Febbraio 2004

Domenica, 1 febbraio 2004

Ragione e sentimento

… perché non bisogna disconoscerlo: noi siamo automatismo altrettanto che spirito. E da ciò viene che strumento di persuasione non è soltanto la dimostrazione. Quanto poche sono le cose dimostrate! Le prove convincono solamente l'intelletto. L'abitudine genera, invece, le prove più efficaci e più credute: piega l'automa, il quale trascina l'intelletto senza che questo se ne renda conto. Su quali dimostrazioni riposa la nostra convinzione che domani tornerà a splendere il sole, o che un giorno moriremo? Eppure, c'è cosa più fermamente creduta? Dunque, è l'abitudine a persuadercene; ed è lei a fare tanti cristiani, a fare i Turchi, i pagani, i mestieri, i soldati, ecc. (nei cristiani c'è in più che nei Turchi la fede ricevuta nel battesimo). Bisogna, perciò, ricorrere a essa, quando l'intelletto abbia veduto dov'è la verità, al fine di abbeverarci e di impregnarci di questa credenza, che in ogni momento ci sfugge: perché averne sempre presenti le prove è troppo arduo. Bisogna acquisire una credenza più agevole, quella dell'abitudine: che senza violenza, senz'arte, senza argomentazioni, ci fa credere le cose e inclina verso questa credenza tutte le nostre facoltà, di modo che la nostra anima ci cade naturalmente. Quando si crede soltanto per convinzione razionale - ma l'automa tende a credere l'opposto - non basta. Bisogna dunque che tutte e due le parti di noi stessi credano: l'intelletto, per opera delle ragioni, che basta aver conosciute una volta; e l'automa, per mezzo dell'abitudine, e impedendogli d'inclinare verso il contrario.
La ragione agisce con lentezza, e con tanti concetti, sul fondamento di tanti princìpi, da tener sempre presenti, che a ogni passo si assopisce o si smarrisce, perché non li ha mai presenti tutti. Non così il sentimento: agisce in un baleno, ed è sempre pronto ad agire. Bisogna, dunque, mettere la nostra fede nel sentimento: altrimenti, sarà sempre vacillante.

Blaise Pascal (Pensieri)

Lunedì, 2 febbraio 2004

Identità nascosta

Scrivo dando un aspetto di me migliore possibile.
Scrivo di aspirazioni e sogni, ansie e irrequietezze, desideri e realizzazioni; ma è tutto filtrato da un setaccio su cui restano le scorie, le negatività.
Non parlo delle mie vigliaccherie, né di cattiverie o meschinità. Non racconto i miei pensieri più scabrosi o biasimevoli, le slealtà, i comportamenti scorretti, le piccinerie che commetto. Eppure la mia esistenza ne è punteggiata, cosparsa.
L'aspirazione ad un vivere ideale è accompagnata, nella sua manifestazione, da frenate improvvise, cambi di direzione che caratterizzano l'aspetto primordiale, egoistico e meno manipolabile del mio essere.
Il miglioramento, ovviamente, non è nell'apparire luminosi, ma nello sfrondare questi atteggiamenti, anche se nessuno se ne accorge.
La gratificazione viene da dentro di noi, e può essere riconosciuta solo da noi. Agli altri arriverà di riflesso, insita nella quotidianità delle nostre azioni.

Robin delle stelle

Martedì, 3 febbraio 2004

Un piccolo imbroglio

A volte per impossibilità, talora per pigrizia, mi nego il piccolo piacere – che spesso diviene esigenza profonda – di una breve passeggiata nel bosco, quel bosco che ho a portata di mano, appena fuori – se così si può dire – dalla porta di casa.
Voi direte che non è questa la stagione più adatta: il freddo, gli alberi intorpiditi e spogli, i sentieri fangosi e quasi impraticabili: tutto vero! Ma è altrettanto vero che io non sono un tenero scoiattolo che se ne sta tranquillo a riposare nella sua tana mentre fuori imperversa la tempesta, e nemmeno posseggo lo spesso strato di grasso sottocutaneo del possente orso, grasso che lo nutre e lo protegge fintantoché ritorneranno nuovamente a spuntare le primule, e le viole. No!, niente di tutto questo… perché io continuo a vivere anche durante la cattiva stagione. E non si può proprio dire che i miei sensi siano, di conseguenza, intorpiditi soltanto perché fuori soffia il vento gelido di tramontana; anzi, essi si acuiscono proprio in virtù del fatto che non do loro quella soddisfazione che vorrebbero, quella gratificazione che, poi, ti fa sentire di nuovo calmo e in pace con te stesso.
Da tutto questo è nato così, spontaneamente, il mio piccolo imbroglio, un sottile quanto innocuo sotterfugio che a volte – ma solo a volte – sembra funzionare. Dovete sapere che io abito, sì, ai pie' dei monti ma anche in una piccola cittadina di 4mila anime. E la mia casa dista appena 10 braccia da un lato e 20 dall'altro da quella dei miei vicini; così uno potrebbe pensare che i miei orizzonti siano in prevalenza proprio quelle mura alle quali, oggi, siamo così abituati. Ma mi basta alzare appena lo sguardo per far tornare ogni cosa al suo posto: da un lato i verdi pini marittimi – coi loro grossi frutti globosi – che si affacciano su quel terrazzo dove – bella o brutta stagione che sia – spesso mi siedo a scrivere; dall'altro la splendida e nobile villa lassù, sulla collina, con le sue torri e le sue cupole; più lontano i profili quasi azzurri di quei monti – talora appena velati di foschia – dei quali vi ho parlato qualche volta; ed infine l'autentico spettacolo del cielo d'inverno visto dal tetto di casa mia, con Orione in tutta la sua muta bellezza e l'eterna sua compagna – Sirio – che sembrano volermi sussurrare di non smettere… di non smettere mai di sognare.

Sully

Giovedì, 5 febbraio 2004

Ballata: Po' che partir convien

Douce dame jolie,
pour Dieu ne penses mie
que nulle ait signourie
seur moy fors vous seulement.

Guillaume de Machaut (XIV sec)

Fregio

Po' che partir convien mi, donna chara,
dal tuo leggiadr'e bell'e dolc'aspetto,
veggio c'abandonat'ongni diletto,
corro con pena verso mort'amara.

Amor tanto piacer nel vago viso
di questa donna posto che m'uccide
solo il pensier ch'i' sie di lei diviso
benchè l'occhio del cor sempre la vede.
Ond'io ti chiero, alta donna, merçede
che quando tornerà quel dolce tempo,
in chuj sol di mirare spendo'l tempo,
tu non mi sia del tuo aspetto avara.

Anonimo del XIV sec (Musica di Francesco Landini)

Venerdì, 6 febbraio 2004

Notte insonne

Alcune sere fa – e per la seconda volta da quando faccio il medico – ho visto la vita abbandonare un pover'uomo. Tentativi di rianimazione (respirazione assistita, elettroconversione, cannule, ossigeno) per più di 30 minuti: tutto inutile.
E da un lato la figlia, che gli accarezzava teneramente la mano mentre cercavamo di riportarlo indietro dall'abisso dove stava precipitando; e dall'altro la moglie, in cucina, con le mani nei capelli; ed io… che avrei voluto essere altrove.

Ma che cosa curiosa la mente umana! Anche in momenti come questo, nei momenti di maggior smarrimento e di abbandono – quando vorresti urlare e scappare via – essa ci suggerisce e ci mostra immagini di pace e di tranquillità, cose che non avremmo mai creduto di poter pensare. E forse lo fa per proteggerci, per infonderci quella forza che ci permette di continuare a sperare, sempre, e nonostante tutto.
Ma quando, finalmente, sono uscito da quella casa, quando tutto quello che si poteva fare per salvare quell'anima era stato fatto, ecco che la mente si ritrae… e mi ritrovo solo, in macchina, a pensare a quanto poco basti per lasciarcela alle spalle questa vita, e come – nonostante i pochi anni che ci sono concessi – dimentichiamo troppo spesso di viverla.

Sully

Domenica, 8 febbraio 2004

Cani nel bosco

Una strada sterrata nel bosco; pozzanghere gelate di un ghiaccio sottile pronto a sciogliersi ai primi raggi solari.
La terra si trasforma in fango. Le ruote della bici avanzano con difficoltà; è un continuo salire e scendere dal sellino; ogni "quasi cascatone" diventa un richiamo ai piedi a camminare.
Procedo fino a quando non si apre davanti un'ampia radura con un ovile disabitato, se non fosse per un cane da pastore che, ricoperto dal suo manto bianco, non mi giudica meritorio nemmeno di un abbaiare.
Non lo lascio stupirsi dell'improvvisa apparizione, giro la bici e con molta calma torno in direzione di dove sono arrivato.
Sparisce il cane insieme all'ovile dietro le curve del sentiero, mentre si alza, non visto, un abbaiare di più cani. Intanto che proseguo la mia strada, quell'abbaiare diventa sempre più distinto, nitido, sino a quando voltandomi scorgo tre cani da pastore, bianchi, correre abbaiando verso di me.
Tra lo spaventato e il faceto mi dico "bene, vediamo ora cosa sai fare!", e memore di un suggerimento avuto da un venditore di armi nonché cacciatore – al quale mi ero rivolto, inutilmente, per acquistare una scacciacani – prendo un bastone frondoso da terra e, agitandolo e urlando disumanamente corro verso i cani. Sorpresi dalla mia reazione, tacciono e si bloccano, incerti.
Io, mi fermo a studiare la situazione.
Riprendono ad abbaiare senza avanzare.
Riprendo ad avanzare a scatti urlando. Si zittiscono, si girano per andarsene.
Mi fermo, caccio qualche altro urlo per ribadire la superiorità.
Mi volto, recupero la bici sotto i loro sguardi, e con una calma che non mi sarei atteso, mi allontano senza mollare il bastone.
Fiiiùùùùùùùùùù! È andata bene!

