Maggio 2007

Martedì, 1 maggio 2007

Se ti nascondi…

Stasera pensavo a come sarebbe facile il parlarti… facendo conoscenza così, come di solito succede: guardandosi negli occhi. Si è così brutali - a volte - per lettera… soprattutto quando ancora non si conoscono i sentieri del cuore dell'altro.
Tu mi dici tante di quelle cose che da ogni parola potrebbe nascere una mia domanda. Eppure sento che ogni risposta sarei in grado forse di leggerla sulle tue labbra, di trovarla fra le tue mani… prima ancora di ogni pensiero espresso. E questo è il valore del condiviso, della presenza, della vicinanza! Ma so che, se lo si desidera veramente, anche semplici pensieri possono diventare veicolo di comunanza… e principio di amicizia.
Se ti nascondi

Sono un po' malinconico stasera, ma una cosa ancora vorrei dirti: che saprò rispettare i tuoi tempi e i tuoi desideri… e anche le tue fughe se sarai tu - domani - a stancarti.
Quello che invece non riesco proprio a fare è voltare le spalle a un cuore che si svela, a un cuore che - per amicizia - diviene limpido… e trasparente.

Sully

Giovedì, 3 maggio 2007

Lupus in Fabula

Una storia tutto sesso e Luna

di Giovanna Mulas

L'aveva incontrato per la prima volta in un pub a Piccadilly.
Un pub strano, diverso, particolare, dove l'iscrizione fuori dalla porta, oltre al tradizionale leone che ne completava l'effige diceva: Spaghetti's House. Ecco perché Luisella aveva varcato quella soglia. Non che fosse abituata a bazzicare pub a quell'ora della notte, intendiamoci: una brava single tutta casa propria e, al massimo, casa della vicina per i dolcetti al burro con il the delle cinque -the al bergamotto- fiction il sabato sera e telenovela brasiliana dopo le 22.00, sul canale satellitare che suo marito aveva installato (senza neppure chiederle il permesso) quattro giorni prima che scappasse di casa con una sua allieva quindicenne di chimica quantica. Chissà quante formule si raccontavano quei due, alla faccia sua. Luisella dopo pianti, urla e isterismi femminili vari normalmente tipici del periodo premestruale; se n'era fatta una ragione. Già si era domandata spesso come mai Frank l'avesse sposata. Lui, così bello coi suoi baffi di Zorro e gli occhi da conquistatore latino (aveva origini spagnole, le aveva raccontato durante il loro primo appuntamento), alto, uomo di successo e professore affermato che pure due libri due aveva scritto e pubblicato con la stessa casa editrice di Harry Potter; pensa un po'. Poco aveva venduto poco in verità, ma pure scrittore poteva definirsi. Ecco, questo era Frank. E lei era Luisella: origini italiane, bassa bassa e tozza, cultura poco under ground, qualche chilo di troppo e naso aquilino ereditato dal bisnonno greco, labbra forse troppo pronunciate. Aveva un bel seno, questo sì. Ma proporzionato ai chili, insomma. Avevano fatto l'amore dopo il loro primo appuntamento e lei, che di uomini aveva conosciuto soltanto padre contadino e fratello sfigato seguace di Marilyn Manson, magro come un chiodo beato lui tra l'altro (forse era il colore nero a farlo sembrare più magro) era stata con Frank una furia. Proprio così lui le aveva detto dopo: sei stata una furia, tesoro. Bella forza, aveva pensato Luisella. Con trent'anni di astinenza sulla gobba anche Frà Gennaro avrebbe cominciato ad avere le visioni.
Dunque Frank le aveva chiesto di rivederla. E lei aveva accettato. E tra un incontro e l'altro, un rapporto e l'altro avevano deciso di stabilizzare la loro unione, come aveva detto Frank. E bella forza: lei gli puliva la casa, gli stirava i vestiti e gli preparava tutti i pasti, non faceva domande sulle telefonate notturne che riceveva e a letto era una furia. Tutto senza impegno. Insomma, la moglie perfetta. Luisella ci aveva creduto per davvero in quell'amore; nell'amore, credeva per davvero e nel cuore sentiva che prima o poi anche per lei sarebbe arrivato. Era arrivato a 48 anni ma pazienza. E così com'era venuto, come il vento, Frank se n'era andato senza neppure una spiegazione, dimostrandosi il più grande figlio di puttana, professore di chimica quantica e scrittore, del mondo. E sì. Così va la vita.
Quella sera Luisella aveva deciso che le sarebbe voluta una botta, come dire? Di vita. Per qualche ora basta con le pratiche di segreteria dell'ufficio informatico, basta con le pizze surgelate e i pasticcini del the delle cinque. Indossò l'abito più bello che aveva, nero per farla sembrare più magra, e tacchi così alti che neppure Frank l'avrebbe riconosciuta così, allungata (diciamo slanciata) di undici centimetri. Il locale era La flor de la noche, posto per single convinti insomma. La sua collega di ufficio, Rita, gliene aveva parlato più volte o meglio, le aveva detto che lì era facile abbordare e farsi abbordare. E siccome la vita è una e siccome oggi ci siamo e domani chissà e siccome una donna è bella quando è innamorata e siccome… insomma, Luisella entrò nel locale, tra luci soffuse, Frank Sinatra nell'aria, fumo, gente e odore anzi puzzo grande, di lussuria. O almeno, così le parve. O almeno, così sperò.
Sedette ad un tavolo, ordinò un Martini Bianco con olivetta.
Girava e rigirava l'olivetta, indecisa se ingollarla subito o meno, quando lui si accostò, spostò la sedia, le si sedette di fronte.
-ciao- fece lo sconosciuto. Luisella non aveva mai visto uomo più sexi. Anche il suo Frank batteva e mi dispiace per lui ma era proprio così: lo batteva alla grande ragazze mie.

