Luglio 2004

Venerdì, 2 luglio 2004

Delirio

Socchiudi gli occhi.
Filtri la luce di un sole accecante.
Rallenti il respiro.
Cerchi di diffondere la calma,
dentro te.
Tenti di rimuovere,
speri di sfilare,
lo stiletto affilato,
acuminato e sottile,
piantato nel tuo essere,
nel profondo.
Non appena le tensioni del quotidiano,
legate ai bisogni del giorno per giorno,
si allentano,
riappare l'ansia,
il non so che.
Si diffonde in ogni dove,
si appropria di ogni minimo spazio,
lo occupa,
ne difende i confini dopo l'invasione.
Non organizza assedi,
non tratta capitolazioni,
semplicemente
occupa.
Si insedia,
e basta.
Apri gli occhi,
il versante della collina è solo verde, intenso,
privo d'impronte umane;
la pace che trasmette
non modifica quel senso di dolore
che ti sale dall'interno.
Anche il volto,
anche le labbra,
sembrano adeguarsi,
atteggiandosi
in una smorfia sofferente,
in cui non vuoi,
o non riesci a riconoscerti.
Volgi oltre lo sguardo,
paesi,
agglomerati di case,
come spruzzati tra boschi e campagne,
ti fanno chiedere se là,
tra strade e vicoli,
tra piazze e cortili,
tra stanze e cucine,
balconi e finestre,
ci sono persone che vivono
le tue stesse ansie,
i tuoi tormenti,
le tue inesauribili angosce.
E, provocatorio,
balza un perché nella tua mente:
e se fosse solo delirio?
Una malattia immaginaria,
gratifica per il tuo ego?
Quel tuo pensarti,
sentirti vicino,
se non simile,
a Cesare Pavese.
Quella malinconia dolce,
che pervade i suoi libri,
quel terribile struggimento,
la nostalgia ineffabile,
il doloroso e lieve
lasciarsi vivere.
La conclusione,
repentina e immaginabile,
del por fine
a uno strazio continuo,
incessante.
Anche questo pensiero
attraversa la mente.
Scorciatoia,
non seducente,
verso cosa?
Verso dove?
Verso una ripetizione di vita,
che riprenda
dalla stessa lacerazione
in cui è stata interrotta?
E a cosa varrebbe
Una pausa?
Proseguire,
continuare,
ad oltranza,
anche se,
forse,
è solo delirio.

Robin delle stelle

Sabato, 10 luglio 2004

Pinakothek der moderne (Munchen)

Solo a spasso per il museo:
un notes in mano,
e con la penna ho raccolto
sensazioni
in piedi,
seduto,
poggiato ad un parapetto.

Fregio

Ammassi di lamiere,
forse simboli di automobili,
schiacciate,
gettate.
Fili di lana, sottili, colorati,
incroci a mezz'aria,
soffitto/pavimento, pavimento/parete,
dividono la sala in segmenti,
porzioni di spazio
in cui ti inserisci.
Scatole vuote.
Disegni con lampade a fluorescenza.
razzi, grattacieli,
sensazioni in movimento,
tendere al cielo.
Pitture,
figure umane capovolte,
stilizzazioni con scie di colori,
tubetti spremuti,
animano il fondo nero.
Warhol e le sue costruzioni:
le foto,
i ritocchi,
le intuizioni,
i disegni,
le pennellate.
Pannelli di compensato, grezzi,
tavole, riquadri di colori,
tenui, violenti, cupi.
E foto, come quadri perfetti, nitidi;
soggetti di nature, di esseri umani,
e scorci di vita quotidiana.
Vecchi trenini, limoni,
boccette con chissà quali preparati,
vecchi telefoni:
oggetti-sculture.
E ancora squarci, fori, tagli, strappi,
su lastre di rame, su tele colorate.
E colori sgargianti,
pennellate stridenti
che fanno rumore.
E surrealismo,
viaggi onirici,
angoscianti,
urlanti,
interrotti.
Le figure strambe di Klee.
Klee, a sua volta, diviene
il soggetto di Munter.
I resoconti, variopinti, di incursioni
nel fantastico di Kandinsky.
L'architettura degli ambienti,
la struttura dominata da cerchi,
raggi, vetri, ballatoi,
la luce solare illumina il tutto,
e i passaggi di nuvole
ne determinano variazioni d'intensità.
Il bianco delle pareti,
l'ariosità delle sale,
tutto tende a caratterizzare
la modernità.
E altri fili di lana,
inseguono contorni di pilastri,
unendoli con passaggi a soffitto.
Lamborghini,
esposte nel buio
indovinate da luci verdi,
che ne stravolgono linee e colori,
in un'atmosfera
da film di Wim Wenders.
E le toilettes pure,
vivono il momento moderno,
talmente future,
da tendere la mano,
alle forme
del passato dei nonni.

