccato il mio sentiero; e questo mi dà impotenza. Mi trasmette un senso di occasioni e di tempo consumati inutilmente. E il malessere si espande, come un fiume che rompe gli argini e allaga tutto ciò che incontra.
Questo è ciò che provo.


Parco di Ariccia

Nemmeno il sole riesce a scaldare.
Il tè bollente conforta lo spazio di un istante, poi più niente.
Seduto sulla panchina osservi la piccola fontana: quattro cavalli sorreggono una vasca da cui cola l'acqua. E lì ti accorgi delle stalattiti di ghiaccio che pendono tutto intorno alla vasca.
Il cielo completamente azzurro, il vento gelido intorpidisce le dita, sollevando foglie e carte che trova sul suo percorso.
A sprazzi, come rapidi flash, provo sgomento e solitudine, come cosa temuta e cercata. Momenti di estraniazione da ciò che mi circonda, quel sottile senso di disperazione che mi incita a cercare me stesso negli altri.


Parco Castelli Romani

Una tavola di legno sorretta da due paletti, e sopra inciso "Parco Castelli Romani".
Intorno, tra erbe e fiorellini di fine autunno, fazzoletti di carta, mozziconi di sigarette, qualche sacchetto di plastica, tappi a corona di Ceres, Peroni e altri illeggibili per l'ossidazione. Posate di plastica e toh!, persino una bottiglia vuota di gin, però il tappo è stato riavvitato: che precisi! Non manca la confezione di patatine e... possibile? Laggiù ci sono tre macchioline rosse: che siano papaveri? Ma che penso? Manca una settimana all'inverno! Vado a controllare.
E sì, sono proprio tre piccoli e infreddoliti papaverini, con i petali della corolla semichiusi, in attesa che il sole possa emergere da dietro quelle nuvole pesanti.
Sulle assi di questi tavoli da picnic s'intrecciano scritte e graffiti. Si parla di canne, di calcio, di musica e d'amore.
Si narra di "io" e Marco che hanno fatto l'amore qui, sotto gli occhi della luna.
Dall'alto del bordo del cratere osservo il lago e le sue rive boscose. Il vento crea sulla sua superficie dei movimenti, che percepisco come una miriade di punti, sfaccettature innumerevoli e irrequiete.
Il vento freddo penetra tra gli indumenti, si insinua dovunque, costringendomi a riprendere la bici e abbandonare questi momenti di contemplazione.

Robin delle stelle

Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw