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Aucassin et Nicolette
(Chantefable)

Anonimo | XIII secolo

Esemplare unico, questo, di quella forma letteraria detta appunto chantefable (cantafavola). Trattasi di breve romanzo in prosa inframmezzato da lasse in versi, cantabili. L'opera è tramandata - in unico - da un manoscritto della seconda metà del XIII secolo. L'autore è anonimo. L'argomento è l'amore (ostacolato) di due giovani (Nicoletta e Alcassino) che sfida e vince ogni resistenza alla propria realizzazione.
A proposito della traduzione italiana dall'originale francese (lingua d'oïl) ecco cosa dice in merito lo stesso traduttore: Mi sono studiato di imitare, discretamente, quei toscani che nel duecento diedero opera a tradurre in lingua di sì li maestri delle storie, ossia - appunto - i romanzieri francesi così tanto ammirati dal nostro mondo cortese. Mirando a ricongiungermi con essi - epigono postremo - ho usato spesso (ma con misura, credo) voci e locuzioni proprie di quel secolo primo di nostra letteratura… Diego Valeri, 1920.

 Capitoli
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Capitolo 1

Ora si canta:

Chi vuol buoni versi udire
Della gioia e doglia trista
Nicole Di due giovani gentili,
Nicoletta et Alcassino?
Delle pene ch'ei soffrì
Dei gran fatti che compì
Per l'amica chiaro viso?
Dolce è il canto, e bello e fino
Il racconto, e ben finito.
Non ha uomo così tristo,
Dal dolore tanto afflitto,
Da sì gran male colpito,
Che all'udir non sia guarito
E di gioia ringagliardito.
Sì è dolce cosa.


Capitolo 2

Ora si dice, si conta e si novella:

che il conte Bongardo di Valenza menava guerra al conte Guarino di Belchero, così grande e maravigliosa e mortale, che non vi fu giorno ch'ei non fosse alle porte e ai muri e alle barriere della città, con cento cavalieri e diecimila sergenti a piedi et a cavallo: et ardeva la terra, e guastava il paese, e li uomini uccidea.

Il conte Guarino di Belchero era vecchio e debole, essendo passata ormai sua stagione. Egli non avea erede neuno, né figlio né figlia, fuor d'uno solo damigello; e questi era tale qual io vi dirò.
Il giovinetto avea nome Alcassino, et era bello e gentile e grande e ben fatto di gambe, di piedi, di corpo e di braccia; avea biondi e crespi capelli, e vivi occhi ridenti, e faccia chiara e fina, e naso grande e bene sedente; e sì era fornito di buone virtù, che non ne avea in lui neuna cattiva, ma tutte erano buone. Ma egli era per tal guisa preso dall'amore, lo quale tutto vince, che non volea essere cavaliere, né prendere armi, né a torneamento andare, né alcuna cosa fare di quelle che avrebbe dovuto.

Suo padre e sua madre dicevangli: Figlio, prendi oggimai tue armi, e monta a cavallo, e difendi la tua terra, e alli tuoi uomini soccorri. Se questi ti vedon tra loro, meglio difenderanno i lor corpi, e i loro averi, e la tua terra e mia.

Dice Alcassino: Padre, che dite mai? Nulla cosa concedami Iddio di quante io gli chieggio, se sarò cavaliere e monterò a cavallo, e anderò a torneamento o battaglia a ferir cavalieri o ricever da essi ferita, anzi che voi m'abbiate dato Nicoletta, la mia dolce amica, che tanto amo!

Figlio, dice il padre, questo non può essere. Tu non devi pensare a Nicoletta; però ch'essa è una schiava la quale fu qui menata da strane contrade. La comprò il visconte di questa terra a' Saracini, e qui la condusse, e sì l'ha recata al fonte, e battezzata, e sua figlioccia fatta, e poco andrà ch'ei la darà sposa a uno baccelliere, il quale per lei guadagnerà il pane onorevolmente. In ciò tu non hai che fare; e, se vuoi prender donna, darotti io bene la figlia d'uno re o d'un conte. Non ha in Francia sì ricco uomo, che tu non possa averne la figlia, se la vuoi.

No no, padre! dice Alcassino. Dov'è su la terra sì alto onore, che in Nicoletta non fosse ben posto, quand'ella l'avesse? Se ella fosse imperadrice di Costantinopoli o di Lamagna, o reina di Francia o d'Inghilterra, poco sarebbe questo, incontro a lei, tanto è franca e cortese e di buon animo e di tutte virtudi ornata.


