Aprile 2004

Sabato, 3 aprile 2004

Teatro "Sullivan"

Una piazza nella periferia di una piccola città di provincia. Un luogo con poche case, e una struttura itinerante che si erge temporanea: un teatro tenda.
Fuori, refoli di vento punteggiato da qualche goccia di pioggia, il buio notturno e passanti frettolosi quanto rari.
Dentro, le panche per sedersi, poggiate su un pavimento di terra ed erba.
Sulle panche, per la quasi totalità sole e inutilizzate, è seduto qualche isolato spettatore, immerso nel buio di una platea fredda, non riscaldata.
L'ingresso è libero, ma ciò non basta a catturare attenzione.
Un palco fatto di tavole di legno, consumate da scarpe e dal tempo, si staglia sul fondo di questa piccola sala. Un riflettore, uno solo, ne illumina un angolo, il resto è penombra, e poi l'oscurità prende posto, unendolo alla platea.
Sotto il riflettore una sedia e un microfono che poggia su un'asta, inutilizzato e superfluo, vista la scarsità di pubblico. La voce, nuda, può coprire ogni spazio.
Sul palco, in piedi, nella zona di confine tra luce ed ombra, attenti a mantenere il volto nascosto dal buio, si alternano scarsissimi attori.
La loro performance è un racconto, una poesia declamata, un testo improvvisato, un altro preso da un libro di autori famosi e no.
Brani e versi che parlano di gioie e dolori, quasi mai divertenti, a volte più vivi, altri non destano emozioni. Ma tutti veri, vissuti.
Fotografie di stati d'animo. Istantanee di sensazioni che fanno pulsare il sangue, che allargano il respiro, che ti rendono sognatore invincibile, ed altre di sensazioni malinconiche, che galleggiano tra ricordi e rimpianti, tra desideri inespressi e confusi, tra struggimenti e passioni deluse.
Spettatori scarsi, anche loro: alcuni resistono il tempo di un assaggio, altri, imperterriti, ascoltano immoti e impassibili.
Raramente esprimono reazioni, assenso, dissenso, restano attenti e muti. Così come gli attori, i quali non tentano un approccio, non provocano un contatto, ma limitano il loro sforzo alla trasmissione di un sentimento, al suscitare di un'emozione che unisca l'essere che parla con l'essere che ascolta.
La luce del riflettore si affievolisce, la platea resta vuota. Pronta per un altro giorno.
È tutto.

Robin delle stelle

Giovedì, 8 aprile 2004

Lacerazioni

Questo stato,
questa inquietudine,
graffia lo spirito,
morde e lacera
l'aspetto più intimo.
Una sorta di rimpianto,
ineffabile,
un desiderio di lacrime,
non per guarire,
ma quasi per protrarre
questo male di vivere,
per immergersi,
ancora di più,
in un pantano,
senza vie d'uscita.
Abbandonarsi,
lasciarsi andare,
lasciar che il tempo
compia
il suo misfatto.
Riprender su
il tuo fardello,
crudo compagno,
di questo umano
vagabondare.
Segui altre strade,
scopri sentieri,
ma l'agonia
permane in te.
Cosa desideri?
Cosa ti manca?
Solo domande,
niente risposte.
In questa notte,
silenziosa come altre,
erompe un urlo,
da dentro te:
straziante,
angosciante,
ma mai nessuno
l'ascolterà.

Robin delle stelle

Lunedì, 12 aprile 2004

Kindertotenlieder (Canti per i bambini morti)

Nun will die Sonn' so hell aufgeh'n

E ora il sole vuole ancora sorgere,
come se una sciagura nella notte
non fosse accaduta. Ma a me accadde,
a me solo, e il sole risplende per tutti.

Non devi rinchiudere in te la tua notte,
bensì affondarla nella luce eterna.
S'è spento un lume sotto la mia tenda,
ma sia benedetta la luce gioiosa del mondo.


Nun seh' ich wohl, warum so dunkle Flammen

Ora capisco perché in certi momenti
mi lanciavate, occhi, fiamme così oscure!
Quasi a raccogliere in un attimo solo,
e pieno, tutte le vostre forze.

