Febbraio 2003

Lunedì, 10 febbraio 2003

Lei dice il suo amore a metà addormentata,
nelle ore buie,
con parole a metà sussurrate;
mentre si muove la Terra nel suo sonno invernale
e germoglia erba e fiori
malgrado la neve,
malgrado la neve che cade.

Robert Graves

Martedì, 11 febbraio 2003

Il coraggio della verità

Lettera aperta a George W. Bush di mons. Robert Bowman, vescovo di Melbourne Beach in Florida, già tenente colonnello e combattente nel Vietnam.

Racconti la verità al popolo, signor Presidente, sul terrorismo. Se le illusioni riguardo al terrorismo non saranno disfatte, la minaccia continuerà fino a distruggerci completamente. La verità è che nessuna delle nostre migliaia di armi nucleari può proteggerci da queste minacce. Nessun sistema di Guerre Stellari (non importa quanto siano tecnologicamente avanzate né quanti miliardi di dollari vengano buttati via con esse) potrà mai proteggerci da un'arma nucleare portata qui su una barca, un aereo, una valigia o un'auto affittata. Nessuna arma del nostro vasto arsenale, nemmeno un centesimo dei 270 miliardi di dollari spesi ogni anno nel cosiddetto "sistema di difesa", potrà evitare una bomba terrorista. Questo è un fatto militare.

Signor Presidente, lei non ha raccontato al popolo americano la verità sul perché siamo bersaglio del terrorismo quando ha spiegato perché avremmo bombardato l'Afghanistan e il Sudan. Lei ha detto che siamo bersaglio del terrorismo perché difendiamo la democrazia, la libertà e i diritti umani nel mondo. Che assurdo, signor Presidente! Siamo bersaglio dei terroristi perché, nella maggior parte del mondo, il nostro governo difende la dittatura, la schiavitù e lo sfruttamento umano. Siamo bersaglio dei terroristi perché siamo odiati. E siamo odiati perché il nostro governo ha fatto cose odiose. In quanti Paesi, agenti del nostro governo hanno deposto dirigenti eletti dal popolo sostituendoli con militari-dittatori, marionette desiderose di vendere il loro popolo a corporazioni americane multinazionali?
Abbiamo fatto questo in Iran quando i marines e la Cia deposero Mossadegh perché aveva intenzione di nazionalizzare il petrolio. Lo sostituimmo con lo scià Reza Pahlevi e armammo, allenammo e pagammo la sua odiata guardia nazionale Savak, che schiavizzò e brutalizzò il popolo iraniano per proteggere l'interesse finanziario delle nostre compagnie di petrolio.

Dopo tutto questo, sarà poi così difficile immaginare che in Iran ci siano persone che ci odiano?
Abbiamo fatto le stesse cose in Cile. Abbiamo fatto questo in Vietnam. Più recentemente, abbiamo tentato di farlo in Iraq. E, è chiaro, quante volte abbiamo fatto questo in Nicaragua e nelle altre Repubbliche dell'America Latina? Una volta dopo l'altra, abbiamo destituito dirigenti popolari che volevano che le ricchezze della loro terra fossero divise tra il popolo che le ha prodotte.
Noi li abbiamo sostituiti con tiranni assassini che avrebbero venduto il proprio popolo per ingrassare i loro conti correnti privati attraverso il pagamento di abbondanti tangenti, affinché la ricchezza della loro terra potesse essere presa da imprese come la Sugar, United Fruits Company, Folgers e via dicendo. Di Paese in Paese, il nostro governo ha ostruito la democrazia, soffocato la libertà e calpestato i diritti umani. È per questo che siamo odiati quasi in tutto il mondo. Ed è per questo che siamo bersaglio dei terroristi.
Il popolo canadese gode di democrazia, di libertà e diritti umani, così come quello della Norvegia e della Svezia. Lei ha sentito mai dire che un'ambasciata canadese, svedese o norvegese siano state bombardate?

Noi non siamo odiati perché pratichiamo la democrazia, la libertà e i diritti umani. Noi siamo odiati perché il nostro governo nega queste cose ai popoli dei Paesi del terzo mondo, le cui risorse fanno gola alle nostre corporazioni multinazionali. E quest'odio che abbiamo seminato si ritorce contro di noi per spaventarci sotto forma di terrorismo e, in futuro, sotto forma di terrorismo nucleare.
Una volta detta la verità sul perché dell'esistenza della minaccia e della sua comprensione, la soluzione diventa ovvia. Noi dobbiamo cambiare le nostre pratiche. Liberarci delle nostre armi (unilateralmente, se necessario) migliorerà la nostra sicurezza. Cambiare in modo drastico la nostra politica estera la renderà sicura. Invece di mandare i nostri figli e le nostre figlie in giro per il mondo a uccidere arabi, in modo che possiamo avere quel petrolio che esiste sotto la loro sabbia, dovremmo mandarli a ricostruire le loro infrastrutture, fornire acqua pulita e ad alimentare i bambini affamati.
Invece di continuare ad uccidere migliaia di bambini iracheni tutti i giorni con le nostre sanzioni economiche, dovremmo aiutare gli stessi iracheni a ricostruire le loro centrali elettriche, le stazioni di trattamento delle acque, i loro ospedali e tutte le altre cose che abbiamo distrutto e impedito di ricostruire con le nostre sanzioni economiche. Invece di allenare terroristi e squadroni della morte, dovremmo chiudere la nostra Scuola delle Americhe. Invece di sostenere la ribellione e la destabilizzazione, l'assassinio e il terrore in giro per il mondo, dovremmo abolire la Cia e dare il denaro speso da essa ad agenzie di assistenza.
Riassumendo, dovremmo essere buoni invece che cattivi. Chi tenterebbe di trattenerci? Chi ci odierebbe? Chi vorrebbe bombardarci? Questa è la verità, signor Presidente.
È questo che il popolo americano ha bisogno di ascoltare.

Mons. Robert Bowman
Vescovo di Melbourne Beach (Florida, USA)

Giovedì, 13 febbraio 2003

Un sogno

I nostri sogni cosa sono?
Una realtà parallela che viviamo quando siamo convinti di sognare? Un frutto della nostra fantasia, sciolta dai legacci della mente, che vaga libera e leggera? La manifestazione di nostre ansie o paure?

Stanotte, nel sogno che ho vissuto, mi ritrovavo in una città che non era la mia. Era una città diversa, con tutte le strade parallele e perpendicolari a se stesse. Disegnate con geometrie precise, ordinate. Una città fatta di palazzi alti, grandi: dei parallelepipedi regolari, privi di fantasia, ben tenuti anche se non nuovi, direi edifici che possono ricordare le case dell' ex Unione Sovietica.
Beh, c'era stato un annuncio che aveva interessato tutta la popolazione: diceva che tutti gli abitanti si sarebbero dovuti recare presso determinati edifici, intesi come punti di raccolta, entro il pomeriggio. Non c'erano state spiegazioni aggiuntive, né si sapeva a chi rivolgersi per ottenerle.
Per la strada non c'erano esponenti di forze dell'ordine, o funzionari pubblici: nessuno!
Anche se le vie erano tutte un brulicare di persone che si muovevano incessantemente, senza tregua, e senza una meta definita. Persone che avevano lasciato le loro abitazioni, portando con sé, oltre tutti i familiari, anche le cose più importanti che potevano essere trasportate col minor ingombro e peso possibile. Esseri che percorrevano le strade a piedi, occupando non solo i marciapiedi, ma anche le sedi stradali. Il movimento era quasi terrificante.
Persone che non si conoscevano, ma che avevano negli occhi e negli sguardi, le stesse domande da porre. Ma alle cui domande, mancavano le risposte.
Improvvisamente questo flusso, apparentemente inarrestabile, trovava uno sbocco in un edificio, con degli ingressi che potevano assomigliare ai vani portabagagli dei pullman, cioè bassi e lunghi. Superata una serie di queste aperture, si arrivava dentro dei locali ben riscaldati, ampi, simili a scuole. Qui, le famiglie che poco prima avevano un aspetto smarrito, se non impaurito, si rasserenavano, ed i bambini riprendevano i loro giochi, le corse, i dispetti.
C'erano dei lettini per far riposare i bimbi più piccoli.
Tutto procedeva senza pensieri, fino a quando dei sorveglianti, davano indicazione che bisognava abbandonare questi siti, per arrivare ad altri luoghi di raccolta.
Tutti quanti erano rimasti piacevolmente sorpresi dall'accoglienza nei primi luoghi, ed ora andavano più fiduciosamente, verso questo secondo appuntamento.
Non si sapeva però dove si andava.
Si usciva dall'edificio camminando, e sempre camminando ci si incolonnava nuovamente, in quelle code, ora meno nervose, che percorrevano la città.

A questo punto termina il sogno, forse è un salvagente che interviene nei momenti in cui i sogni prendono un andamento pericoloso, quando le situazioni diventano rischiose ed insostenibili.
È raro che un sogno mi faccia vivere la situazione di dramma che può promettere, generalmente si interrompe, magari in modo brusco e repentino, cristallizzando così quei pericoli che sembrano inevitabili.

Robin delle stelle

Venerdì, 21 febbraio 2003

Voglia di pace

Una giornata passeggiando insieme a centinaia di migliaia di persone, forse milioni di persone.
Una moltitudine variopinta: i colori della pace, i volti della serenità.
Svariati modi di esprimere il proprio dissenso verso la guerra, il proprio appoggio per la pace.
Chi lo manifesta con i colori che rallegrano la vista, chi con i suoni ritmati e coinvolgenti che, percepiti dalle orecchie, raggiungono e riscaldano il cuore trasmettendo impulsi che ti fanno seguire il ritmo anche se non vuoi.
Chi dimostra la propria gioia di partecipazione semplicemente con un sorriso.
Chi cantando cori o slogan, più o meno garbati, contro i politici guerrafondai ma dichiaratamente pacifisti.
Persone che sfilano, che camminano, che sorridono, che inveiscono (poche!).
Persone che si ritrovano per avere un obiettivo comune.
Persone che non appartengono ad una fascia d'età, e che non rappresentano un ceto sociale, ma ognuno rappresenta se stesso e la propria categoria di essere umano pensante.

Appunto: essere umano pensante!

Robin delle stelle

[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]