Marzo 2004

Martedì, 2 marzo 2004

L'infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

Domenica, 7 marzo 2004

In treno

Desiderio di scrivere, vuoto di idee.
Un fiorire di spunti, argomenti diversi, ma nessuno che prevale sugli altri.
Tante basi da plasmare, modellare, ma manca quella che ti attrae con forza e decisione.
E pensare che ho atteso queste ore con piacere e da diversi giorni.
Questo ritorno a casa, dopo alcuni giorni di fiera; queste quattro ore di treno me le pregustavo con piacere, ed invece… eccomi qui.
Se analizzo la paralisi mentale che mi avvolge, la giustifico con le parole spese allo stand, con l'affollamento del treno, in cui il gioco ad incastro delle gambe e dei piedi con i vicini di posto, impone posizioni obbligate, poco comode e la concentrazione si fissa sui gesti di chi mi circonda, visto il buio che dipinge il paesaggio intorno a noi.
Un buio interrotto dai fari di automobili, ricostituito dall'ingresso nelle gallerie che si susseguono, di nuovo illuminato da un paese di questo Appennino ancora imbiancato di neve.
Lettura, dialoghi e sonnellini sono le occupazioni di noi viaggiatori. Un'imprevista fermata si tramuta in un improvviso risveglio d'interesse, che la ripartenza assopisce di nuovo.
Alterno la lettura a questi scritti, mentre la mia vicina di bracciolo divora con soddisfazione un panino, scuotendo via briciole dispettose.
Il via vai di persone non cessa del tutto, anche se a quasi due terzi del viaggio subisce flessioni.
Attraversiamo Firenze mentre l'ultimo boccone di panino termina, e arriva il turno di un'arancia.
Osservo incuriosito i diversi comportamenti di chi si alterna, in attesa, davanti alla toilette occupata, ma non segnalata da una spia che rimane eternamente spenta.
Frammenti di brani telefonici, riempiono l'attenzione di chi è costretto ad ascoltare un tono di voce incontrollato.
E Niccolò Ammanniti attende di essere ripreso in esame, da quegli occhi che fissano il vuoto davanti a sé, di questa sconosciuta compagna di viaggio.
Il berretto da monello di quella ragazza in piedi, laggiù, ha attratto l'attenzione sin dalla partenza. Anche se l'ammetto, prima del berretto, avevo notato quello spicchio di pancino scoperto, mentre fumava l'ultima sigaretta, sulla banchina della stazione, in questa freddina serata di partenza milanese.
L'arrivo del capotreno, per un controllo, ravviva un'atmosfera sonnolenta, mentre scopriamo che il ritardo è di una ventina di minuti: impensabile viaggiare senza il ritardo!
I telefonini occupano una discreta percentuale d'interesse, e mentre Ammanniti si riapre alla pagina del segnalibro, una fanciulla usa la toilette per far ricaricare la batteria del proprio cellulare.
Nello stesso istante, la ragazza di fronte mostra lo stato delle sue carie, grazie ad uno sbadiglio improvvido.
Il treno ha acquistato velocità, e gli scossoni aumentano insieme ad un risveglio generalizzato, e questi vangeli apocrifi, miei compagni di viaggio, mi invitano a proseguire con loro questo ritorno.

Robin delle stelle

Venerdì, 12 marzo 2004

Per un'apologia del pensiero

L'uomo ha più paura del pensiero che di ogni altra cosa al mondo: più della propria rovina, persino più della morte. Il pensiero è sovversivo e rivoluzionario, distruttivo e terrificante; il pensiero è implacabile nei confronti del privilegio, delle istituzioni ufficiali, delle comode abitudini; il pensiero è anarchico e senza legge, indifferente all'autorità, incurante della ben collaudata saggezza del passato. Il pensiero affonda lo sguardo nell'abisso dell'inferno e non se ne ritrae spaventato. Il pensiero vede l'uomo, debole frammento, immerso in oceani senza fondo di silenzio; e tuttavia non rinuncia al proprio orgoglio, e resta impassibile come se fosse il signore dell'universo. Il pensiero è grande, veloce e libero, è la luce del mondo, è la suprema gloria dell'uomo.
Ma, perché il pensiero divenga possesso di molti, anziché privilegio di pochi, dobbiamo farla finita con la paura. È la paura a impastoiare gli uomini: il timore che le loro amate credenze si rivelino illusorie, che le istituzioni grazie alle quali campano si dimostrino dannose, che essi stessi si manifestino meno meritevoli di rispetto di quanto non avessero supposto. «È ammissibile che il lavoratore abbia atteggiamenti da libero pensatore nei confronti della proprietà? E che cosa ne sarà di noi, i ricchi? È ammissibile che il giovane la pensi liberamente in materia di sesso? E che ne sarà della morale? È ammissibile che i soldati la pensino liberamente in merito alla guerra? E che ne sarà della disciplina militare? Facciamola finita con il pensiero! Si rientri nelle tenebre del pregiudizio, per tema che la proprietà, la morale e la guerra siano messe a repentaglio! Piuttosto che i loro pensieri siano liberi, è meglio che gli uomini siano stupidi, infingardi, tiranni. Infatti, se i loro pensieri fossero liberi, non penserebbero come noi, e questa calamità deve essere evitata ad ogni costo.» Così ragionano, nelle profondità inconsce del loro animo, gli avversari del pensiero, e così agiscono nelle loro chiese, nelle loro scuole, nelle loro università.

