Ottobre 2003

Giovedì, 2 ottobre 2003

Chi sono? (Diario di Maia)

Buonasera Daniel,
in una tua precedente lettera mi chiedi chi io sia veramente. Non è una domanda così stupida a pensarci bene. Maia chi è? Io penso che lei sia una donna fragile, talvolta spaventata e intimidita dai fatti che la vita le propone. E ancora: lei è una donna forte e coraggiosa che si impegna a dare il meglio di sé, per quanto può e a volte più di quanto deve.
Maia ha però un segreto. Ama il sogno e l'amicizia. È rimasta quasi sempre delusa nel suo vano tentativo di leggere negli occhi di qualcuno quella particolare luce che appartiene solo alle persone che sanno amare e sanno stupire. Ma da qualche tempo però Maia è una donna fortunata. Non ha nemmeno dovuto sforzarsi per trovare il sogno perché esso è arrivato semplicemente da lei. Alcune parole, come fossero un codice segreto, le sono bastate per riconoscere il suo sogno. Egli era lì, e la stava cercando. Pochi istanti per riconoscere l'amicizia che ha sempre desiderato, un battito d'ali e ha potuto condividere con lui il sorriso e il pensiero. Quale stupore e quale infinita gioia, non puoi immaginare!

Ma chi è ancora Maia? È una donna consapevole di amare pur non avendone il diritto, è una donna… ma è anche l'ombra di se stessa, destinata ad un orizzonte lontano anche se illuminata da un cielo dalle meravigliose sfumature. È un arcobaleno dai più vividi colori, ma come tale sa anche di dover confondere le sue tinte tra mille altre, quelle della vita di ogni giorno. Maia, eterno conflitto tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra luce e ombra. Maia che, consapevole di questa amicizia e di questo amore, sorride al mondo pur sapendo che il mondo, grato di ricevere il suo sorriso, è pronto ad accusarla e, domani, a rinnegarla come figlia.
Se la pace è amare, basterebbe davvero poco per vivere in armonia. Ma se anche l'amore viene ingabbiato in eterne convenzioni, perennemente giudicato dalla gente che comodamente sceglie di essere antiquata e polverosa giuria, allora Maia non ha il diritto di amare né di vivere il suo sogno, perché così Maia non esiste. Accogli senza remore il mio grido Daniel, perché ora ti dico ciò che sento, giusto o sbagliato che sia: io ti amo.

Maia

Fregio

Come riconosco questo tuo grido… perché pure a me è capitato di gridare forte il mio amore e la mia angoscia, quando mi sembrava tu avessi dimenticato tutto: la tenerezza, la passione, l'urgenza, la possessione. Allora mi sbagliavo (perché mi amavi e mi ami)… ora, invece, sei tu a "sbagliare" perché io voglio, e continuerò a essere il tuo sogno (come tu sei e rimarrai il mio).
Lascia quindi perdere il giusto e lo sbagliato… si può sbagliare amando?
Noi due continueremo in questo viaggio di amicizia e amore, col rispetto che sempre abbiamo dimostrato l'una verso l'altro, fregandocene delle convenzioni e di quel mondo - sempre pronto ad accusare prima ancora di capire - che non potrà mai accettare e conoscere fino in fondo ciò che noi due rappresentiamo uno per l'altra.


Più tardi…

Sono le 20 circa, ma non ho bevuto sufficiente birra, stasera, per essere quantomeno un po' allegro nello scriverti.
Sai, Maia, vorrei non essere così sensibile all'umore delle altre persone; non riesco proprio a fregarmene… e questo, a volte, mi fa soffrire molto. Sarà stato il tono malinconico della tua ultima, pur bellissima, lettera «Maia… una donna consapevole di amare pur non avendone il diritto… ma è anche l'ombra di se stessa, destinata ad un orizzonte lontano anche se illuminata da un cielo dalle meravigliose sfumature. E' un arcobaleno dai più vividi colori ma, come tale, sa anche di dover confondere le sue tinte tra mille altre, quelle della vita di ogni giorno… » a infondermi tutta questa inquietudine? Non credo, o forse anche questa avrà avvallato quella che al telefono mi è sembrata - ultimamente - una donna sola, rassegnata ad un amore che non vivifica, ad un amore che non guarisce… votata ad un amore perduto.
È difficile per me non pensare che, nonostante la poesia che questo amore ci ha fatto vivere e conoscere, forse un altro gabbiano - ma libero veramente di volare - avrebbe potuto cancellare dai tuoi occhi ogni tristezza donandoti quello splendido sorriso che io amo e che adoro così tanto.

