Novembre 2003

Domenica, 2 novembre 2003

Riflessioni (Diario di Maia)

Caro Daniel,
mi rendo conto che sei un uomo che vuole dare una giusta coerenza al suo modo di vivere. Il tuo carattere però spesso desidera seguire vie irrazionali anche se di tendenza sicuramente poetica e passionale. E questo, alla fine, ti infastidisce fino a farti pensare di essere sbagliato.
Ieri sera ti ho promesso il mio silenzio telefonico e di sms, ma non immagini quanto mi sia costato offrirti la mia disponibilità in tal senso. Dopo aver sentito il clic d'interruzione della tua telefonata ho pensato che forse questo tentativo di rimanere lontani non è poi alla fine molto diverso da un addio a tutti gli effetti.
Ti rispetto, e rispetto di più l'amore per la tua famiglia, la tua voglia di essere per loro - e solo per loro - sempre sorridente e disponibile, anche se mi addolora - inevitabilmente - che sia io a dover rinunciare a qualcosa che ho a lungo cercato e, con gioia e stupore, trovato. Ma questa è la realtà. Nessuno dovrebbe, e di certo vorrebbe, girare il volto di fronte a un sentimento speciale, ma siamo esseri umani e i conflitti interiori risultano difficili da affrontare e da risolvere senza sofferenze e rinunce.
Le convenzioni, alla fine, hanno vinto una volta ancora! Ora tutto diventa più semplice, anche se meno appagante e soddisfacente. Non penso di dire nulla di nuovo affermando che la vita ci chiede così spesso di scendere a compromessi che ormai è diventato un meccanismo semiautomatico dover sacrificarsi e rinunciare ai sogni per una consuetudine.

Così, dolce amico, la malinconia di questi momenti non è diversa né meno dolorosa di un addio perché abbiamo deciso di limitare, anche se per una serie di giuste cause, i nostri sentimenti, la nostra amicizia.
Io faccio di cuore l'augurio ad entrambi che questo atto di generosità abbia l'unico scopo di migliorare le nostre vite e di farci sentire più sereni.
Con l'amicizia e l'amore di sempre.

Maia

Sullivan, Diario di Maia

Lunedì, 3 novembre 2003

L'amore

Pari agli dei mi sembra
quell'uomo: innanzi a te
siede e tanto vicino sente la tua voce
dolce,

il desiato riso. Oh, a me
il cuore sbatte forte e si spaura.
Ti scorgo, un attimo, e non ho
più voce;

la lingua è rotta; un brivido
di fuoco è nelle carni,
sottile; agli occhi il buio; rombano
gli orecchi.

Cola sudore, un tremito
mi preda. Più verde d'un'erba
sono, e la morte così poco lungi
mi sembra…

Saffo

Domenica, 9 novembre 2003

Falesia (*)

Dopo una pioggerella di breve durata, riprendiamo ad arrampicare. La falesia è inumidita ma il vento l'asciugherà in breve tempo.
Un'ora di salite e discese ed il cielo torna più minaccioso di prima; lo spazio di alcuni lampi e si scatena una pioggia insistente. Proviamo ad incastrarci tra le rientranze delle rocce, ma non esiste riparo sufficiente e, soprattutto, non dà segno di smettere. Ci arrendiamo al maltempo e, con gli zaini in spalla, riscendiamo il sentiero ripido da cui siamo arrivati. Si scivola tra fango e rocce, ogni appiglio viene sfruttato per evitare di cadere nella melma. Ogni passo è reso pesante dal fango e dalla pioggia battente. Zuppi e un po' infreddoliti giungiamo al posto di ristoro dove troviamo i compagni che ci hanno preceduti.
Il locale è diventato un accampamento di zaini e indumenti stesi ad asciugare.