Robin delle stelle

Martedì, 10 febbraio 2004

Messaggeri

Come l'erba che riverdeggia nel campo, così nuovi desideri sembrano ora destarsi dal lungo sonno e dal torpore invernale. La fredda e oscura notte dell'inverno li aveva soltanto nascosti – al mio, e all'altrui sguardo – come sentieri nel bosco sotto un tappeto di foglie morte.
E similmente a questa fresca luce dell'aurora che, con violenza, filtra attraverso le imposte socchiuse della mia camera, così essi irrompono nella mia anima: come fulgidi messaggeri di speranza… e di nuove emozioni.

Sully

Mercoledì, 11 febbraio 2004

Se tu non parli

Se tu non parli
riempirò il mio cuore del tuo silenzio
e lo sopporterò.
Resterò qui fermo ad aspettare come la notte
nella sua veglia stellata
con il capo chino a terra,
paziente.

Ma arriverà il mattino,
le ombre della notte svaniranno,
e la tua voce
in rivoli dorati inonderà il cielo.
Allora le tue parole
nel canto
prenderanno ali
da tutti i miei nidi di uccelli,
e le tue melodie
spunteranno come fiori
su tutti gli alberi della mia foresta.

R. Tagore

Sabato, 14 febbraio 2004

Vite sospese

Quello che una madre e un padre provano per un figlio – l'attesa trepidante, la gioia per la sua nascita e il suo aprirsi alla vita, l'apprensione e la tenerezza per i suoi primi passi, il miracolo della parola e l'emozione nel sentirsi chiamare per nome; e ancora… i sogni che li abitano, la speranza che li pervade, l'amore che li scuote – sono quanto di più profondo e di più nobile potrà mai nascere dal cuore dell'uomo.
Non ci si stupisca, dunque, se le nostre anime e i nostri occhi sono oggi tutti puntati emotivamente su quei 24mila embrioni, su quelle provette… protette dal gelido abbraccio della notte.

Come sia successo che una legge (che vorrebbe – almeno sulla carta – essere etica) abbia potuto sorvolare sulla sorte riservata a questi nostri 24mila orfani me lo sto ancora chiedendo...

Sully

Lunedì, 16 febbraio 2004

Percezioni… suggestioni…

Un libro sul comodino.
Veglia con me porzioni di notte.
Un libro può essere tentatore,
come un'amante appassionata.
Ti puoi coricare la sera sperando di svegliarti di notte,
e riprendere l'idillio.
Non tutti i libri sono amanti appassionate.
Non tutte le amanti destano forti passioni.
Il libro in attesa è un'amante appassionata,
e mi parla,
mi racconta di viaggi,
viaggi particolari:
viaggi astrali.
Viaggi che s'intrecciano,
con sogni,
con incubi,
con allucinazioni.
Viaggi al di là di ogni razionalità,
di ogni realtà.
Argomenti pieni di fascino,
di atmosfere irreali,
a volte leggiadre, serene, delicate,
altre che incutono timore, paura, terrore.
Come un rito notturno,
un bicchiere d'acqua in cucina,
stavolta una sensazione di marcato disagio,
frammista a paura.
Nel buio non mi sento solo.
Percepisco una presenza:
qualcosa, qualcuno.
Mi sposto di stanza.
La sensazione si sposta con me.
L'inquietudine permane.
La presenza è cattiva.
In casa il silenzio del sonno non si interrompe;
anche i gatti dormono.
Qualche sperduta automobile,
che percorre imperterrita
le vie silenziose e illuminate,
non mi conforta.
La dissonanza,
tra desiderio di leggere
e disagio,
mi spinge ad avvolgermi tra le coperte,
e il letto mi accoglie,
caldo e protettivo,
cullandomi,
e nel suo tepore
svanisce ogni paura.