Robin delle stelle

Domenica, 11 luglio 2004

Un'altra attesa

Come quando, la sera, il canto muore
delle cicale - mentre il sole incendia
le nuvole - così io mi preparo
a un'altra attesa...
ma quale essa sia - gioiosa o triste -
alle lacrime move.

Sully

Martedì, 20 luglio 2004

Vergine bella...

Vergine bella, che di sol vestita,
coronata di stelle, al sommo Sole
piacesti sì, che 'n Te Sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di Te parole;
ma non so 'ncominciar senza Tu' aita,
et di Colui ch'amando in Te si pose.
Invoco Lei che ben sempre rispose,
chi la chiamò con fede.
Vergine, s'a mercede
miseria extrema de l'humane cose
già mai Ti volse, al mio prego T'inchina,
soccorri a la mia guerra,
ben ch'i' sia terra, et tu del ciel regina.

Vergine saggia, et del bel numero una
de le beate vergini prudenti,
anzi la prima, et con più chiara lampa;
o saldo scudo de l'afflicte genti
contra ' colpi di Morte et di Fortuna,
sotto 'l qual si trïumpha, non pur scampa;
o refrigerio al cieco ardor ch'avampa
qui fra i mortali sciocchi;
Vergine, que' belli occhi,
che vider tristi la spietata stampa
ne' dolci membri del Tuo caro figlio,
volgi al mio dubio stato,
che sconsigliato a Te vèn per consiglio.

Vergine pura, d'ogni parte intera,
del Tuo parto gentil figliola et madre,
ch'allumi questa vita, et l'altra adorni;
per Te il tuo figlio, et quel del sommo Padre,
o fenestra del ciel lucente altera,
venne a salvarne in su li extremi giorni;
et fra tutt' i terreni altri soggiorni
sola Tu fosti electa,
Vergine benedetta,
che 'l pianto d'Eva in allegrezza torni.
Fammi, ché puoi, de la Sua gratia degno,
senza fine o beata,
già coronata nel superno regno.

Vergine santa d'ogni gratia piena,
che per vera et altissima humiltate
salisti al Ciel, onde miei preghi ascolti,
Tu partoristi il fonte di pietate,
et di giustitia il sol, che rasserena
il secol pien d'errori oscuri et folti;
tre dolci et cari nomi ài in Te raccolti,
madre, figliuola, et sposa;
Vergina glorïosa,
donna del Re che nostri lacci à sciolti,
et fatto 'l mondo libero et felice,
ne le Cui sante piaghe,
prego ch'appaghe il cor, vera beatrice.

Vergine sola al mondo senza exempio,
che 'l Ciel di Tue bellezze innamorasti,
cui né prima fu simil né seconda,
santi penseri, atti pietosi et casti
al vero Dio sacrato et vivo tempio
fecero in tua verginità feconda.
Per Te pò la mia vita esser ioconda,
s'a' Tuoi preghi, o Maria,
Vergine dolce et pia,
ove 'l fallo abondò, la gratia abonda.
Con le ginocchia de la mente inchine,
prego che sia mia scorta,
et la mia torta via drizzi a buon fine.

Vergine chiara et stabile in eterno,
di questo tempestoso mare stella,
d'ogni fedel nocchier fidata guida,
pon' mente in che terribile procella
i' mi ritrovo sol, senza governo,
et ò già da vicin l'ultime strida.
Ma pur in Te l'anima mia si fida,
peccatrice, i' no 'l nego,
Vergine; ma Ti prego
che 'l Tuo nemico del mio mal non rida.
RicordiTi che fece il peccar nostro,
prender Dio, per scamparne,
humana carne, al tuo virginal chiostro.

Vergine, quante lagrime ò già sparte,
quante lusinghe et quanti preghi indarno,
pur per mia pena, et per mio grave danno!
Da poi ch'i' nacqui in su la riva d'Arno,
cercando or questa et or quel'altra parte,
non è stata mia vita altro ch'affanno.
Mortal bellezza, atti, et parole m'ànno
tutta ingombrata l'alma.
Vergine sacra et alma,
non tardar, ch'i' son forse a l'ultimo anno.
I dì miei più correnti che saetta,
fra miserie et peccati,
sònsen' andati, et sol Morte n'aspetta.