Sai, è proprio l'intensità di questo amore che mi fa pensare e dire queste cose. Non riesco più a tollerare, infatti, le tue lacrime e i tuoi pianti silenziosi al telefono o quelli - immagino - nella tua cameretta, lontano dal mio sguardo indagatore e scrutatore di emozioni.

Daniel

Sullivan, Diario di Maia

Lunedì, 6 ottobre 2003

Oktoberfest (Monaco)

Tendoni colossali per migliaia di individui.
Corpi che ballano, si agitano, in piedi sulle panche seguendo il ritmo della musica. Mani che scandiscono il tempo, e al termine di ogni brano esultano con un brindisi urlato, sguaiato, lanciato verso il cielo, insieme al boccale di birra, enorme; braccia protese a cercare e trovare eco di altre urla, risate, sguardi. Corpi che sudano e prendono nuovo vigore al suono dell'orchestra. Mani che cercano un contatto dopo che gli occhi hanno scelto, e trovato un cenno dentro altri occhi.
L'aria è densa di sudore e fumo, di risate e musica, di baci concessi e rubati. E birra tracannata che annebbia le idee e libera parole e desideri repressi; e prende il controllo di corpi che cercano trasgressione nei canti urlati, nei brindisi interminabili, nel contatto del ballo, dietro abbracci di volti ridenti e gaudenti.
E il frastuono incredibile prosegue tra camerieri che depositano su tavolate litri e litri di birra chiara, tra gli uomini armadio della sicurezza che si dedicano alla ricerca dei facinorosi, più o meno ubriachi.
E visi provati che cercano e trovano sollievo nell'aria più fresca, all'esterno. La mente si spolvera di parte dei veleni assorbiti, e prepara un nuovo assalto tra un brulicare di gambe sempre più affaticate, di occhi sempre più spenti, di desideri sempre più evidenti, di proposte sempre più esplicite.
E nuovi arrivati premono alle porte per entrare, per partecipare alla bolgia, ma guardiani inflessibili li respingono, li tengono fuori, tra spinte e male parole.

E tutto prosegue, fino a che si riesce a resistere agli effetti temibili di questa miscela di birra, canti, urla, balli, di lingue e dialetti diversi, di gruppi che si aggregano e si sciolgono continuamente, di chi prosegue nella caccia e di chi ha trovato compagnia per dare un suggello a questa serata comunque da vivere.

Robin delle stelle

Mercoledì, 8 ottobre 2003

Demoni

Buon Dio, quanto silenzio in questi lunghi mesi d'estate, di un'estate interminabile alla quale ho attribuito tutte le colpe e tutti i meriti per avermi eclissato, quasi nascosto e protetto, dal quel demone che mi abita e che non mi concede quasi mai un attimo di tregua, quel demone urlante che si compiace di distruggere indefessamente quella vaporosa e leggera atmosfera di pigrizia fisica e mentale alla quale spesso mi abbandono.
Chi sia quel demone e cosa voglia da me ancora non lo so… ma so che non ha funzionato; non ha funzionato nel senso che il silenzio forse è la sua dimora perfetta, la sua casa, il regno da dove meglio riesce a far risalire fino agli strati superiori della coscienza - insinuandosi piano piano nei pensieri e, di conseguenza, in gesti divenuti irrequieti - la sua perentoria e onnipresente voce.
Si tratta sicuramente di un demone - non necessariamente cattivo - se autonomamente incanala la mente verso orizzonti sempre nuovi, verso mete che non possono dare a priori certezze; quelle certezze e quelle sicurezze che caratterizzano invece le cose note, conosciute.
Non sarà forse che vuole solo farmi capire che non esistono verità acquisite una volta per tutte? Questo, il suo vero scopo?

Sono sempre più confuso, confuso perché a guardar bene - e ne sono quasi certo - vedo non uno, ma due demoni che si contendono la palma del vincitore, due demoni che si danno e si promettono battaglia… mentre intanto io, unico e stupìto spettatore, perdo la pace.

Sully

Venerdì, 10 ottobre 2003

Solo per amore (Diario di Maia)

«L'unica cosa che non mi piace è quando una persona continua a sbagliare e ha la pretesa di essere perdonato ogni volta, magari facendo leva sulla sicurezza di poter contare su sentimenti quali l'amicizia o l'amore».

«Se è vero che "sbagliando si impara", allora diventa necessario trarre beneficio dai propri errori per cercare di non ferire le persone che credono in ciò che sentono».

«Certo… bisognerebbe anche conoscere le motivazioni dell'agire di una persona, ma a volte è troppo comodo giustificarsi quando il danno è stato fatto. Non credi? E perché mai uno dovrebbe essere sempre disposto a perdonare?».