-c…ciao- rispose Luisella e mentre gli occhi, come balle di biliardo, slittavano alla destra di lui, alla sinistra, al centro, in alto, in basso, ingollava finalmente l'olivetta.
Reprimette un ruttino.
L'altro sorrise.
-sei bellissima- mormorò, e in quella voce Luisella lesse tutto tutto tutto il repertorio di circostanza: come ti chiami? Quanti anni anni e dove vivi? Il tuo lavoro? Non ho mai incontrato una donna come te e in passato mai, mai ho amato così. Lesse tutto nello stesso file; in un istante.
E dunque, felice, rispose a quel "sei bellissima" con: - sì, mi va di andare a letto con te. Subito, ora, a casa mia. Sono una furia sai?-
-Oh- ribattè l'altro, un poco sorpreso,
-bene. Sì.-.
Uscirono dal locale e c'era una luna, ragazze mie che luna!
Luisella chiamò un taxi e, stringendogli la mano in auto, in silenzio, si diressero all'appartamento di lei. Entrarono e nemmeno accesero la luce, lui le strappò i vestiti di dosso, la rovesciò sul tappeto e, mentre una scarpa saltava sul vecchio lume ereditato dalla nonna, le mutandine sul tavolo e il vestito da qui non lo vedo; accadde ciò che doveva accadere.
Poi, dopo, lui accese il lume.
E ciò che vide non gli piacque.
E i peli di lei, troppi troppi troppi
E le zanne
E gli… artigli? (in effetti s'era sentito graffiare mentre…)
E così capì quanto davvero Luisella poteva essere una furia.

Giovanna Mulas
("Lupus in Fabula" è tratto dal libro "Racconti fantastici, d'amore e di morte", edito da El Taller Del Poeta, Galicia, Spagna, 2007. Per gentile concessione dell'Autore)

Venerdì, 4 maggio 2007

Panas

In quel dicembre che di dicembre poco aveva

di Giovanna Mulas

Si domandava, Leila, perché Gavina uscisse sempre, dico sempre, a quell'ora della notte.
Precisamente alle 23.35.
Alle 00.55, Gavina faceva ritorno, in silenzio così com'era uscita.
Leila si domandava dove effettivamente andasse, cosa facesse, chi frequentasse. E la sua curiosità quasi si faceva morbosa, per come conosceva bene la compagna del corso d'università, in quel di Firenze ed in quel dicembre che di dicembre poco aveva, poco fiutava d'inverno in verità.
Un solicello tiepido e vispo, infatti, dall'inizio di ottobre aveva scaldato tetti e cuori degli italiani, interrotto brevemente da piogge insicure e temporali che, Gavina cincischiava preoccupata, -Nella mia Sardegna si fanno alluvioni-.
Però, Gavina amava l'acqua.
Rimaneva ore, a cantare nenje sotto la doccia. Leila se n'era accorta, preoccupandosene non poco. Dico, ore anche quando l'acqua da calda si faceva prima fredda, poi naturalmente gelida. E una doccia gelida, in un dicembre seppur scaldato da solicello allegro, non poteva rappresentare il massimo dei comfort.
Una mattina l'aveva scorta così, come si scorge un passerotto pallido e alla fame -Gavina tornava dalla Sardegna con forme di pecorino e ognibendiDio che ti raccomando. Eppure aveva l'appetito scarno di un uccellino da latte e biscotti secchi- affacciata al terrazzotto che dava, ad angolo, su Via di Selva Candida ed il viale dei Gigli. Nuda e magra, alta -forse stranamente troppo alta, per essere davvero sarda- i capelli lunghi sulle scapole sporgenti lasciati scorrere accarezzati dal vento, dalla pioggia noiosa, ritmica. Fissava, Gavina, un punto imprecisato della sua realtà, fissava il Dott. Cecco che, come ogni mattina alle cinque spaccate -e cascasse il mondo se oltrepassava di un solo minuto le cinque!- portava il suo pastore maremmano, paletta e scopina in pugno, a benedire pali e frasche.
Forse fissava il panettiere Angioino che a quell'ora staccava un attimo, una decina di minuti circa, per il terzo caffè della giornata; esattamente caffè e cornetto caldo, visto che l'Angioino teneva origini romane. Il camioncino delle guardie giurate che passava e ripassava eppoi si fermava a prelevare dal Banco dei Paschi di Siena, mitra spianati a difendere i soldi dei poveri dai poveri, la polizia con le sirene spiegate o la signora Cinzia Martelli in Matteucci che rientrava (tic tac – tic tac) dalle sue scorribande notturne in minigonna, tacchi a spillo e parrucca rossa en pendant col rossetto sbavato.
O forse Gavina, semplicemente, fissava l'orizzonte ed il cielo oltre. Quel cielo di Sardegna così lontano forse, forse troppo. Sì, certo. Doveva essere così. Ma perché fissarlo nuda in pieno inverno e con la pioggia a frusta?
L'aveva chiamata, quella mattina, Leila lo ricordava come fosse ieri.

-Gavina?-
-…Gavina?- ripetè più forte, rabbrividendo per il freddo.
-Vieni dentro, possono vederti, sei…sei nuda.-
E Gavina, come in trance, si voltò a guardarla.
E Leila fu attraversata da un brivido di orrore tale da paralizzarle tronco e nuca, da rizzarle i peli sul corpo. Fu un istante, un solo unico istante, però.
Gli occhi dell' altra, La Creatura, l'avevano fissata di odio e dolore, un dolore d'abisso, neri, segnati, scuri, profondi e vuoti, vacui.
Ma Gavina, subito, tornò la ragazza di sempre.
-Entro subito. Avevo mal di testa, volevo prendere un po' d'aria. Tutto qui. Non devi preoccuparti.-
-S…s…sì- aveva mormorato l'altra, pensando che forse quegli occhi, quell'inferno, se l'aveva sognato, vista l'ora.

Ecco; proprio così era andata, quella mattina.
Dalla volta Leila aveva rinunciato a chiedere all'amica dove andasse e perché a quell'ora, chi frequentasse. Che sapeva di lei, dopo tutto? Che veniva dalla Sardegna, da che punto preciso non avrebbe saputo dirlo. Di una famiglia d'origine neanche l'ombra. Nessuna telefonata in due anni di corso, nessuna lettera, nessuna visita almeno sotto le feste comandate. Di fidanzati neanche a parlarne. Nebbia fitta, insomma. Leila aveva imparato ad accettare la sua amica così com'era, e forse com'è giusto che sia: senza passato da chiacchierare, solo vita da camminare assieme, ora e, si spera, domani.
L' accettava coi suoi infiniti silenzi di mare e montagna, la discrezione, i suoi consigli solo se richiesti, mai una risata fuori luogo o forzata, la camera sempre in ordine, oggi pulisco io e va bene, domani cucino io e va bene; non preoccuparti: nessun disturbo.
No, nessuna domanda a Gavina.
Un oscuro presentimento avvertiva Leila che non doveva; che esisteva un confine che non andava valicato.
E così lasciava scorrere i giorni, e le notti, come dovevano scorrere, senza alcuna forzatura, senza porsi domande non porte seppure, suo malgrado, di Gavina cominciava ad avere timore. Non poteva definirlo terrore, questo no, ma lo sfiorava davvero da vicino. Evitava di frequentare la cucina la notte dopo le undici, ad esempio. Un paio di volte le era capitato di avvisare lo stimolo di urinare talmente forte da dormire coi crampi alla pancia. Ma niente, la resistenza era stata stoica. Così, all'alba, già due volte s'era dovuta cambiare, e lavare in silenzio, lenzuola e coperte.
Spesso la notte la coglieva una fame nervosa -aveva già sofferto di bulimia in età adolescenziale- indescrivibile ma tant'è; apriva il cassetto e le sigarette stavano lì ad aspettarla.
Era arrivata a fumarne due pacchetti, prima di addormentarsi.

Ed oggi non era più tanto sicura che la presenza di Gavina nell'appartamento le stesse facendo così bene. Le dava nervosismo, terrore (almeno un pochino), insonnia, fame, fame e fame che non trovava sazietà. Anche gli studi cominciavano a risentire dello stato dei suoi nervi e Franco, il suo ragazzo da una vita (si sarebbero sposati a laurea presa, diceva da sette anni a questa parte. Lui avrebbe lavorato nell'azienda di tonno in scatola del padre, chiaramente come contabile, lei alla segreteria. Sarebbe diventata la segretaria di Tonno Padre e a lui avrebbe dato tanti - almeno tre o quattro- tonnini inscatolati e pronti a ereditare il patrimonio di famiglia.) la trovava
…come dire? Diversa. Sì, sei diversa Leila…hai qualcosa…non so…anche il tuo aspetto sta cambiando…sei così…magra…non ti vedevo così da quando hai abortito, sì. Oh, no, non piangere! Era necessario tesoro…gli studi, sai. Penso tu debba fare degli esami tesoro…ne ho parlato con tua madre ecco…pensiamo tu sia un poco esaurita, sai, gli studi…che ne dici?.
A Leila era scappato da ridere, ma quella che doveva sembrare una risata le era uscita con un suono roco, strano, un irripetibile graoooahhh ah! senza capo, né senso, né coda.
Dunque Leila non ce la faceva più. Aveva deciso che quella notte, o la va o la spacca, avrebbe saputo la verità su Gavina, se verità c'era. E se non c'era, meglio così; tutto avrebbe continuato a scorrere come prima.
Attese che arrivassero le 23.30, prima di sguasciare fuori dalle coperte così come si era coricata tre ore prima, nella norma, dopo aver dato la buonanotte a Gavina e …scusami…sono molto stanca. Oggi non riesco a vedere la fine del film. A domattina.
Uscì da sotto le coperte chiaramente già vestita e pronta. Soltanto le scarpe da ginnastica –quelle prese dai cinesi in piazza Duomo- indossò, in un silenzio di tomba, trattenendo il respiro.
Fu quando sentì chiudere la porta d'ingresso che uscì dalla cameretta. Attese d' udire anche lo scatto del portoncino dell'ascensore, e scappò lesta dall'appartamento.
Volò per le scale come il vento, piano, piano.
Ed eccola in strada seguire a distanza, accucciandosi tra muri e macchine in sosta, la figura sottile di Gavina, eccola infrattarsi dietro un lampione, una porta, l'ingresso illuminato a giorno di un night club.
Camminarono per tre ore circa tanto che Leila pensò più volte di desistere, di tornare in casa al sicuro, al caldo del suo letto e al cd di Louis Armstrong. Poi i lampioni presero a diradarsi, la strada a farsi prima acciottolato e ghiaia, poi semi asfalto di periferia, infine sentiero di campagna. Latrare di cani, urla di civette. Buio, troppo buio e freddo.
Scorreva il Fiù Nero, lì vicino. Scorreva il fiume, che in quel periodo dell'anno non poteva dirsi il massimo della sicurezza viste le ultime piogge e visto gli scarichi delle industrie ammassate più in alto, a valle.
Leila vide Gavina proseguire sicura tra i pioppi alti, carezzarne i tronchi, avvicinarvi il viso quasi a parlarci e forse, forse qualcosa davvero sussurrava (a chi o cosa e chi o cosa le rispondeva?) ma da lì, accidenti, da quella distanza poco o niente poteva distinguere.
Gavina raggiunse la riva del Fiù Nero e lì, Leila, vide.
Strabuzzò gli occhi, vide. E udì.

Altre donne c'erano lungo la riva. Sei o sette avrebbe potuto contarne.
Nude e bianche, disposte in fila, magre e spettrali, i lunghi capelli di fili di stoppia lungo le scapole e i seni secchi, senza vita né latte. Urlavano, le streghe, urlavano alla luna e le nebbie una nenja che canto doveva essere e nel fluttuare delle acque si perdeva, tra le nebbie appariva, e scompariva. E battevano dei panni con ossa di morto, li battevano e li battevano ancora, a ritmo di urlo, instancabili, smunte, vuote d'anima.
Gavina levò gli abiti, le raggiunse sulla riva e, a loro, si unì. Il canto si fece forte, più forte l'ululato a nebbie e luna.
E il canto, un istante, un attimo, chetò. Gli occhi, quei fossi neri, tutti, puntarono in direzione di Leila. I fumi della nebbia s'allungarono a rivestire, sudario, ogni ombra.
Fu quando la luna si scoprì interamente dalle nebbie che la ragazza non le vide più.
In qualunque direzione guardasse, loro, gli spettri, non c'erano.
Un rivolo di sudore ghiacciato le percorse la schiena. Poi un grido, un altro, un altro ancora, nel buio.
Leila avvisò il battito del cuore farsi stranamente lento, imperturbabile nonostante l'orrore.
Leila
Leilaaaaaaaaaaaaaa
Vieniiiiiiiiii
Lei laaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!.

Leila, in silenzio, si spogliò degli abiti.
Tolse le scarpe e non avvisò il freddo
Non avvisò l'orrore
Puntò i pioppi
Leilaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Ne carezzò i tronchi
Fregò i capezzoli e il pube su foglie e sporgenze
Lei Laaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!
Puntò gli occhi alle acque e vide, nel buio e le nebbie le vide, ancora
Gavina a braccia aperte, ad aspettare
Leilaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Le unghie come artigli e gli occhi di pozzo e d'inferno
E Leila raggiunse le Panas* lì, sul ruscello
E alle sorelle, si dice, finalmente si unì.
Si dice che ancora, la notte e tra i pioppi, le nebbie e la luna, se ne senta il canto.