Vergine, tale è terra, et posto à in doglia
lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne,
et de mille miei mali un non sapea;
et, per saperlo, pur quel che n'avenne
fôra avenuto, ch'ogni altra sua voglia
era a me morte, et a lei fama rea.
Or Tu, Donna del ciel, Tu nostra dea
se dir lice, e convensi,
Vergine d'alti sensi,
Tu vedi il tutto; et, quel che non potea
far altri, è nulla a la Tua gran vertute,
por fine al mio dolore;
ch'a Te honore, et a me fia salute.

Vergine, in cui ò tutta mia speranza,
che possi et vogli al gran bisogno aitarme,
non mi lasciare in su l'extremo passo;
non guardar me, ma Chi degnò crearme;
no 'l mio valor, ma l'alta Sua sembianza,
ch'è in me, Ti muova a curar d'uom sì basso.
Medusa et l'error mio m'àn fatto un sasso
d'umor vano stillante;
Vergine, Tu di sante
lagrime et pïe adempi 'l meo cor lasso:
ch'almen l'ultimo pianto sia devoto,
senza terrestro limo,
come fu 'l primo non d'insania vòto.

Vergine humana, et nemica d'orgoglio,
del comune principio amor T'induca;
miserere d'un cor contrito, humìle;
ché, se poca mortal terra caduca
amar con sì mirabil fede soglio,
che dovrò far di Te, cosa gentile?
Se dal mio stato assai misero et vile
per le Tue man resurgo,
Vergine, i' sacro et purgo
al tuo nome et penseri e 'ngegno et stile,
la lingua e 'l cor, le lagrime e i sospiri.
Scorgimi al miglior guado,
et prendi in grado i cangianti desiri.

Il dì s'appressa, et non pote esser lunge,
sì corre il tempo et vola,
Vergine unica et sola,
e 'l cor or conscïentia or morte punge.
Raccomandami al Tuo Figliuol, verace
homo et verace Dio,
ch'accolga 'l mio spirto ultimo in pace.

Francesco Petrarca (Canzoniere, canzone CCCLXVI)

Venerdì, 23 luglio 2004

Arco di luna

Esile arco di luna,
taglio sognante
nel buio profondo
della notte.
Una stella brilla
solitaria e distante,
e ne esalta
il fascino silenzioso.
Impalpabili,
disabitati
spazi siderali,
richiamo alla navigazione
di spiriti inquieti.
Superflue
le parole,
le anime si sciolgono,
annullandosi
nell'immenso
che ci contiene,
in cui partecipiamo.
L'oscurità
volge in chiarore,
traghettando
entità innamorate
verso
i rumori del giorno.

Robin delle stelle

Mercoledì, 28 luglio 2004

Perdersi

Perdersi in un bosco,
perdersi nella vita.
Seguire una via nota, per poi lasciarsi tentare dall'ignoto, dall'avventura.
Imboccare un sentiero sconosciuto, seguirne curve, giravolte, incroci.
Un intrico in cui non ci sono riferimenti. Gli alberi fitti, chiudono lo sguardo verso il cielo.
Il sole filtra a fatica, creando piccole isole di luce, tra zone d'ombra incantate.
Il timore di perdersi viene all'assalto, pone il dubbio se proseguire o tornare verso strade viste.
La paura è forte, la curiosità lo è di più:
andare avanti è imperativo.
In fondo è un bosco, ha i suoi confini.
In fondo è la vita, ha i suoi limiti.
Arrivare finalmente su una via conosciuta. Percorrerla, rilassarsi, sentirsi tranquilli.
Ma ecco altri sentieri l'intersecano.
E di nuovo lasciarsi tentare, ripartire verso l'ignoto. E rinascono perplessità e paure.
Riaffiorano incertezze e desideri di conoscenza.
Sempre più il bosco è la vita.
I sentieri s'incontrano, divergono, per unirsi di nuovo, in un susseguirsi di abbracci e respingimenti.
Il fondo diviene dissestato, sempre di più.
E sempre più incombe la voglia di tornare indietro.
Ma resiste il bisogno di andare avanti.
Al di là di un orientamento quasi perduto, di un fondo sconnesso, di un timore nato da un vicino abbaiare di cani.
Torna ad offrire accoglienza un sentiero già percorso. Dona sicurezza con la sua dimensione, e i sassolini immersi nella polvere che ne segnano lo scricchiolante dipanarsi.
Così la vita.
Così piena di misteri, affascinano e intimidiscono. Ci lanciamo verso di loro e ne rifuggiamo.
Brevi incursioni su territori inesplorati, e desiderio di ritrovare sicurezza.
Ed ogni volta spingersi un po' più in là, dove non si è mai stati, allargando i confini del proprio universo.
Per non fermarsi.
Mai.

Robin delle stelle

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]