Aprile 2002

Lunedì, 1 aprile 2002

Robusto e gagliardo

Un canto di vita ricolmo
ora voglio sentire,
robusto e gagliardo,
di mirabile corno
e suono di tuba tremendo,
ché di femminei lamenti son stanco
e di lacrimosi singulti.

Sully

Fregio

Passa questo Natale e poi l'anno dopo,
ogni stagione s'accalca sull'altra.
Quaresima viene, scontrosa, dopo Natale
e mette alla prova la carne col pesce
e cibo più nudo.
Ma poi il tempo del mondo combatte l'inverno,
il freddo affonda nel suolo, s'alzan le nubi,
scende in caldi scrosci la pioggia,
cade sui prati e vi nascono i fiori,
la terra e i cespugli si veston di verde,
fanno case presto gli uccelli, cantano a gloria,
della dolce estate felici che viene
sulle colline,
e i bocci si gonfiano in fiori
sulle siepi ricolme,
molti e nobili canti
s'odono nello splendido bosco.

Quindi la stagione d'estate coi venti leggeri,
quando Zefiro spira sui semi e le piante,
felice è la pianta che cresce,
quando dalle umide foglie stilla rugiada,
e attende un raggio beato di sole.
Ma poi s'affretta l'autunno e presto la tempra,
la vuole matura perché viene l'inverno,
col secco solleva la polvere,
alta a volare sulla faccia del mondo.
Il vento rabbioso dal cielo lotta col sole,
cadono le foglie dagli alberi e si posano a terra
e tutta s'ingrigia l'erba che prima era verde:
tutto quello ch'era cresciuto matura e marcisce.
Scompare così l'anno in tanti ieri
e torna ancora l'inverno, com'è legge del mondo,
davvero,
finché giunge la luna del santo Michele
con la sfida invernale.

Anonimo (XIV secolo) — Sir Gawain and the Green Knight
Edizioni Adelphi, 1986. Traduzione dall'inglese di Piero Boitani

Martedì, 2 aprile 2002

La mia anima custodiva un sogno e questo sogno profumava di mare e di cielo, di prati e di stelle, di sole e d'amore.
Ogni giorno lo nutriva e lo proteggeva aiutandolo a crescere.
Le lune passavano, le stagioni danzavano e il sogno sfumava facendosi via via più lieve e leggero, sempre più delicato.
Poi un giorno una luce saettante e improvvisa abbagliò ancora la mia anima inondandola d'arcobaleno e il sogno accolse dentro di sé tutto quel calore uscendone rinvigorito.
Il vento la scosse fino alle radici, la ridestò e il sogno tornò a risplendere di una luce abbagliante.
Nelle notti buie essa cullava il sogno, lo rassicurava.
Il sole nasceva e il sogno brillava di una luce forte, intensa, a volte bianca come la schiuma del mare, a volte gialla come l'oro, a volte di porpora come l'amore.
Ma il tempo volava e la luce presto svaniva.
Tanto intensa e inattesa, quanto caduca, finì per consumare la sua fiamma.

Un letto di foglie secche e fragili ricopriva le pareti della mia anima e il sogno finiva.

Marta

Venerdì, 5 aprile 2002

Futuro possibile

Essere sempre noi stessi, sinceri l'uno verso l'altro, aperti e disponibili, per un'amicizia che ci unisca al di là del tempo.

Ginevra

Fregio

Più di vent'anni son trascorsi ma i ricordi di quella fulgida estate sono così presenti e vivi nella mia memoria che non pare ora quasi possibile ch'io possa andare incontro ad essi — come ad un primo appuntamento galante — col cuore che vorrebbe scoppiarti in petto.

Era un'estate di mare, di sole e di gioia. Avevo da poco terminato il terzo anno al Liceo scientifico e quella vacanza avrebbe dovuto rappresentare un periodo di riposo per ristorare il corpo e lo spirito dopo mesi di ansie e fatiche. Ma a quell'età, lo sappiamo bene, pochi giorni bastano per buttarci alle spalle tutto quanto e dimenticare le passate e recenti avversità. È quello infatti il tempo delle sveglie all'alba per andare incontro all'aurora, dei bivacchi notturni con gli amici attorno a un fuoco cantando alla luna e delle notti passate in bianco per non consumare troppo in fretta quel tempo che sembra scorrere così veloce, troppo veloce, scivolando via come sabbia tra le dita. Ed è pure il tempo di quegli amori acerbi, romantici e, a volte, così spirituali; il tempo delle promesse e dei "per sempre" detti forse troppo leggermente, il tempo dei sogni e delle speranze affidate al vento, il tempo in cui si dice ti amo senza la paura di essere poi guardati con sospetto, il tempo della condivisione genuina e della fiducia nel futuro. Un futuro piuttosto vago e incerto a 16 anni; un futuro ancora tutto quanto da scoprire.
In quel giorno di luglio di tanto tempo fa quando t'incontrai per la prima volta in riva ad un mare appena increspato tu rappresentasti per me quel futuro, un futuro possibile che avevo da sempre cercato e sognato. E anche se poi così non è stato, la consapevolezza che avrebbe potuto esserlo mi rende ancora oggi immensamente sereno e felice.