PANAS: Chi erano…
Secondo la tradizione popolare sarda erano donne morte di parto che tornavano temporaneamente fra i mortali con le stesse sembianze che avevano da vive. Essendo morte in un momento particolare della loro esistenza (considerato "impuro"), erano condannate a lavare i panni della loro creatura per un tempo che variava dai due ai sette anni.

Come agivano…
Le Panas potevano essere scorte lungo i ruscelli posti ai crocevia, fra l'una e le tre del mattino, mentre lavavano e cantavano una tristissima ninna-nanna. La loro condanna implicava l'assoluto divieto di parlare o di interrompere il lavoro: se questo accadeva, esse dovevano ricominciare daccapo il tempo della penitenza. Pertanto, se venivano disturbate da qualcuno mentre erano intente a lavare, le panas si vendicavano spruzzandogli addosso acqua, che però bruciava come fuoco.

Curiosità…
In Gallura le donne morte di parto prendevano il nome di "paltuggiane".
Spesso le macchie sul viso, soprattutto di giovani donne, venivano spiegate come una vendetta delle panas disturbate.


Giovanna Mulas
("Panas" è tratto dal libro "Racconti fantastici, d'amore e di morte", edito da El Taller Del Poeta, Galicia, Spagna, 2007. Per gentile concessione dell'Autore)

Domenica, 6 maggio 2007

Sa Jana Reina (La Fata Regina)

di Giovanna Mulas

…Ed empirai di latte, spada mia, la coppa ardente. Capezzoli di ginestra i muri prepotenti ai quali romperai ogn'indugio, e dita come rami d'oceanico seme, giù, oltre il buio dolce dove non c'è stagione e primavera, sempre, dimora.


-Incredibile-, pensò a voce grezza e alta Sisinniu Scanu, e sorrise.
-Incredibile aberu- ripetè più forte.
Ora il torace si sollevava ed abbassava convulso, i denti gli si erano legati assieme.
Il sorriso era scomparso e l'uomo scandagliava attorno con occhi quasi severi.
Nove teste, rase e pidocchiose, sparpagliate à pedire attorno alla tavola comente sos pilos aintru ‘e su mucadori nieddu ‘e thia Peppa, sa muzere de maistru ‘e muru de cussa bidda ‘e mortos, intenta nel brusìo a sollevare con cucchiaio e forchetta dalla scodella di portata tre culurjones tre colanti di salsa al lardo, pecorino e menta per ogni bocca e pancia vuota; puntarono finalmente la testa più pensante della famiglia.
E ammutolirono. Gli occhi grandi di bambini e madre -caldi, uguali, circondati da una raggiera di ciglia nere- sostennero pacatamente lo sguardo del capo famiglia. Oltre i vetri latrava un Eolo impaziente, randagio, BalenteBelante; frustava i faggi assonnati piegandoli come canne e come canne, da padrone, facendoli sònare, vibrare, parlare di nenje di streghe antiche e, da amante, palpitare, gemere. Si diceva che, fra quei faggi, avesse vissuto una fata dalla pelle d'ebano e gli occhi di carbone ardente, strappata al suo mare da un destino crudele. Si diceva che avesse amato solo una volta, Regina, amato il suo Re tanto da togliergli respiro ed anima e pensiero, amato tanto da lasciarlo andare, poi, scappare lontano, affinché il suo amore non potesse togliergli anche la vita. E si diceva che fu allora, che la fata cominciò a perdere i pezzi del suo cuore, a perdersi lei stessa nei meandri della propria mente. Ogni passo, ogni volo, ogni luogo erano per lei ricordi, AmmentiFrammenti ‘e suferentzia. E in ogni passo, ogni volo, ogni luogo un pezzo di cuore naufragava nei tempi; cuore di fata debole, come debole è il cuore dell'uomo.
E sedette in una roccia la Fata, e cominciò ad urlare per la disperazione. E l'urlo vento divenne e tempesta e uragano orrore d'ogni creatura. E poi quiete. Ed impazzì, la Fata. E ancora vaga in forma di civetta, la bocca di ciliegia divenuta becco scuro e duro d'osso, viola passita e pazza d'amore e senza mente e senza cuore, alla ricerca di chi non è più.
Fata, la Fata, Sa Jana Reina,
E in sos mirtos, s'àrroccas su cantu (dal seno, pieno, il succo),
fùriosu su mare, CàstiaCàstiadi: in ie sa mente, su còro
OdoreDolore di Fata e fèmina, màlaria, malàdia ‘e amore (sudore)
E nessuno si, mai, potrà consolare
.
Sisinnio ci aveva sempre creduto.
Alla Fata, ci aveva sempre creduto.
Ricordo che andava cincischiando in giro, quelle volte in cui su binu ‘onu, il vino buono era stato per lui più buono del solito tanto da convincerlo che sì, poteva mandarne giù ancora qualche litro senza pesanti conseguenze per fegato, denari e moglie; che l'aveva vista lassù, gemere in cima à s'àrroccas; piangere di un pianto strano, magico, prima di bambina, poi di giovinetta e donna. Infine diveniva urlo, quel pianto, urlo continuo, e lungo, senza modulazione né tono.
Urlo di civetta, pareva. O di gatto impiccato.
E diceva Sisinnio che la Fata l'aspettava. Proprio così: l'aspettava.
Che gliel'aveva promesso lei.
E promessa di Fata è promessa mantenuta.
E lui ci credeva ché voleva crederci.
Credere all'incredibile.
-Incredibile aberu- mormorò Sisinnio.
E ora che gli anni erano passati, e così la giovinezza, l'uomo si guardava attorno e lì, dove aveva creduto di vedere le testine rase, le sedie erano vuote, e vecchie quanto lui. E lì, dove aveva creduto di vedere la giovane moglie, incinta dell'ultima creatura bèddha e prena, intenta a servire i culurgjones colanti di sugo all'aglio, lardo e menta e sussurrare antiche preghiere scacciadiavoli; in realtà c'era il buio, e solo buio e quel brusìo di voci ora parlava di silenzi ché thia Peppa con la terra ora parlava, non più con Sisinnio.
Due notti prima gli era apparsa, Peppa, come frequentemente gli appariva in quegli ultimi tempi. Sisinnio conosceva il significato di quelle apparizioni; sapeva che stava avvicinandosi per lui il momento di partire. E doveva salutare la terra, le cose terrene che aveva conosciute e amate e odiate durante tutta la sua sconsacrata vita, salutare la terra prima che la terra aprisse le sue porte per accoglierlo dentro sé, farlo ritornare da dove era venuto. E Peppa stava ai piedi del letto di Sisinnio, due notti prima. Lui s'era svegliato di soprassalto e l'aveva vista così, bianca e pura come vergine, bianca e pura come l'aveva conosciuta non ricordava più quanto tempo prima.Aveva diciassette anni, Peppa, quando Sisinnio l'aveva incontrata per la prima volta, e ritornava dal fiume con le sue amiche, carica dei panni lavati dei fratelli e della madre vedova. Era bella, Peppa. Sisinnio ricordava che cantava sempre; lui e gli altri pastori sapevano che Peppa era al fiume a lavare quando ne sentivano arrivare, tra i mirti e i fusti di fico d'India, la voce; quel canto di sirena acerba. Allora Sisinnio s'infrattava tra i cespugli e in amore, soltanto e semplicemente, la guardava lavare e cantare, ridere con le amiche di disgrazia.
Eccola lì davanti a lui, ancora, Peppa, due notti prima. Muta, sorridente.
-Peppinè…-,
-…Peppinedda mea…-
.
Poi Peppa era scomparsa.
Doveva salutare la terra, Sisinnio, prima d'entrarci dentro, salutare chi aveva amato e chi aveva odiato.
Ora, era arrivato il momento di farlo.
E uscì di casa, Sisinnio, che la luna già s'alzava prepotente, stagliata tra tetti e aie e le colline giù, all'occhio parevano fianchi o corone, scrigni attraversati da cicatrici spurie, IncerteIrrequiete non segnate dalle mappe; quei fiumiciattoli magri e stinti come le pecore quando l'acqua manca e la terra abortisce d'erbe.
L'avevano seppellita lì, la bambina.
Erano passati trent'anni ma Sisinnio ricordava perfettamente il posto, quel sughero leggermente ricurvo a destra, un ramo ad indicare il cielo, l'altro la terra come che quella bara naturale fosse in realtà un tramite ardito tra un elemento e l'altro, tra spirito e corpo. Un fico d'India era cresciuto estendendosi in maniera spropositata quasi ad abbracciare, cingere, proteggere l'albero e soprattutto ciò che l'albero nascondeva, ed erbetta fine, e fresca, a quell'ora della notte umida e più tenera, confortata dal canto delle cicale e la fragranza orgogliosa dei cespugli di felce.
Giunse lì dopo poco cammino nel bosco, attraversando il sentiero celato dai corbezzoli e rovi. Fissò l'albero tra gli alberi e nel buio fitto non lo vide con gli occhi, lo vide con la mente. E con la mente rivide Peppa, piantata lì come il sughero, ad indicargli la via senza parlare. Sisinnio annuì, cadde in ginocchio e mormorò antiche preghiere. Poi prese a scavare la terra brulla a mani nude, ficcò le dita forte e grattò fango e radici, scavò e scavò. Smise, alzò il volto al cielo e, davanti a lui, Peppa intimò scava ancora. E Sisinnio scavò ancora, e ancora, e ancora che gli pareva di non dover mai finire di scavare.
Toccò qualcosa, un sacco di tela grezza pareva.
E Sisinnio sussultò al ritorno del passato, che fu come uno schiaffo.
Ed ecco la bambina, una zingara figlia di zingari, dicevano che fosse in paese.
L'avevano vista camminare per le strade con la madre mezzo nuda al fianco per qualche giorno, poi neppure più la madre s'era vista.
Ed era andata, la bambina, a cercargli del formaggio mentre Sisinnio pascolava pecore e capre ed il cane abbaiava ai falchi
E lui le aveva dato formaggio e pistoccu ed erano diventati amici; del resto zingari tutti e due erano, chi di corpo, chi di mente. E tutti e due bambini erano, chi di corpo, chi di mente
“E torna a trovarmi” le aveva detto Sisinnio
“E sì” aveva risposto la bambina
Ed era tornata, per quindici giorni di fila, era tornata lì alla tanca, vicino à su riu ‘e preda, tra sugheri e canne e menta odorosa
E il sedicesimo giorno era caduta nel fiume
(lui voleva strapparle un bacio – l'unico- e lei era scappata ridendo)
E aveva battuto la testa sul fondale
Ma Sisinnio sapeva che nessuno l'avrebbe cercata perché la zingara, per gli altri, era Nessuno
E Sisinnio sapeva che avrebbero dato la colpa a lui di averla spinta nel fiume
E Sisinnio il Maresciallo Giommaria Trimarchi, un continentale, non l'aveva cercato
Nemmeno avvisato, l'aveva
Senza vergogne aveva chiuso la zingara nel sacco che il suo padrone usava per metterci il resto da dare ai maiali giù in paese
E il sacco l'aveva seppellito piangendo
E sapendo di fare peccato sapendo che tutta la vita quel peccato l'avrebbe pianto e così davvero era stato
Sotto una piantina di sughero strana che a lei piaceva tanto perché curvava il fusto e aveva un ramo che indicava il cielo, l'altro che indicava la terra
La zingara era la prima che Sisinnio aveva davvero amato, senza saperlo.
Amata come gli angeli amano
.
Peppa sorrise e Sisinnio uomo pianse,
e Peppa scomparve
e Sisinnio gemendo pulì il sacco dalla terra,
Perdonami Signore perdona il peccatore perdonami zingara chè seppellita da femmina e non da bestia, dovevi essere, e non nascosta dalla vergogna degli altri
Perdonaperdonaperdonaperdona…

E Peppa, e sa Jana Reina eccole assieme e la zingara lì, Angelo bambina a dare una mano ad una ed una mano all'altra.
E Sisinnio comprese d'essere stato perdonato,
dalla TerraDio, perdonato.
E con Peppa, sa Jana Reina e la Zingara Bambina danzò tutta la notte
Dicono che lo videro danzare su ballu tundu
E danzare e danzare e danzare
Fino a che il cuore gli scoppiò di danza e di felicità
E qualcuno lo vide danzare.
(E ancora oggi, qualcuno lo vede danzare)
.
Ma don Puddu coi suoi chierichetti, la mattina, bussò alla porta di Sisinnio per accoglierne la confessione e dargli l'ostia, come faceva ogni giorno.
E lo vide così, Sisinnio, che pareva addormentato sulla sedia.
E don Puddu disse in paese che Sisinnio sorrideva; disse proprio così: sorrideva.
In tavola undici scodelle e undici bicchieri avevano trovato
E al centro della tavola in su tàlleri trentanove culurgjones trentanove, tre a testa per ogni bocca e pancia vuota
E una civetta silente abbarbicata sulla tredicesima sedia,
le ali chiuse, il capo chino.

Giovanna Mulas
("Sa Jana Reina" è tratto dal libro "Racconti fantastici, d'amore e di morte", edito da El Taller Del Poeta, Galicia, Spagna, 2007. Per gentile concessione dell'Autore)

Lunedì, 7 maggio 2007

Per Mary…

Al di là di una "sana" tensione per scadenze scolastiche importanti, sembra che in te si stia consumando una lotta contro qualcosa che sembra farti paura, contro una forza oscura che spaventa così tanto da richiedere il concorso e, soprattutto, la stima di persone che, amandoti e credendo in te, riescono a portare nella tua vita quel sovrappiù di coraggio che ti serve per continuare a colorare le tue speranze e i tuoi sogni.
Quando lessi di te la prima volta fu proprio questo - la tua lotta tenace - a impedirmi di andare oltre. Ma poi m'accorsi con gioia che i tuoi pensieri - pur tormentati a volte - non facevano che rivestirsi di poesia!… e allora mi sono fermato.
Per Mary

Io continuo però a dirmi che non è questo il luogo - e lo spazio - per pensieri come questi, per quelle confidenze che sono destinate di solito ad un amico… e quindi non ad una ragazza che ha soltanto permesso che qualcuno potesse affacciarsi, "curiosando", sul suo mondo.
Volevo dirti un'ultima cosa (prima di andare): i tuoi colori sono bellissimi!
Abbi cura di te.

Sully

Giovedì, 10 maggio 2007

Quel che è

È assurdo
Dice la ragione
È quel che è
Dice l'amore

È infelicità
Dice il calcolo
Non è altro che dolore
Dice la paura
È vano
Dice il giudizio
È quel che è
Dice l'amore

È ridicolo
Dice l'orgoglio
È avventato
Dice la prudenza
È impossibile
Dice l'esperienza
È quel che è
Dice l'amore

Erich Fried

Venerdì, 11 maggio 2007

È davvero troppo…

Dimmi che non sei così speciale!, dimmi che mi sono sbagliato!… almeno così metterò finalmente a tacere quest'attesa di te.
Lo so che le motivazioni che potresti darmi dei tuoi silenzi potrebbero essere plausibili! Ma non me ne frega niente della plausibilità (per quel che ne so potrebbero essersi rotti i pali del telefono!)… ma non me ne frega niente di niente.
Io volevo l'impossibile… volevo parlare con chi normalmente non si fa trovare, con chi normalmente fugge via voltandoti le spalle (i giovani spesso lo fanno). Tu - in questi anni - hai dimostrato invece che forse un dialogo era possibile… ed eravamo in due a volerlo; e che forse era possibile anche un'amicizia… un'amicizia storta come questa. O forse ero io che ci credevo e tu mi hai assecondato per non farmi troppo male? Mah… non so più cosa pensare.
Ho avuto particolarmente bisogno delle tue parole in questo periodo… ma non sono arrivate quasi mai!
Ma perché continuo a credere che t'importi ancora ciò che penso?

Sully (gennaio 2006)

Non te ne frega niente di niente?
E allora lasciami stare che non ho bisogno di altre preoccupazioni. Ma chi ti credi di essere?

No, non sono speciale come mi credi… e già te lo dissi tempo fa: se mi idealizzi sono problemi tuoi!

Ma tu guarda… non te ne frega niente di niente! E allora non avrò rimorsi quando leggerò queste parole visto che tu non hai il minimo riguardo. Non me ne fregherà niente se queste parole ti faranno male. Non me ne fregherà niente se vorrai cancellare tutta la posta col mio nome, se starai male, se… e migliaia di altre cose ancora.
Parli senza sapere un cavolo…
E guarda che mi trattengo perché chissà cosa potrei dirti. Ma, a quanto pare, la parola "moderazione" non sai nemmeno che cosa significhi: perciò non credo capirai cosa ti sto dicendo…
La tua mancanza di sensibilità è davvero inaccettabile.

Mi raccomando… abbi il coraggio di dire che questo è solo un pretesto per finirla qui; mi raccomando, pensa pure che tutto era premeditato… tanto non mi stupisco più di niente.
È davvero troppo…

Cecilia (gennaio 2006)

Sabato, 12 maggio 2007

Creature del silenzio…

Immagino che tu stia aspettando che io ti scriva… così lo faccio adesso (nonostante una stanchezza che stasera mi umilia) perché sento il bisogno di riempire questo spazio di silenzio, quel silenzio che prevale così tanto nel mondo di una persona. Hai mai pensato a quanto tempo ognuno di noi resta solo con se stesso?
Io credo che noi siamo creature del silenzio… ed è proprio in esso che costruiamo noi stessi, che diventiamo grandi. Quello che dico a te l'ho pensato quando ancora tu non c'eri ad ascoltarmi, e quello che leggi nei miei occhi è stato prima un turbine nel mio cuore.
Creature del silenzio

Noi abbiamo un bisogno disperato di questi silenzi… e quanto ci mancano quando le frenesie della vita sembrano soffocarli, eluderli, nasconderli.
Nessuno conosce che cosa abiti i silenzi di una persona; e nessuno conosce i tuoi, né i miei… ma a chi rivelarli se non ad un amico?
"E io ho voglia di pensare… e di confondermi" - questo immagino tu mi dica… e questo io spero per te. Ma che i tuoi pensieri siano leggeri, e che scivolino senza far male: come una barca sull'acqua… o come il volo di un gabbiano.

Sully

Lunedì, 14 maggio 2007

Finestre d'albergo

L'agitarsi di foglie,
davanti alla finestra,
sulla spinta del vento,
vigoroso,
fa sembrare autunnale
questo scorcio di cielo,
pesante di nuvole,
sul lago di Costanza.
Eppure da tempo
quell'antico dolore
si muove con me
sotto forma discreta.
Non liquido magmatico
ustionante e violento,
gorgogliante nella gola,
nel petto,
nel ventre.
Qualcosa di sottile,
aggressivo con discrezione,
acido diluito,
ferisce, ma non ferale.
Ogni tanto se ne versa
un po' dalla sua brocca,
e quell'aggiunta
ravviva e rinnova
ferite quasi rimarginate.
La carne torna ad aprirsi,
e il bruciore,
divenuto quasi un elemento
nella memoria,
torna a scuotere
membra ancora un po' più stanche
di ieri.

Robin delle stelle

Martedì, 15 maggio 2007

Un Rifugio…

Una Casa - cos'è? Tanto sicura - solida
Un Rifugio protetto dal Vento
Camminiamo a occhi bassi - in silenzio
Ci eclissiamo dietro gli scuri

Ma il cuore è sul punto d'esplodere
La mente scricchiola nel silenzio compatto
E le finestre s'involano dalle stanze mute
E i muri crollano - tutti insieme -

Antonia Susan Byatt

Mercoledì, 16 maggio 2007

Una notte piena di stelle…

Oggi ho acquistato un'auto nuova (o quasi),
una Golf 2000 sport TDI col cambio automatico:
una vera bellezza!

Ktm 990

Ma un'emozione come quella che mi dona il mio Guerriero
nessun'altra cosa me la potrà più dare ormai…
o forse sì?

È una notte così piena di stelle questa…

Sully

Giovedì, 17 maggio 2007

Ferite

Ci si può mettere in discussione a 47 anni? Guardarsi dentro per capire che cosa sia quello che ancora non va? Rossetti_Beata Beatrix Di sicuro è cosa difficile! - a quest'età le idee che si hanno della propria persona sembrano essere quasi scolpite sulla roccia - ma credo sia oltremodo necessario almeno tentare seriamente di farlo. La motivazione deve però essere molto più grande della paura di trovarci insufficienti, inadeguati, vuoti. Ma che tipo di motivazione può essere così decisiva da smuoverci una buona volta?
Leggendo qua e là pensieri già avuti mi sto rendendo conto quanto possa essere difficile la coerenza, l'onestà: con se stessi… e con ogni persona che ci è amica, di quell'amicizia - magari a volte troppo silenziosa - che credevamo proprio di non avere fino al momento che una mano ci viene offerta - sorreggendoci - quando ci sentivamo ormai perduti.

L'orgoglio ferito è proprio una brutta bestia da domare, e difficile da annientare… ma sono bastate poche parole dette con dolcezza - con leggerezza - per fugare i fantasmi del cuore, le sfuriate istintive di chi si è sentito per un attimo tradito, calpestato, umiliato.
Adesso resta soltanto la paura, questa maledetta paura di dimenticare tutto quanto domani. Ma so che ora m'addormenterò con un sorriso di speranza…

Sully

Giovedì, 17 maggio 2007

Per capire&hellip

Mi hai insegnato ad amare in un modo che non sapevo… e a desiderare di poter amare per sempre con la stessa intensità.
Ma se il mio sempre è lui devo anche capire se potrò mai amarlo in questo modo.
Rossetti_Lilith Una cosa so: che non potrai essere tu il mio futuro! Non avrei mai voluto questo, ma questo amare mi fa desiderare di trovarlo nella persona che potrà condividere tutto con me…
Ora mi sento incapace di fare chiarezza, ma vorrei tanto che tu non mi odiassi… perché sei la cosa migliore che mi sia mai capitata.

Non capisci che non puoi far parte a metà della mia vita? Rischio di commettere gli stessi errori che ho commesso con lui… di accontentarmi, e di credere che quello che ho mi possa bastare quando invece i miei sogni vanno oltre.
Io ti ripeto che il nostro amore è unico… ma non riesco a viverlo incatenata. La nostra strada dove portava? quali progetti?
Devo farmi queste domande per poter crescere… lo devo a questo amore.

Tu sei libero di scegliere ciò che ti fa stare meno male. Da parte mia non potrò cancellare niente di quello che provo: perché mi hai cambiata, perché mi hai fatto desiderare di sentirmi ogni giorno viva, ogni giorno libera d'amare. Ma ora mi sento come intrappolata, perché amare di nascosto è troppo difficile… e fingere d'amare ancor di più!
Con te sono finalmente vera… ed è questo che desidero ora per la mia vita!

Amanda

Venerdì, 18 maggio 2007

Che cosa mi manca?

Bellissimo giorno, questo, per ricominciare a vivere! Ed ho tutto ciò che è necessario per farlo: una famiglia che adoro! Poi una casa solo nostra, un'auto che m'aiuta nelle attività di ogni giorno, un PC per esigenze lavorative e come strumento di svago. Che altro? O Dio! stavo dimenticando le mie "passioni": la musica, la poesia, l'arte, la moto… e - cosa importante - il tempo sufficiente per poterle vivere.
Che cosa dunque mi manca? Che altro ancora chiedere alla vita? La salute, ovvio!… almeno fintantoché - pure lei - non si stancherà di me. Eh sì, perché sono decisamente un rompicoglioni, uno che non ne tace una, un tipo a volte un po' troppo preciso (e spesso neppure per le cose che contano veramente). Rimanermi accanto - devo essere sincero - credo possa essere troppo snervante: troppo serioso, troppo curioso… troppo di tutto! Mai una volta disposto a un compromesso se questo non dovesse profumare di cielo; e troppo insistente, e poco disposto ad accontentarsi. E per di più un inguaribile provocatore, un evocatore di sogni nascosti… e di segreti inconfessabili.

Ma che cosa mi manca? Già… che cosa mi manca?

Sully

Sabato, 19 maggio 2007

Soltanto promesse

Leonardo_Maddalena


Un altro giorno…
e un'altra sera che ritorna.
La stanchezza che avanza…
ma che non desidera il sonno.

L'aria tiepida che si respira
sembra promettere sogni
e desideri nuovi…
Un'attesa di felicità!

Sono così stanco…

Sully

Lunedì, 21 maggio 2007

Fiori azzurri

Una corona di fiori azzurri è stata la prima foto di una giornata - quella di ieri - decisamente folle, una giornata vissuta in modo selvaggio, senza alcun risparmio… e senza alcun controllo. Chilometri e chilometri tra boschi, valli, cornici di pietra rosa e grigia che s'ergevano quasi a voler imprigionare un cielo d'un azzurro mai visto. Dodici ore per perdersi… e per non dare ascolto a questi nuovi silenzi che vorrebbero instillarti fiele nell'animo!
Passo Giau Ho goduto, per davvero… senza alcun rimorso, quasi con rabbia! Ed ho lavato le ferite sbattendole violentemente contro le nude rocce, urlando tutto me stesso a un cielo che non rispondeva: proprio come te!
Pensavo soltanto che l'amore offerto gratificasse almeno di una risposta di premura!

Sully

Lunedì, 21 maggio 2007

"Chi parte… e chi resta"

Quando due si lasciano, non parte chi se ne va: parte chi resta. Chi se ne va, era partito già molto tempo prima.
All'apparenza è lei a prendere la nave, lei a muoversi: ma è un falso movimento, il suo; è come se fossi io a camminare all'indietro, senza accorgermene. Per lei non c'è partenza, è ferma nel suo nuovo amore - non cambia stato la sua anima, quieto, alla fonda, il desiderio.
È chi resta, invece, il solo a partire, cambiare condizione, forma del vivere, giornate, veglie, sussulti. È chi resta a non ritrovarsi più in quel posto, in quella geografia conosciuta di carezze e pensieri, e deve spezzare, andarsene, cambiar nome all'amore che non riconosce. È di chi resta l'unica partenza.