Robin delle stelle

Sabato, 21 febbraio 2004

Quei momenti di grazia

Nella nostra vita siamo continuamente chiamati a confrontarci con quelle scelte che facciamo quotidianamente, ad analizzare quegli atteggiamenti che assumiamo di fronte alla realtà, interiore o esteriore che sia…
L'autoanalisi è resa oltremodo necessaria per la nostra salute, per il nostro equilibrio, per non sentirsi lacerati, per non sentirsi superficiali, stupidi. E nei migliori momenti – quando non abbiamo paura delle nostre idee e crediamo in esse fino in fondo – diventiamo quasi invincibili; forse perché in quell'attimo la nostra luce interiore risale su – ad incontrare lo sguardo di colui che ci sta davanti – facendoci diventare credibili; forse perché la forza delle nostre idee attinge ad un'altra forza, ad una forza che non mente… quella forza che non teme l'arroganza, l'ingiustizia, l'indifferenza; quella forza che scuote e che anima, quella forza che è apportatrice di luce e che infonde speranza, quella forza che è vita interiore e che guida, portando a giustificazione, ogni nostro atto, ogni nostro gesto.
In questi momenti – che oserei chiamare momenti di grazia – diveniamo persone vere e degne di rispetto, persone che sanno ascoltare, persone che sanno prendere posizioni e che, con coerenza, lottano fino in fondo per una causa che loro sanno – e sentono – essere giusta.
Ma poi, passato quel momento di grazia, ecco, ecco che tutto quanto ridiventa nuovamente grigio e opaco, e il fuoco più non scalda e non illumina, e ti senti stanco, abbandonato, e ti sembra quasi impossibile aver lottato assiduamente per così tanto tempo.
Ma, di certo, non mi arrenderò per questo…

Sully

Martedì, 24 febbraio 2004

Realtà parallele o sogni?

Desidero raccontare un sogno.
Terribile, tragico!

In una città che non riconosco, c'è una strada, ampia, costeggiata da una parete di roccia. Uno strapiombo con sbalzo.
La sommità della parete è alta circa dieci metri, e quattro metri sotto c'è uno sbalzo roccioso, largo poco più di un metro; e sotto ancora di altri sei metri c'è del pietrisco, come sulla riva di un fiume, e poi la strada.
Sono sulla sommità, e da lassù parlo con mia moglie, G., che è sullo sbalzo. In basso, sulla strada, ci sono due uomini, giovani, che stanno passeggiando.
Lei, in bilico sullo sbalzo, sta facendo dei movimenti che la mettono in pericolo di caduta. L'avverto, dicendole di spostarsi, di non restare troppo vicino al bordo. "È pericoloso, scansati".
All'improvviso compare mia figlia A., la più grande, da dietro le mie spalle. Sta muovendosi svelta, saltellando tra le rocce che sono, alcune arrotondate, altre appuntite. Non riesco nemmeno a urlarle di stare attenta, che perde l'equilibrio e scivola tra le rocce dello sbalzo, dov'era G. Sbatte addosso alle rocce, e non riesce a frenare la caduta che prosegue verso il pietrisco.
I nostri urli richiamano l'attenzione di due passanti, che fanno appena in tempo a vedere il drammatico volo.
Vedo A. che, in una impossibile quanto involontaria capriola in aria, atterra sul pietrisco completamente stesa sulla schiena. Il suo corpo ha un fremito violento nell'atterrare. Un guizzo vitale, e poi più nulla.
Impietrito osservo la scena. Impotente.
Uno dei due uomini si trova vicino al punto della caduta. Vorrei gridargli di prenderla, fermare quella tragica corsa. Ma tutto è così rapido che la scena si svolge solo nella mia mente.
Mia figlia è immobile.
Poi mi trovo al livello della strada. Voglio soccorrerla, anche se non si muove.

Chiamo l'ambulanza? La soccorro? Vorrei fare tutte le cose insieme.

Non riesco a stare fermo.
Non posso attendere.
È dramma!

Mi sveglio atterrito. Impaurito.
Non posso riaddormentarmi, non voglio.
Ripiomberei in mezzo a quel dramma.
Non voglio riviverlo.
È atroce!
Resto sveglio.
Non ho nemmeno la forza di leggere.
Sono troppo sconvolto!
Rimango sveglio a ripensare, ancora terrorizzato!

Tra le ipotesi legate ai sogni, ce n'è una in cui si dice che i nostri sogni sono realtà di altre dimensioni. Come se quello che sognamo, altri noi identici, lo vivono. Come se noi fossimo davanti ad uno schermo, che ci mostra un'altra realtà, che un nostro doppio sta vivendo in quel preciso istante.
Assurdo pensare la paura immensa che ha vissuto il mio doppio. La paura folle che A. non si sarebbe più rialzata.
Passata la paura, una volta ben desto, la contentezza che è stato solo
un sogno!

Ma se fosse vera quella teoria di un'altra dimensione gemella, in questo momento c'è un padre che forse sta piangendo la figlia!
Sono vigliacco se dico che preferisco non pensarci?

Robin delle stelle

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]