Bertrand Russell, Principles of Social Reconstruction (1916)

Sabato, 13 marzo 2004

Astrazione e concretezza

L'astratto: tutto ciò che ruota attorno a idee, sentimenti, fede, fantasia, sogni.
Il concreto: quello che ti confronta con le necessità di ogni giorno, quali il mangiare, il dormire, il vestire… e che ti portano a quella azione individuata dalla parola "lavoro".
Riuscire a coniugare astratto e concreto, significa avere un atteggiamento unico, coerente, continuo. Vivere il lavoro, e i rapporti che esso determina, con serenità, senza lo stridore tra due realtà che diversificate possono risultare schizofreniche.
Mi sforzo di vivere l'aspetto personale, cioè l'astratto, nella sua massima espressione, cioè riversandolo anche nell'attività lavorativa, cioè nel concreto.
Il risultato è vario: in alcuni casi ti si svelano aspetti inimmaginabili in persone con cui hai rapporti da anni, trovi affinità nuove, nuovi dialoghi e un motivo in più per apprezzare il lavoro.
In altri casi passi per stravagante, il tizio un po' strano, ed allora torni a mimetizzarti e a camuffarti, mostrando l'aspetto professionale che, chi ti sta davanti in quel momento, è l'unico che desidera…

Mentre sto scrivendo arrivano due persone con strane attrezzature. Sono tecnici e hanno installato un'apparecchiatura per riprendere la cova del falco pellegrino.
Filmeranno per mesi, fino a quando i piccoli nati non voleranno.
Arrivano anche i guardiaparco che vigileranno su tutto questo.
La pace del luogo è interrotta.
Se ne scusano e, per farsi perdonare, mi invitano a vedere su uno schermo lillipuziano il collegamento in anteprima della cova.
Sospendo la scrittura.
Vado a curiosare.

Robin delle stelle

Domenica, 21 marzo 2004

Sogni

Vorrei essere un poeta,
per raccontare sogni.
Sogni diversi,
da dedicare
a chiunque li richieda.
Sogni con i colori,
tenui e delicati di un acquerello,
intensi e passionali,
pennellati con tinte ad olio.
Sogni sgargianti e vividi,
sogni cupi e tenebrosi.
Racconterei di sogni pieni di suoni,
dolci e armoniosi,
inquietanti e stridenti.
Racconterei di sogni
in un profluvio di odori,
aromi penetranti,
profumi evanescenti,
che durano
il tempo di un respiro.
Racconterei di sogni
bagnati dalla pioggia,
abbagliati dal lampo,
allietati dal sole,
mitigati dalla brezza,
carezzati dal vento,
flagellati dalla tempesta.
Racconterei di sogni
nel rumore
di una folla,
nel silenzio
che è in me.

Robin delle stelle

Sabato, 27 marzo 2004

Al termine della vita…

I gomitoli (a terra)

Siamo i pensieri
che tu dovevi pensare…
dovevi darci i piedini
per camminare!

Noi dovremmo innalzarci, voci
commoventi, e invece
dobbiamo rotolare, gomitoli
di filo grigio.


Foglie secche (sospinte dal vento)

Noi siamo le parole d'ordine
che tu dovevi dettare!
Guarda, misere, come
ci ha ridotte l'inerzia!
I vermi ci han divorate
da ogni parte;
mai ci siamo allargate
a corona intorno a un frutto.


Mormorii nell'aria

Noi siamo le canzoni
che tu dovevi cantare!
Nel fondo del tuo cuore
siam sempre rimaste
in attesa…
ma non fummo mai chiamate.
Nella tua gola
è un veleno!


Gocce di rugiada (cadendo dai rami)

Noi siamo le lacrime
che non furono versate.
Avremmo potuto sciogliere
l'ago di ghiaccio che trapassa il cuore.
Ormai l'aculeo è confitto
nel petto velloso;
la piaga è chiusa;
il nostro potere è spento.


Steli spezzati

Noi siamo le opere
che tu dovevi compiere!
Il dubbio che attanaglia
ci ha piegati e spezzati.
Nel giorno supremo
verremo tutti
ad accusarti… e avrai
quel che ti meriti!

Ibsen, Peer Gynt

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]