Ma io non potevo immaginare,
avvolto com'ero nella nebbia
e come spinto da un destino accecante,
che il raggio già si rassegnava a tornare
alla dimora donde ogni raggio proviene.

E volevate dirmi, col vostro luccicare:
accanto a te sarebbe bello per noi restare,
ma il destino l'ha voluto impedire.

Solo guardaci, ché presto saremo lontani!
Quelli che per te, oggi, sono occhi
saranno stelle nelle notti a venire.


Wenn dein Mütterlein

Quando la tua mammina
entra da quella porta
ed io giro la testa
e a lei volgo lo sguardo,
il mio sguardo non cade
subito sul suo viso,
ma là, proprio in quel punto
dove dovrebbe essere
la tua cara faccina,
se tu, piena di gioia,
entrassi insieme a lei,
come facevi sempre,
piccola figlia mia.

Quando la tua mammina
entra da quella porta
sento come se tu,
col bagliore della candela,
entrassi insieme a lei,
scappandole da dietro,
come facevi sempre, nella stanza.
O tu, parte di tuo padre,
raggio di gioia, ahimè,
troppo presto estinto.


Oft denk' ich, sie sind nur ausgegangen!

Io penso spesso che siano solo usciti,
e che presto saranno di ritorno a casa!
È bello il giorno! No, non angosciarti,
fanno solo una lunga passeggiata.

Ma certo, son semplicemente usciti,
ed ora se ne ritorneranno a casa.
Non angosciarti, la giornata è bella!
Fanno due passi, là, su quelle alture!

E invece ci hanno preceduto,
e non ritorneranno mai più a casa!
Su quelle alture li raggiungeremo,
nella luce del sole! E la giornata è bella
su quelle alture.


In diesem Wetter, in diesem Braus

Con questo tempo, in questa bufera,
mai avrei fatto uscire i bambini:
li hanno portati fuori…
e non sono riuscito a dire nulla.

Con questo tempo, in questa bufera,
mai avrei fatto uscire i bambini:
avrei temuto che si ammalassero.
Ma questi sono, ora, solo vani pensieri.

Con questo tempo, in questa bufera,
mai avrei fatto uscire i bambini:
potrebbero morire!
Ma non vale, ora, darsi pena per questo.

Con questo tempo, in questa bufera,
essi riposano come dalla mamma;
e più nessuna tempesta li spaventa
e la mano del Signore li protegge.

Gustav Mahler (su testi di Friedrich Rückert)
(Traduzioni dal tedesco di Ugo Duse)

Mercoledì, 14 aprile 2004

La pioggia

Chino sulle ginocchia, usate come piano d'appoggio per scrivere, le spalle addossate alla parete di un sottopasso ferroviario, osservo, spettatore costretto, la pioggia su questo tratto di campagna romana.
Transitano indomiti e affezionati corridori, che neppure un'acqua leggera ma fitta riesce a frenare.
Il rumore della pioggia: le gocce che centrano una pozzanghera hanno un suono diverso da quelle che colpiscono le foglie, ad altre che si stampano sul terreno, sorde o che rimbalzano echeggianti sulla mantellina che mi sta riparando.
La pioggia, a momenti più fitta, si dirada e poi torna invadente.
La bellezza, la quiete di una campagna lavata dalla pioggia, suscita sensazioni di poesia, con un cielo grigio, compatto, senza speranza di sole a breve.
I cerchi delle gocce nelle pozzanghere ora sono più radi, ma tra poco riprenderanno di nuovo una maggior frequenza.
Ogni tanto un'auto passa e rallenta ad osservare incuriosita l'insolita scenetta di un ciclista accucciato a scrivere, sotto un ponte.
Un volo basso e breve di un uccello, non identificato, assorbe l'attenzione.
Nelle pozzanghere i cerchi si scontrano e smorzano il loro espandersi, in una frenesia dettata dal ritmo delle gocce ora rinvigorite.
Tratti di acquedotto romano, sparsi e dominanti questo breve orizzonte, sono lì, incuranti della pioggia, ad incantare e far sognare spiriti di ogni età.
Il colore del cielo si è incupito ancor di più: la giornata è bellissima.