Sono parole tue, queste, Maia… parole sulle quali riflettere.

Daniel

Fregio

Caro Daniel…
hai ragione, sono pensieri su cui riflettere. Ma non è questo il punto.
La realtà ci ha fatto conoscere, anzi meglio, riconoscere! Ma da questa stessa realtà non possiamo, e forse non dobbiamo proprio, pretendere di più. Se vuoi non parleremo più di sogno anche se, di fatto, ne abbiamo conosciuto i suoi molteplici aspetti.
Ci siamo incontrati e amati da subito, e quello che ora ci lega e ci caratterizza - come spesso mi ricordi tu - va oltre l'amicizia. E hai ragione. Ma credo, e converrai con me, che fare i capricci come bimbi è ormai diventato inutile. Sappiamo, infatti, che la situazione non potrà cambiare - non possiamo nemmeno vederci e frequentarci come ci piacerebbe - e questo, inevitabilmente, ci deve ricondurre sulla strada dell'amicizia.
Parleremo ancora e sempre noi due… di ogni sensazione ed emozione, di ogni desiderio e di altro ancora, ma non dovremo più farci sopraffare da gelosie e da quel tormentato sentimento di possessione che così profondamente ci caratterizza.
Le nostre vite non hanno un destino che ci vede vicini… almeno non come, a volte, desidererei fortemente.
Da qui, Daniel, il nostro amorevole sacrificio, la nostra rinuncia: rimanere sì vicini e uniti - perché la "vita della mente" non può e non vuole sopportare il dolore e l'aridità di un silenzio - ma senza mai dimenticare che in questa realtà ancora da vivere siamo - e saremo - separati.
Ciò che proviamo ora, l'uno per l'altra, è un dono prezioso… e sono sicura che sapremo custodirlo in noi per sempre.
Con amore infinito.

Maia

Fregio

Leggera la barca mi porta
incontro all'ospite gentile,
che da gran lontananza
viene su per il lago.
Poi, nella loggia,
dinanzi a una coppa di vino,
da ogni lato
i fiori di loto si apriranno.

Wang Wei


Nei momenti di difficoltà, quando ci si sente smarriti e non si sa più cosa fare, non c'è quasi mai un Salvatore, uno che ci indichi quale sia la strada più giusta da percorrere, un angelo che ci doni - con leggerezza - quell'aiuto che tutti noi abbiamo bisogno ogni giorno della nostra vita, uno spirito che faccia sbocciare dentro di noi quella sicurezza che libera dalla paura e dall'ansia permettendoci così di guardare sempre avanti, con serenità, e capaci di gioia autentica.
Forse troppo spesso siamo soli con noi stessi!, anche se qualcuno ci cammina accanto. Soli nella tristezza e nella gioia, soli perché il nostro mondo interiore difficilmente lo si riesce a manifestare ad un altro nella sua interezza, soli in mezzo alla gente, quella gente che ti sfiora come se non esistessi, e soli quando - stanchi - ci abbandoniamo tra le "annuvolate" braccia di Morfeo.

Ma come è cambiato tutto questo da quando ho conosciuto te!

Ora però tu parli di sacrificio necessario, di rinuncia. E, per quanto dolorosamente, non posso non essere d'accordo con te… e questo per i motivi che conosciamo fin troppo bene. Ma permettimi di dirti ancora un'ultima cosa: non esiste nessuna umiliazione tra di noi e non esisterà mai la sensazione di aver commesso un errore, che tutto sia stato uno sbaglio. Come sarebbe d'altronde possibile alla luce dell'amore che ci lega?
La sola e vera umiliazione Maia - per te, per me, per noi - sarebbe quella di svegliarci un mattino accorgendoci di non credere più in questo nostro - e solo nostro - meraviglioso sogno.
Solo per amore.

Daniel

Fregio

Tu sei il mio sogno, tu mi hai dato ciò che avevo solo immaginato potesse esistere. No, non mi sbagliavo!
Non penso all'umiliazione Daniel, penso a questa nostra meravigliosa storia nella storia, proprio perché è così grande questo amore che ci unisce.
Sarò per te una buona amica, lo so. E tu sarai il mio unico, incredibile e bellissimo gabbiano.
Per noi, per amore, per sempre…

Maia

Sullivan, Diario di Maia

Venerdì, 17 ottobre 2003

Mi chiamerai Amore

Ecco, io ti legherò a me per sempre,
ti condurrò in un luogo solitario
e parlerò al tuo cuore;

ti renderò il tuo dono
e farò di te, anche se infedele,
una porta di speranza.

Là mi darai risposta, senza calcolo,
come nei giorni della giovinezza,
come nei giorni in cui sfuggisti all'esilio.

In quel giorno - dice il Signore -
mi chiamerai amore
né saprai darmi altro nome.

Io ti legherò a me per sempre,
ti legherò a me nella giustizia e nel diritto,
nell'amore e nella tenerezza.

Ti legherò a me per sempre
e tu mi chiamerai sempre per nome.

Osea 2, 13-15; 18-19

Lunedì, 20 ottobre 2003

Colleghi di lavoro

Non cercano più di fissare lo sguardo sulla piccola scintilla di luce,
la piccola ombra viola che potrebbe essere una terra fertile all'orizzonte,
oppure solo un fugace bagliore sull'acqua.
Sono tutto un compromesso - tutto un tenersi al sicuro,
gli scambi tra esseri umani.
Perciò non scopriamo niente; smettiamo di esplorare…
e smettiamo di credere che ci sia qualcosa da scoprire.

Virginia Woolf


Interno. Luci artificiali. Qualcuno parla con la consapevolezza - forse - di dire cose importanti, essenziali.
Pochi ascoltatori - una quarantina - dall'aria per lo più annoiata, distratta, coscienti soltanto del dovere di esserci. Si tratta di un gruppo omogeneo - colleghi di lavoro riunitesi insieme per un confronto su quali strategie adottare per una "sana" campagna di educazione sanitaria. L'argomento? Il fumo.
Ma quale fumo? Ovvio, quello di sigaretta. Ovvio!? Non tanto, se qualcuno dice che forse è meglio specificare: i ragazzi d'oggi - per fumo - intendono spesso dire qualcos'altro.
La riunione si protrarrà per almeno quattro ore. Beh, allora non ci resta che armarci di pazienza… e di coraggio.

Come mia abitudine sono stato tra i primi ad arrivare. Mi piace, fare le cose con calma. E mentre aspetto - compilando i moduli e i fogli di presenza consegnatemi all'entrata - osservo chi fa il suo ingresso.
All'inizio della conferenza il posto a sedere alla mia destra resta vuoto, mentre alla mia sinistra si siede una donna che ancora non conosco.
Trema un po' la voce alla persona che proprio ora, introducendo i lavori, inizia a parlare: forse l'emozione di chi non è avvezzo a parlare in pubblico. È una donna, l'unica - tra le persone che mi circondano - che posso dire di conoscere, l'unica che mi abbia - in qualche modo - reso partecipe dei suoi pensieri, un giorno.
E intanto mi chiedo - mentre mi guardo attorno - a che cosa stia veramente pensando ognuno di questi colleghi, ben celati dietro quei volti ora così apparentemente attenti. Mi chiedo se qualcuno abbia pensato, magari per un attimo, quanto lontani restiamo tutti quanti - uno dall'altro - nonostante questa vicinanza che momentaneamente ci accomuna. E con questo non intendo certo negare il desiderio di conoscenza che - chi più, chi meno - tutti accomuna, ma soltanto dire che quella curiosità vorace - così tipica dei bambini - forse l'abbiamo persa o non ci basta più, forse non basta a giustificare e a vincere la paura di metterci continuamente in gioco, di rischiare se stessi in un'avventura certamente affascinante ma, troppo spesso, dall'esito incerto. Ed è proprio quest'ultimo aspetto - credo - a frenarci: perché rischiare di diventare fragili, di mettersi a nudo, di piangere e di ridere; perché aprire il proprio cuore a un'altra persona che potrebbe ridere di noi, che potrebbe non capire ciò che ci lacera, ciò che ci dà speranza, ciò che ci fa vivere?

Le luci si spengono. La conferenza è terminata. Ognuno raccoglie le sue cose - con visibile sollievo - e lascia finalmente quell'aula divenuta, ad un tratto, così opprimente.

Sully

Domenica, 26 ottobre 2003

Dal cielo afflitto…

Dal cielo afflitto, senza requie violentato
dalla pioggia che ci bagna, m'esalta il pensiero
dell'infinita gioia che ghermirebbe i cuori
se solo noi volessimo, se solo lo volessimo…

Dura da sopportare la vita
divisa (grande affanno e travaglio
m'è confidarlo)
fra dovere e pena.

Profumo, intenso, di fresca verzura,
e in alto lassù, alto nel cielo, il volo
delle rondini che rianima e rallegra.
Mi sorprende un sogno, tranquillo di speranza.

Paul Éluard

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]