La pioggia è terminata.
Due passi sulla riva del mare, fino a quando arriva la proposta di calarsi dal viadotto in corda doppia.
Accetto con curiosità ed entusiasmo. Il tempo di recuperare lo zaino con l'imbragatura e, in sette, ci incamminiamo per poche centinaia di metri verso il luogo del misfatto.
Però, è alto!
Quando le corde, lanciate nel vuoto, toccano terra dopo trenta metri, mi domando chi me lo fa fare. Vista da qua la prospettiva mi intimorisce, soprattutto il dondolarsi nel vuoto senza il riferimento della parete vicina.
Le corde sono pronte, ci si comincia a calare.
Il momento peggiore è lo scavalcare la ringhiera.
Inizia la discesa, il sangue subisce un'accelerazione, l'adrenalina ha un effetto duplice: paura ed eccitazione.
Passato il primo attimo di smarrimento, la veduta del mare, quasi sotto di noi, mi induce a scendere al rallentatore. Il vento sostenuto mi fa ruotare cambiando ogni istante la panoramica: mare, pilone, montagna, di nuovo mare…
Uno sguardo nel vuoto sottostante: non mi sgomenta più. La discesa millimetrica prosegue, cerco di assaporare al massimo questi momenti; il sole è tramontato dietro le nubi sul mare; il buio sta prendendo il suo posto.
Da sopra recuperano le corde e, oramai al buio, camminiamo tra sassi e rocce, lungo la riva del mare.
Raggiunta la statale commentiamo la giornata, illuminati dalle luci delle auto che sfrecciano accanto a noi.

(*) Costa con ripide pareti rocciose a strapiombo sul mare

Robin delle stelle

Mercoledì, 12 novembre 2003

Ciò che provo

Ma cos'è questo, il male di vivere?
Questo connubio tra tristezza, malinconia, rimpianto, tormento che ti addenta e non ti molla per ore o per giorni interi.
Se il corpo e la mente sono intenti e concentrati su un'attività il disagio sparisce, si nasconde. Ma come torna la calma e cessano gli impegni, allora il malessere si ripresenta invadendo tutti gli spazi liberi, e ritorna ad opprimere dando un senso di soffocamento dal quale non riesco a liberarmi.
Convivere con il tormento.

Per quanti impegni possa prendere lui è sempre lì, in agguato. Salta fuori nei momenti più impensati: in piena notte o andando a fare spese, pedalando su strade deserte o vedendo un film.
Non lo temo, ma dona un senso di inanità che se riuscissi a superare significherebbe aver fatto dei progressi interiori, spirituali.
Sono convinto che il percorso che ognuno di noi ha davanti sia il motivo della nostra esistenza. Mi agito, ma ho la sensazione di non aver ancora imboccato il mio sentiero; e questo mi dà impotenza. Mi trasmette un senso di occasioni e di tempo consumati inutilmente. E il malessere si espande, come un fiume che rompe gli argini e allaga tutto ciò che incontra.
Questo è ciò che provo.

Robin delle stelle

Domenica, 16 novembre 2003

Ballata

Questo mostrarsi adirata di fore,
donna, non mi dispiace,
pur ch'i' stia in pace poi col vostro core.
Ma, perch'io son del vostro amore incerto,
con gli occhi mi consiglio;
quivi veggio il mie' bene e 'l mie' mal certo:
ché, se movete un ciglio,
subito piglio speranza d'amore.
S'i vi veggio in atto disdegnosa,
par che il cor si disfaccia;
e credo allor di non poter far cosa,
donna, che mai vi piaccia:
così s'addiaccia, et arde a tutte l'ore.
Ma, se talor qualche pietà mostrassi
negli occhi, o diva stella,
voi fareste d'amore ardere e' sassi:
pietà fa donna bella,
pietà è quella, onde amor nasce e muore.

Angelo Poliziano

Lunedì, 24 novembre 2003

La Fiammella

È luce che brilla
e foco che arde
la parva favilla

che nel core arde.
Ma spesso s'asconde
per leggi beffarde

tra cose non monde
e più non riluce
né più si diffonde.

Or brilli tua luce
qual splendida sfera,
nel buio sia duce

per chi più non spera.

Federico T.

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]