Saffo (Roberto Vecchioni: Viaggi del Tempo Immobile, Edizioni Einaudi)

Martedì, 29 maggio 2007

Prove di dialogo

Com'è difficile, a volte, raccontare… e raccontarsi!

Sabato scorso ho partecipato a una giornata d'aggiornamento sulla comunicazione medico-paziente; e devo dire che - dopo innumerevoli corsi sull'ipertensione, sull'osteoporosi e sulla cardiopatia ischemica - almeno è stato qualcosa di nuovo, di veramente interessante, di stimolante. Ho sempre pensato che la medicina generale abbia una particolarità - qualcosa di unico - che la differenzi dalle altre branche specialistiche e plurispecialistiche: quel contatto "stretto" con l'assistito, quell'approccio non ancora spersonalizzato, quel contatto "umano" che significa così tanto per chi deve guardare in faccia - accettando - un problema di salute, o anche soltanto un disagio psichico.
Il corso è iniziato con l'ascolto, da parte di un medico, di un brano che egli - a sua volta - doveva trasmettere a un altro medico non presente in sala al momento della lettura. Vi lascio immaginare la trasformazione subita dal testo originale una volta arrivato all'ultimo dei cinque volontari. Una prova d'ascolto dunque, ma con risvolti non privi di godimento.
Successivamente siamo stati sottoposti a un test dove ciascuno di noi doveva scegliere una risposta da dare a una persona che ci sottoponeva quesiti e considerazioni su eventi riguardanti la propria vita. Il tutto per mettere in risalto - nel corso di un immaginario colloquio con soggetti dal temperamento, sesso, carattere e personalità diversificate - quali atteggiamenti prevalenti, quali disposizioni, quali modalità di risposta ciascuno di noi sarebbe stato in grado di fornire. Una prova di dialogo dunque.
Per ultimo siamo passati a un dialogo reale, a un colloquio tra medico e paziente. Qui però servivano due volontari. Ma se per la parte "abituale" del medico c'è stato chi si è subito spontaneamente offerto, nessuno degli altri - tanto meno io - sembrava desiderare fare quella dell'assistito. La psicologa che guidava la conferenza - forse memore di qualche precedente intervento da parte mia - ha chiesto se volessi fare io quella parte.

Ci sono momenti nella vita di una persona - magari soltanto attimi - che scorrono come se non fossi veramente tu a viverli, ma qualcun altro… e tu lì, a guardare, ad osservarti mentre cammini, e mentre compi i gesti di sempre. Ed è così che ho visto alzarsi, con un sorrisetto pieno d'imbarazzo, un uomo di mezza età dall'apparente portamento tranquillo, con un'aria forse po' fragile… quasi dimessa. Ma io sapevo - io che continuavo ad osservarmi - sapevo che cosa fosse ad agitare il cuore di quell'uomo dall'aspetto un po' troppo magro e che vestiva da ragazzo… e con quell'aria un po' persa e i capelli a sfiorare le spalle.
Mentre il collega si preparava alla sua parte chiedendo delucidazioni alla psicologa su come avrebbe dovuto comportarsi, da parte mia sentivo già di non essere più un medico… ma un paziente, una persona preoccupata, spaventata da quello che di lì a poco il suo medico gli avrebbe detto.
Il dialogo è stato bellissimo… e, al di là della finzione, ci ha come trasformati, cambiati nel momento stesso in cui sentivamo di essere veramente noi stessi uno di fronte all'altro: con le nostre paure, i nostri pensieri irrazionali, le nostre attese e speranze.
Io so soltanto che alla fine di tutto la dottoressa che guidava l'incontro non stava più nella pelle… e che sorrideva come una bambina.

Sully

Mercoledì, 30 maggio 2007

Il vero coraggio

Un dolore toracico in un cardiopatico può anche essere rassicurante; rassicurante nel senso che almeno si conosce bene il nemico. Ma ultimamente un altro nemico si è celato nel primo, prendendone così il posto… e questa volta per un inganno atroce! E ora A*** sta morendo.
Lui chiama "il verme" questo suo nemico; e quando me lo disse la prima volta so che ho faticato a non piangere… credevo non lo sapesse! Ma io continuo andare a trovarlo: per sapere come sta, per la prescrizione di farmaci antidolorifici, per misurargli la pressione: sono il suo medico, perdio!
Lui impotente… ed io altrettanto. Ma mi sto chiedendo da dove nasca quel suo sguardo libero, quella pace che sembra abitarlo, quella forza che mi trasmette permettendomi di rimanergli accanto senza provare il desiderio di scappare via…

Il vero coraggio sta nel non rinchiudere in sé la notte… nemmeno quando le tenebre sembrano oscurare anche la più fragile speranza.
Il vero coraggio è un continuare ad esserci, un offrirsi alla vita, a questo amore… fino alla fine.
Non si finisce mai d'imparare…

Sully

Giovedì, 31 maggio 2007

I want it that way

Tu sei il mio fuoco
L'unico desiderio
Credici quando dico
Voglio che sia così

Ma siamo due mondi separati
Non riesco a raggiungere il tuo cuore
Quando dici
Voglio che sia così

Dimmi perché
Non ho altro che dolori al cuore
Dimmi perché
Non ho altro che errori
Dimmi perché
Non voglio mai sentirti dire
Voglio che sia così

Sono io il tuo fuoco?
Il tuo unico desiderio?
Sì, so che è troppo tardi
Ma voglio che sia così

Dimmi perché
Non ho altro che dolori al cuore
Dimmi perché
Non ho altro che errori
Dimmi perché
Non voglio mai sentirti dire
Voglio che sia così

Adesso capisco che ci siamo allontanati
Da quello che era prima, sì
Non ha importanza la distanza
Voglio che tu sappia che
Nel profondo dentro di me

Tu sei il mio fuoco
L'unico desiderio
Tu sei
Tu sei, tu sei, tu sei

Non voglio sentirti dire
Che non ho altro che dolori al cuore
Che non ho altro che errori
Non voglio sentirti dire
Non voglio mai sentirti dire
Voglio che sia così

Backstreet Boys


Tu continua ad amare come sai… e chissà che non sia un Angelo - domani - a suggerirti il sogno (Sully)

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]