Sully

Lunedì, 8 aprile 2002

Dico grazie alla vita
che mi fa incontrare gente nuova sulla mia strada
che è capace di lasciarmi sospesa tra le emozioni di un attimo
intanto che il tempo scivola via
senza che io me ne accorga.

Grazie alla vita
che è una ruota che gira ed io giro con lei
e sorrido e piango e sento e vedo,
vedo la luna e le stelle
e mondi nuovi e ancora il sole
e un sorriso e una lacrima.

Grazie alla vita che sola sa accendere la mia anima d'arcobaleno
disperdendola nell'oceano di un sogno infinito.

Marta

Giovedì, 11 aprile 2002

Monologhi

Sono le ore 22 di una sera di vento e pioggia e sono stanco, fisicamente stanco, dopo una notte di lavoro più movimentata del solito. Ma non vorrei andare subito a letto. Mi piacerebbe infatti parlare un po' con qualcuno, magari soltanto per ascoltare, riassaporando così il piacere dello stare insieme. Invece mi ritrovo qui, solo, a scrivere questo breve monologo sonnolento e un po' strascicato. I monologhi non sempre mi piacciono; anzi, ciò che penso e sento potrei benissimo custodirlo dentro di me se non fosse per questo mio immenso desiderio di dialogo. Ed è anche per questo, mia gentile lettrice e mio gentile lettore, che scrivo o tento di farlo, per stimolare e provocare una tua risposta. Perché essere passivi quando invece potremmo, con le nostre parole, rendere partecipe e coinvolgere l'altro/a in un dialogo senza fine?

Un grazie di cuore a Ginevra, a Maria Grazia e anche a te, Marta, per aver avuto questo "coraggio". I nostri sogni non sono miraggi nel deserto; noi! siamo i nostri sogni, solo che spesso li consideriamo alla stregua di umili retaggi, spesso ingombranti, di un cuore di bambino in un mondo di adulti.

Ora, però, la mia stanchezza non è più disposta ad attendere oltre ed esige il suo tributo. Dunque vado a letto, ma so che domani — ne sono sicuro — mi sveglierò con l'entusiasmo di sempre e sarò pronto per ricominciare a vivere una nuova giornata.

Sully

Sabato, 13 aprile 2002

Oggi
ho aperto gli occhi e ho visto luci,
ho visto gente che ha freddo,
gente che ha fretta,
ma io mi son fermata
e mi son nutrita di emozioni.
Ho giocato a rincorrermi con l'arcobaleno
e ho intrecciato ghirlande di colori,
ho accolto a piene mani sospiri dal vento e
ho bevuto parole e risa
e costruito collane coi miei ricordi più belli.
Ho atteso d'incontrare gli occhi della luna:
stanotte indossa uno scialle di nuvole
ma io ho scambiato lo stesso con lei due parole
perché so che comunque lei è lì,
pronta ad ascoltare la mia voce
e i miei sogni.
E allora sorrido e vivo
e vivo
e vivo.

Marta

Lunedì, 15 aprile 2002

Duello infinito

Di suoni un'infinita armonia
nello splendido bosco
e di canti soavi,
profumi di menta e di salvia nell'aria,
di pino e di muschio.
Passato finalmente è l'inverno
e sepolto marcisce nell'umida terra
che rifiorisce a primavera
nel suo splendido manto.

Ma una solitaria campana,
che lontana risuona nel vento,
a ricordare viene che la vita finisce
ma anche che tutto comincia
- vita e morte in duello infinito -
e che tutto rinasce e si rinnova
ancora. Per sempre.

Sully

Sabato, 20 aprile 2002

Io mi sto spesso sopra…

Io mi sto spesso sopra un duro sasso,
e fo col braccio alla guancia sostegno,
e meco penso e ricontando vegno
mio cammino amoroso a passo a passo;

e prima l'ora e 'l dì che mi fe' lasso
Amor, quando mi volle nel suo regno;
poi ciascun lieto evento e ogni sdegno,
infino al tempo che al presente passo.

Così pensando al mio sì lungo affanno
e a' giorni e alle notti, come vuole
Amor, ch'io ho già consumati in pianti,

né veggendo ancor fine a tanto danno,
mia sorte accuso; e quel che più mi duole
è trovarmi lontan da' lumi santi.

Lorenzo de' Medici (Canzoniere)

Domenica, 21 aprile 2002

Fragilità

Quando la stanchezza fa avvertire la sua presenza avvolgendo in un diffuso torpore tutte le nostre membra allora non resta che arrenderci ed abbandonarci, senza troppo opporre resistenza, alle sue ruvide braccia. Ho tentato a volte di ribellarmi, di stringere i denti e andare avanti: ma sempre, sempre invano. Anche la volontà più ferrea, in una mente vivace, nulla può contro lo sfinimento fisico.
Ciò che più rattrista in momenti come questo, dove il corpo sembra voler prendere congedo, è avere finalmente un po' di tempo per sé — quel tempo così cercato e voluto — senza tuttavia poterlo utilizzare come si vorrebbe se non tra le braccia di Morfeo.
Ma se guardo a questi poveri vecchi che giorno dopo giorno incontro tra le pareti di un ambulatorio, così pieni di magagne e d'acciacchi ma ancora così affamati di vita, allora provo vergogna per le mie debolezze e fragilità. Essi infatti sembrano averle accettate o per lo meno con esse hanno imparato a convivere e non provano vergogna ad appoggiarsi ad un bastone o a farsi sostenere da una mano gentile e compassionevole.
A volte mi chiedo seriamente se il motivo per il quale si rechino in ambulatorio così spesso sia soltanto dovuto ai loro mali fisici o, se invece, sia semplicemente un ulteriore e disperato tentativo per arginare la solitudine.

