Marzo 2003

Lunedì, 3 marzo 2003

Casa colonica

Posso dire di avere avuto un'infanzia serena. Ricordo quasi ogni cosa: ciò che mi rattristava, e quello che mi rendeva felice - la vita all'aria aperta, numerosi animali come complici e compagni, e l'insofferenza nel rimanere troppo a letto. Anche da piccolo, infatti, mi svegliavo all'alba.

Sono cresciuto praticamente nella casa dei nonni materni - mentre mi scopro ad amarli anche se sono morti ormai da tempo - quella casa colonica dove tutto era a misura d'uomo (e di bambino)… e dove era praticamente impossibile annoiarsi.
E ricordo che, quando verso sera la stanchezza si faceva sentire, la nonna mi raccontava favole bellissime mentre io, seduto sulle sue ginocchia, imparavo a sognare.

Così, piano piano, sono cresciuto!

A 15 anni, poi, è successo un evento che cambiò per sempre la mia vita: l'incontro con la musica. Era un mattino di maggio e mi stavo recando a scuola. Passando davanti a una chiesa ho avvertito il suono dell'organo. Decisi così di entrare… e feci tardi a scuola!

Quell'evento, dall'apparenza quasi insignificante, segnò invece l'inizio di un duro lavoro di apprendistato per acquisire quei rudimenti di una teoria e pratica musicale che mi avrebbero donato in futuro una nuova e, per me, inimmaginabile forma di espressione.

Nel frattempo mi sono laureato, specializzato e ho cominciato a lavorare. Ma la vita vera - che nei momenti di malinconia e abbandono ritorna prepotentemente - è quella che porto dentro sin d'allora: una vita sempre alimentata dal sogno, velata di poesia, avvolta nella musica.

Sully

Mercoledì, 5 marzo 2003

Emanazione di un'assenza

Non c'è luogo dove io possa andare,
nulla che mi protegga
da quest'incalzante malinconia.

Un mare d'inverno questo silenzio,
e questo vento… che mi respira.

E scalzo, ormai, cammino sulla rena…
col tuo sorriso in tasca.

Sully

Venerdì, 7 marzo 2003

Lode all'alto intelletto

In una valle profonda, una volta,
il cuculo e l'usignolo, accolta
l'idea, vollero fare una scommessa:
di cantare, per saggio, un pezzo ciascuno,
e vinca l'arte, vinca la fortuna!
e un ringraziamento per premio.
Disse il cuculo: «Se non ti dispiace,
avrei già scelto un giudice capace».
Ed indicò, come il più adatto, l'asino!
«Proprio perché ha due orecchie grandi,
grandi, grandi,
e può sentire bene,
e riconoscere ciò che è fatto bene!»
E subito dal giudice volarono.
Dopo che la questione gli spiegarono
ordinò che cantassero.
L'usignolo cantò appassionatamente!
L'asino disse: «Sai, non mi entra in mente!
Tu mi sconcerti! I-ja! I-ja!
Non riesco a cacciarmelo nella mente!»
Il cuculo cantò poi velocemente,
per quinte, per quarte, per terze.
Ciò piacque all'asino che disse, secco:
«Aspetta! aspetta! la sentenza emetto, ecco,
la sentenza.
Usignolo, hai cantato niente male,
ma tu, cuculo, canti un buon corale! un buon corale!
E proclamo, secondo il mio intelletto profondo,
intelletto profondo,
e non muto giudizio per tutto l'oro del mondo,
che tu hai vinto, che sei il più dotato!»
Cuccù! cucù! I-ja!

Gustav Mahler
(da Des Knaben Wunderhorn di Achim von Arnim e Clemens Brentano)

Lunedì, 10 marzo 2003

Ipsitilla, Lesbia… Aurelio e Furio

Sii buona, mia dolce Ipsitilla,
delizia mia, tesoro mio, invitami
oggi da te, all'ora della siesta.
Mi inviti, e poi fa' in modo per piacere
che non scatti il tassello della porta
e non ti venga in mente d'andar fuori.
Piuttosto resta in casa a prepararmi
nove fottute senza interruzione.
Anzi, già che ci sei, chiamami subito.
Ho pranzato, son sazio e sto sdraiato,
e mi sfonda la tunica e il mantello.

Fregio

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi, quando la breve luce cade,
resta un'eterna notte da dormire.
Baciami mille volte, e ancora cento,
puoi nuovamente mille, e ancora cento,
e dopo ancora mille, e dopo cento,
e poi confonderemo le migliaia,
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.

Fregio

Io a voi lo metto in culo e in bocca,
Aurelio frocio e Furio pederasta,
voi che avete dedotto dai miei versi
niente austeri che sono niente casto.
Il sacro vate deve essere onesto,
senza obbligo che i versi anche lo siano.
I quali hanno poi spirito e gusto
sebbene niente austeri e mal pudichi
e in grado di eccitare le prurigini,
non dico ai ragazzini, ma ai pelosi
ormai incapaci di ondeggiare i fianchi.
Voi, perché scrivo di baci a migliaia,
non mi credete maschio in senso pieno?
Ma io a voi lo metto in culo e in bocca.

Caio Valerio Catullo

Mercoledì, 12 marzo 2003

Su questi fogli…

Un amore che non si sazia il mio, e che vive alimentandosi di brucianti desideri, di "folli" pensieri; un amore che sembra non conoscere la pacatezza del desiderio ma anche, e soprattutto, un amore nobile e delicato. Un amore che viene dalla consapevolezza della sua "verità", della sua immanenza che, voglio sperare, sarà da me accettata e vissuta pienamente senza più remore e tentennamenti, e senza inutili sensi di colpa… fino alle sue più estreme conseguenze.
Ma sarà proprio così? Oppure mi sto soltanto illudendo?

Io voglio, desidero parlare d'amore - e non m'interessa qualche magro surrogato, qualunque esso sia, che ponga temporaneamente termine a quelle "prurigini" di cui parla Catullo - ma mi rendo conto quanto, invece, sia difficile farlo se non a se stessi, e soltanto tramite pensieri.
In realtà se ne potrebbe discutere - è vero - a volte. Ma con chi, di grazia? Forse con coloro che se ne riempiono quotidianamente la bocca sì da averne quasi dimenticato il sapore originario? Oppure, forse, con chi accoglie i tuoi pensieri con un sorriso di commiserazione perché non sa di cosa veramente tu stia parlando?

Ma se dietro a sé ogni fantasma
lascia la notte, è solo perché vivo
attraverso la luce dei tuoi occhi
e il calore del tuo sorriso.

A chi, dunque, potrò mai raccontare che cosa questi occhi hanno potuto vedere, che cosa questo cuore abbia potuto sentire da quando tu, quel giorno, entrasti per sempre nella mia vita? A chi?

Un testo, inquieti pensieri d'amore vergati su questi fogli… quasi con pudore, e soltanto per parlare a te, soltanto per continuare a vivere di te.

Sullivan

Venerdì, 14 marzo 2003

Ballata: Io mi son giovinetta…

Io mi son giovinetta, e volentieri
m'allegro, e canto en la stagion novella,
merzé d'amore e de' dolci pensieri.
Io vo pe' verdi prati riguardando
i bianchi fiori e' gialli e i vermigli,
le rose in su le spine e i bianchi gigli,
e tutti quanti gli vo somigliando
al viso di colui, che me amando
ha presa e terrà sempre, come quella
ch'altro non ha in disio ch'e' suoi piaceri.
De' quai quand'io ne truovo alcun che sia,
al mio parer, ben simile di lui,
il colgo e bascio e parlomi con lui,
e com'io so, così l'anima mia
tutta gli apro, e ciò che 'l cor disia:
quindi con altri il metto in ghirlandella
legato co' miei crin biondi e leggieri.
E quel piacer che di natura il fiore
agli occhi porge, quel simil mel dona
che s'io vedessi la propria persona
che m'ha accesa del suo dolce amore:
quel che mi faccia più il suo odore,
esprimer nol potrei con la favella,
ma i sospir ne son testimoni veri.
Li quai non escon già mai del mio petto,
come dell'altre donne, aspri né gravi,
ma se ne vengon fuor caldi e soavi,
e al mio amor sen vanno nel cospetto,
il qual, come gli sente, a dar diletto
di sé a me si muove, e viene in quella
ch'i' son per dir: «Deh vien, ch'i' non disperi».

Giovanni Boccaccio

Lunedì, 17 marzo 2003

Sognando mio padre

Nell'ingresso di casa, imbocco il corridoio e vedo venire verso di me due giovani donne. Abiti lunghi azzurri, incedere zingaresco.
Parlano tra loro con parole per me incomprensibili, e ridono, completamente a loro agio.
Urlo che ci sono zingari in casa! Non vedo nessun familiare, ma urlo per avvertire.
Quelle due figure procedono verso di me diventando incorporee, e svaniscono nell'incontrarmi. Mi volto per vedere dove siano andate, e vedo vicino la porta d'ingresso mio padre.
Papà ci ha lasciato da più di dieci anni, e il viso di quella persona non è il volto di papà, ma quell'uomo è papà!
A volte, nei sogni, le persone che conosco hanno un volto che non riconosco.
Mio padre sulla porta d'ingresso è aggredito da qualcosa di invisibile che lo sta strangolando. Non vedo chi lo soffoca, ma spinto dalla sua richiesta d'aiuto, corro a tempestare di pugni lo spazio attorno a papà nel tentativo di liberarlo.
All'improvviso mi sveglio, madido e stravolto, sono seduto sul letto e sto menando fendenti, con le braccia tese, allo spazio vuoto davanti a me.

Robin delle stelle

Mercoledì, 19 marzo 2003

O nostra Madre Terra, o nostro Padre Cielo,
Noi siamo i vostri figli, e con la schiena curva
Vi portiamo i doni che amate.
Tessete dunque per noi un abito splendente;
Sia ordito la bianca luce del mattino,
Sia trama la rossa luce della sera,
Sia frangia la pioggia che cade,
Sia orlo l'arcobaleno che s'inarca.

E così tessete per noi un abito splendente,
Perché possiamo camminare con agio dove gli uccelli cantano,
Perché possiamo camminare con agio dove l'erba è verde,
O nostra Madre Terra, o nostro Padre Cielo.

Tewa, Canto del telaio del cielo

Fregio

Ho sentito dire molte cose, ma nulla è stato fatto.
Le buone parole non durano a lungo se non si risolvono in qualcosa. Le parole non pagano per la mia gente morta. Non pagano per la mia terra, che oggi è oppressa dagli Uomini Bianchi. Non proteggono la tomba di mio padre. Non pagano per i miei cavalli e il mio bestiame.
Le buone parole non mi restituiranno i miei figli. Le buone parole non renderanno buona la promessa del vostro Capo di Guerra, il generale Miles. Le buone parole non daranno la salute alla mia gente impedendole di morire. Le buone parole non procureranno una dimora alla mia gente, dove essa possa vivere in pace e badare a se stessa.

Se l'Uomo Bianco vuole vivere in pace con l'Indiano, egli può vivere in pace. Non c'è bisogno di scontrarsi.
Trattate allo stesso modo tutti gli uomini. Date loro la stessa legge. Date a tutti loro un'equa possibilità di vivere e crescere.
Tutti gli uomini sono stati fatti dallo stesso Grande Spirito. Sono tutti fratelli. La Terra è madre di tutti, e tutti dovrebbero avere uguali diritti su di essa.

Tutti siamo nati di donna, sebbene in molte cose siamo diversi. Non possiamo essere rifatti.
Voi siete come siete stati fatti, e come siete stati fatti, così rimanete. Noi siamo proprio come siamo stati fatti dal Grande Spirito, e voi non potete cambiarci; e allora perché i figli di uno stesso padre e di una stessa madre devono litigare? Perché l'uno cerca d'ingannare l'altro?
Non credo che il Grande Spirito abbia dato a una specie di uomini il diritto di dire a un'altra specie di uomini che cosa debbano fare.

Capo Giuseppe dei Nasiforati, 1879

Giovedì, 20 marzo 2003

Voi uomini bianchi pretendete che noi ariamo la terra, che tagliamo l'erba, che da questa otteniamo del fieno e lo vendiamo, affinché diventiamo ricchi.
Voi uomini bianchi conoscete solo il lavoro.
Io non voglio che i miei giovani uomini diventino uguali a voi.
Gli uomini che lavorano sempre non hanno tempo per sognare, e solo chi ha tempo per sognare trova la saggezza.

Smohalla dei Nez Perce (XIX sec)

Fregio

Vi è molto di folle nella vostra cosidetta civiltà.
Come pazzi, voi uomini bianchi, correte dietro al denaro finché ne avete così tanto da non poter vivere abbastanza a lungo per spenderlo.
Voi saccheggiate i boschi e la terra, sprecate i combustibili naturali, come se dopo di voi non venisse più alcuna generazione, che ha altrettanto bisogno di tutto questo.
Voi parlate sempre di un mondo migliore mentre costruite bombe sempre più potenti, per distruggere quel mondo che ora avete.

Tatanga Mani (1871-1967) - Tribù Stoney, Canada

Fregio

Grande Spirito,
preservami dal giudicare un uomo,
non prima di aver percorso un miglio
nei suoi mocassini.

Guerriero Apache anonimo

Fregio

Pace non è solo il contrario di guerra,
non è solo lo spazio temporale tra due guerre…
pace è di più.
Pace è la legge della vita umana.
Pace è quando noi agiamo in modo giusto
e quando tra ogni singolo essere umano
regna la giustizia.

Detto dei Mohawk (Indiani Irochesi)

Sabato, 29 marzo 2003

Vater unser im himmelreich

Ieri l'ultimo atto… anche la sola nonna rimastami se ne è andata. A 96 anni.
E pensare che qualche giorno prima, avvisato della sua morte, non ho quasi provato dolore, né smarrimento, né senso di vuoto. Ho accettato la notizia… semplicemente.
Non molte le persone al suo funerale… un fratello, figli, nipoti e pronipoti. A 96 anni gli amici se ne sono già andati… ormai da troppo tempo.
La mia nonna paterna me la ricordo sempre vestita di nero - coi capelli lunghi raccolti, quasi castigati, in un elaboratissimo chignon. Ha vestito con dignità, per oltre 50 anni, i panni di una vedovanza non sempre facile.

Noi due non abbiamo mai parlato veramente, vero nonna?… e mi dispiace così tanto!
Ed ora, ora che tu non potrai più sentirmi, perché mi sta nascendo dentro questo senso di irrimediabile perdita? Perché non ti ho mai detto un "ti voglio bene"?

E mentre, in Chiesa, tutti quanti erano stretti attorno a te - come a vegliare il tuo sonno senza sogni - io sono divenuto tutt'uno con le serene note del "Ach bleib mit deiner gnade" e del "Vater unser im himmelreich". Soltanto per dirti anch'io, nel modo che conosco, un ultimo grazie.

Sully

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]