Robin delle stelle

Mercoledì, 21 aprile 2004

Ritorno a casa

Sempre, in questa lotta,
sondo il mio cuore.
A volte una porta lentamente si schiude;
altre volte la porta resta sprangata.

Lu Ji (III–IV sec.)

Fregio

Questa piccola stanza – dove ormai da troppo tempo non scrivo – più che uno studio la sento – e la vivo – come un luogo di pace, come un rifugio, dove spero prima o poi di ritrovare ancora i miei pensieri. Ma la porta del cuore resta chiusa – se non proprio sprangata – inesorabilmente… questa, e come innumerevoli altre sere.
Nonostante questo decido ugualmente di provarci, provare a buttar giù qualcosa, a dare una qualche parvenza di forma a quella ridda di immagini, a quel magma informe di emozioni che mi abitano… e non importa poi molto se adesso non so ancora dove mi stia portando questa lotta.

Risuona ancora troppo fresco il pianto che ho sentito, e l'abbandono, e la paura che ho letto nei suoi occhi; così vicino nel tempo – fin troppo vicino – per parlarne: "Bisogna prima ritornare per scrivere, quantomeno ritornare a casa". Ma lo stesso non riesco a non pensarci… e questo pensiero prima mi scuote, e poi mi annienta.
I*** sta morendo, ed io – noi tutti – non possiamo proprio farci nulla. L'unica cosa ancora in mio potere – l'unica che rimanga davanti al silenzio imbarazzato della scienza – è il mio esserci, il mio essere presente… ma quanta fatica! Sì, quanta fatica non distogliere gli occhi da quello sguardo che ti punta, che ti fissa, e nel quale scorrono mille domande per le quali forse non c'è risposta. È uno sguardo talmente indagatore che penetra molto al di sotto della tua ruvida scorza, fino a mettere a nudo le tue emozioni più nascoste, e quei segreti che custodisci così gelosamente; uno sguardo che non accetta compromessi perché manca ormai il tempo anche per i compromessi, per quei sorrisi imbarazzati e di circostanza, per quelle mezze verità che così spesso caratterizzano il nostro quotidiano porci in relazione con gli altri, con tutte quelle persone che, come meteore, sfrecciano nel nostro cielo. E in quel momento decisivo – dove non c'è scampo se non nella fuga, nel voltare le spalle – tu senti – e sai – di essere "giudicato": giudicato non come medico, ma come persona. E il giudizio – qualunque esso sia – è impietoso, impietoso proprio perché essenziale, perché, travalicando ogni convenzione di convenienza e di gentilezza, arriva dritto al cuore del "problema"… del tuo problema.
Soltanto una cosa ti è concessa – alla fine – da quello sguardo: la libertà di essere finalmente te stesso.

Sully

Lunedì, 26 aprile 2004

Sprazzi improvvisi

Il vento spettina la vegetazione sul crinale del vulcano spento.
Minacce di pioggia incombenti, esaltano la solitudine dei luoghi.
La riservatezza e il silenzio mi invitano a penetrare i loro misteri.
L'erba, gli alberi, le piante, le acque distanti, mi parlano in silenzio.
Il rumore del vento, vortici sonori che variano continuamente intensità e direzione.
Un fungo solitario, cresciuto in una posizione impossibile, testimonia la volontà e il desiderio di esserci, a dispetto, quasi, di una razionalità ovvia.
Inaspettata, si affaccia alla mente l'immagine di "Un film parlato". Un viaggio, tra cultura e conoscenza, nella storia, verso antichi e caldi approdi mediterranei, dapprima, e nella sua prosecuzione alla scoperta di paesi, ancor più caldi, nei mari arabi.
Una narrazione calda e suadente, incontri affettati e manierati, premessa di un epilogo che frantuma, come un cristallo che va in mille pezzi, lo svolgimento pacato e solare.
Un'opera che arricchisce lo spirito, di un altro piccolo tassello, di un bagaglio sempre troppo leggero.
E si acuisce quel sottile rimpianto, che si insinua, vigliacco e tacito, in un animo che continua a chiedersi: perché?

Robin delle stelle

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]