Poveri vecchi
che si trascinano piano
lungo strade conosciute ma sempre più ardue
ad ogni giorno che passa;
vecchi ammalati di tristezza e di nostalgia,
vecchi con occhi lucidi
che vorrebbero raccontarti la propria vita,
vecchi che ti stringono la mano
con un sorriso che imbarazza,
vecchi che chiedono consiglio e aiuti
che non sempre posso loro dare:
un aiuto per non sentirsi troppo soli e abbandonati
e una ragione per poter continuare a vivere.

Sully

Martedì, 23 aprile 2002

Voi, ch'ascoltate in rime sparse…

Voi, ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
in sul mio primo giovenile errore,
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,

del vario stile in ch'io piango er ragiono,
fra le vane speranze e 'l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, non che perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto,
e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Francesco Petrarca (Canzoniere, Prologo)

Mercoledì, 24 aprile 2002

Desiderio di conoscenza

Mi sono chiesto molte volte come mai nel corso della vita passata io non sia mai riuscito a conoscere la vera amicizia. Quando ero giovane questo pensiero era quasi diventato per me un'ossessione e causa di non poca sofferenza. Ricordo di aver cercato, innumerevoli volte, di capire se tutto questo poteva essere attribuito al mio carattere piuttosto schivo e introverso (ora più aperto e molto meno timido di un tempo) senza tuttavia essere riuscito a darmi una risposta soddisfacente.

Anche ora che guardo con benevolenza a quegli anni di disagio, a quegli anni dove si alberga davanti ad uno specchio per la paura dei brufoli e con l'ansia che il pisello non cresca a sufficienza, non trovo un motivo valido per spiegare questa mancanza d'amicizia se non nel fatto che già allora non potevo accontentarmi.
Non potevo accontentarmi che lo stare insieme fosse soltanto un'alternativa allo stare solo, un'alternativa per non sentirsi escluso, isolato o asociale. Non potevo accontentarmi che lo stare insieme significasse soltanto uscire per mangiare una pizza o andare a ballare oppure a fare una passeggiata; non era certo questo che volevo, questo che sentivo, questo che speravo e sognavo. Non c'era spazio infatti, tra le persone che ebbi modo di conoscere, per parlare veramente e per confrontarci, per instaurare quel dialogo che fa crescere nella conoscenza reciproca e che è roccia sulla quale costruire una possibile amicizia.
Il fatto poi di essere stato perfettamente conscio di tutto questo mi ha portato, nel tempo, a disertare più di un invito, a perdere quasi l'entusiasmo e lo stupore di fronte a una nuova persona da conoscere, di fronte ad una nuova esperienza da condividere. Ma per fortuna non è durato molto: alla fine ho conosciuto quella persona che sarebbe divenuta, più tardi, mia moglie.
Ma non potevo fermarmi qui. La speranza di condividere ciò che di più caro si ha nel cuore continuava ad alimentare quel desiderio di conoscenza che non mi ha più abbandonato e che ha cambiato la mia vita facendomi diventare quel che sono. Una persona, cioè, che crede nell'amicizia e che lotta con tutte le proprie forze per assaporare, ancora una volta, quella gioia che un mondo sempre più superficiale e scettico ha sotterrato nei meandri dell'individualismo.

Sully

Venerdì, 26 aprile 2002

La sera del dì di festa

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, che t'accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e già non sai né pensi
quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
appare in vista, a salutar m'affaccio,
e l'antica natura onnipossente,
che mi fece all'affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggio
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell'artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov'è il suono
di que' popoli antichi? or dov'è il grido
de' nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s'udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.

Giacomo Leopardi

Sabato, 27 aprile 2002

La verità che conosco

Sperduto in questo universo e chiamato
a condividere del tempo un frammento,
un piccolo barlume di vita,
ho provato, qualche volta, a gridare
alla notte. Ho provato a gridare
alla luna e alle stelle — oh, magiche stelle! —
la mia solitudine infinita
e questo affanno che non si placa,
e questa sete che non ha fine: sete
smisurata d'eternità. Ma non ho
ottenuto risposte.

Quest'universo d'incomparabile
bellezza, e di spazi, e di silenzi
sconfinati, e di cieli dove aleggia
il mistero e lo stupore;
quest'universo pur così bello,
ma così muto e sordo al mio canto,
non varrà mai una tua carezza,
una tua parola, un tuo sguardo.
Ed è questa la sola ed unica
verità che conosco.

Sully

Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw