Gennaio 2005

Lunedì, 3 gennaio 2005

Inizio di un anno

Il silenzio è irreale,
avvolge la casa,
e fuori
le strade deserte.
L'anno è iniziato,
il suo orologio
scorre,
ma da dove osservo
è immobile.
Un'atmosfera onirica,
scenografia per Dylan Dog.
La vita srotola,
come un tappeto
lanciato
scende lungo una scala.
Le fatiche
di una notte,
ultima
di tante altre uguali,
si smaltiscono
in un sonno ristoratore,
che ruba spazio
alla luminosità del giorno.
Oggi come ieri,
le attese di un cambiamento,
si aggiungono
ai buoni propositi,
nati e cullati
i giorni trascorsi.
Solo
non ricordiamo più
dove li abbiamo posati.

Robin delle stelle

Domenica, 9 gennaio 2005

Avete 'n vo' li fior e la verdura

Avete 'n vo' li fior e la verdura
e ciò che luce od è bello a vedere;
risplende più che sol vostra figura:
chi vo' non vede, ma' non pò valere.
In questo mondo non à creatura
sì piena di bieltà né di piacere;
e chi d'amor si teme, lu' assicura
vostro bel vis' a tanto 'n sé volere.
Le donne che vi fanno compagnia
assa' mi piaccion per lo vostro amore;
ed i' le prego, per lor cortesia,
che qual più può più vi faccia onore
ed aggia cara vostra segnoria,
perché di tutte siete la migliore.

Guido Cavalcanti

Giovedì, 13 gennaio 2005

Il pensiero

Un pensiero si solleva nell'aria,
lieve e deciso,
ondeggia
vaga,
incontra altri pensieri,
si sfiorano,
si annusano,
si riconoscono,
si toccano,
si allacciano,
si intrecciano,
si uniscono,
si saldano,
e insieme, uniti,
formano una rete,
che blocca oggetti impazziti,
formano uno schermo,
uno scudo,
a isolare energie negative,
a respingerle,
e a vincerle.
Un pensiero,
unione di pensieri e pensieri,
una forza
luminosa,
incredibile:
è la forza dell'uomo.
È la forza di chi
ti chiama fratello.

Robin delle stelle

Martedì, 18 gennaio 2005

In compagnia di un buttafuori

Parlare dell'immenso,
discorsi sullo spirito,
mentre giovani avventori
entrano alla spicciolata.
All'ingresso di quel paradiso,
nel cui ventre,
tra luci colorate,
discrete e soffuse,
tra nuvole di tabacco,
e musica,
e le parole di chi
commenta dietro un microfono,
si esibiscono ragazze,
prima coperte di esigui indumenti,
poi vestite del fumo
e degli sguardi,
di chi le accarezza
con gli occhi.
Lap dance,
evocatrice di amplessi.
Cresce il desiderio,
nel calore della sala,
nel contatto di mani
su corpi giovani e frementi.
L'eccitazione si diffonde,
il caldo si stempera
in bevande, alcoliche e no.
Sale la temperatura,
le camicie si sbottonano,
le maniche si arrotolano.
Le ragazze
si aggirano tra il pubblico,
strofinandosi,
promesse di
chissà quali delizie.
La preda si trasforma,
diviene cacciatrice.
Il cacciatore si tramuta
in preda.
E su tutti
vigilano,
pupille attente,
occhi addestrati,
muscoli scattanti,
aria da duri,
movimenti dosati,
abbigliamento essenziale,
scuro.
Un piccolo assaggio
dell'umanità della notte.

Robin delle stelle

Mercoledì, 19 gennaio 2005

Dopo la burrasca

È una domenica sera, una delle tante in cui mi ritrovo a fare sempre le stesse cose. Mi sono sfinita nel litigare... poi ognuno nelle proprie stanze. Mi giungono grida dall'appartamento al quinto piano... stannno discutendo con i figli.
È davvero strano... stavo cercando un nominativo in internet e da lì sono arrivata in questo sito... mi sono incuriosita alla parola diario ed ho iniziato a leggere i testi, le poesie.
Perché ho preso la decisione di scrivere? Perché ho un bisogno normale di comunicare; le altre due persone, che sono presenti nell'abitazione, sonnecchiano davanti ai rispettivi televisori, come se nulla fosse stato. Bella scusa la televisione! Un bel modo di evitare discussioni.
Così ho girato per le strade virtuali alla ricerca di un nominativo, che mi ha condotto a questo sito. Ho letto la parola "diario" e mi sono fermata. Ma scrivere a chi, quando, dove?... Le idee, le emozioni sono sbiadite lentamente, la solitudine si è persa nell'immensità della rete, che mi appare come un cielo nero.
Il cane è saltato giù dal divano e ha abbandonato il salone.
Mancano solo poche ore perché la giornata riprenda a girare da sola, automaticamente.

Laura (Domenica, 24 ottobre 2004)

Lunedì, 24 gennaio 2005

Concerto

Lo scricchiolio
del terreno ghiacciato,
frantumato dalle ruote,
spezza il silenzio del bosco;
esplosione di schegge sonore.
Il crepitio
di foglie secche,
rami spezzati,
ricci di castagne dimenticati,
funge da accompagnamento
in un concerto immaginario.
Gli elementi dell'orchestra
sono lì,
disponibili.
Sta a noi farli vibrare,
estrarre
la loro armonia,
farne un canto,
che delizi
il nostro ascolto,
tocchi i nostri sensi,
esalti
il nostro intimo.

Robin delle stelle

Mercoledì, 26 gennaio 2005

Inviti superflui

Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spianavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.
Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.
Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide, care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient'altro.

Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!". Nient'altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come fossero nate allora.
Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.

Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo.
Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo.

È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.
Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre.
Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

Dino Buzzati

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]