Capitolo 3

Ora si canta:

Alcassino è di Belchero
Ch'è piacevole castello.
Nicole Niun può fare ch'ei dimetta
Il pensier di Nicoletta,
Ben che il padre gliela nieghi
E la madre lo riprenda:
Che vuoi far, pazzo che se'?
Nicoletta è adorna e lieta,
Ma a Cartagine fu presa
E di un Sassone fu serva.
Poi che prender donna intendi,
Donna d'alta schiatta prendi!

Madre, far non posso questo,
Nicoletta ha cuore schietto,
Chiaro viso e corpo eletto:
Io m'allumo a sua bellezza.
Ch'io me l'abbia è giusto bene,
Ché troppo è dolce!


Capitolo 4

Ora si dice, si conta e si novella:

Quando il conte Guarino di Belchero vide ch'ei non potrebbe distogliere suo figlio Alcassino dall'amore di Nicoletta, n'andò al visconte della città, il quale era uno suo fedele, e a sé lo chiamò, e dice: Signor visconte, fate or voi che la vostra figlioccia Nicoletta non resti più oltre qui. Maledetta sia la terra donde ella fu tratta in questo paese! Ché io perdo, per essa, Alcassino: ei non vuol essere cavaliere, né fare cosa neuna di ciò che deve. E sappiate che, se la posso prendere, sì l'arderò in uno fuoco, e voi potrete avere per voi stesso temenza grande!.

Sire, dice il visconte, anche a me rincresce ch'ei vada e venga e le parli. Ché io l'avea comprata coi miei denari, e recata alla fonte, e battezzata, e mia figlioccia fatta; e sì l'avrei data sposa a uno baccelliere il quale per lei guadagnasse il pane onorevolmente. In ciò, vostro figlio Alcassino non avrebbe avuto che fare. Ma, poi che è vostra volontà e vostro piacere, io la manderò in tale terra e paese, ch'ei non la vedrà co' suoi occhi mai più.

Badate a voi! dice il conte Guarino, gran male potrebbe venirvene!.
Così si separano.

Il visconte era molto ricco uomo, et avea uno ricco palagio entro un giardino. Ei fece chiudere Nicoletta in una camera altissima, e una vecchia con lei, la quale facessele compagnia e società, e sì facevi portare pane e carne e vino e tutto ciò che lor faceva mestieri. Appresso, fece suggellare la porta per tal guisa che non si potesse da alcuna parte entrare né uscire: fuor che v'era una finestrella in verso il giardino, molto piccola, donde veniva a loro un poco d'aria fresca.


Capitolo 5

Ora si canta:

Nicoletta è in prigion misa,
Entro camera guarnita,
Con gran arte costruita
E dipinta a maraviglia.
Sopra il marmo della vista
S'appoggiava la meschina.
Ella aveva biondo il crine,
Fatti bene i sopraccigli,
I sembianti chiari e fini.
Mai più bella non si vide!
Ella guarda entro il giardino,
E la rosa in fiore mira,
E cantar gli augelli udiva,
E orfanella si sentiva.
Ahi me lassa, ahi me cattiva,
In prigion perché son misa?
Alcassino, giovin sire,
è perché son vostra amica,
E voi già non m'aborrite.
In prigion per voi son misa,
Entro camera guarnita
Dove meno trista vita.
Per Dio figlio di Maria,
Molto non ci starò mica,
Se posso farlo!


Capitolo 6

Ora si dice, si conta e si novella:

Nicoletta era in prigione, sì come avete udito e inteso, nella camera. Or per tutta la contea e tutto il paese n'andò il grido e il romore che Nicoletta fosse perduta. Dicono alcuni ch'ella s'è fuggita fuor della contea, e sì dicono altri che il conte Guarino di Belchero l'ha morta.
N'abbia avuto gioia chi che sia, Alcassino non ne fu già lieto, ma n'andò al visconte della città e lo chiamò a sé.

Signor visconte, dice che avete fatto di Nicoletta, la mia dolcissima amica, la cosa che io amavo di più nel mondo? Me l'avete voi tolta e involata? Sappiate che se io ne muoio, ve ne sarà dimandata ragione; e sarà ben giusto, però che voi m'avete ucciso con le vostre due mani, avendomi tolto la cosa che io amavo di più nel mondo.

Bel sire dice il visconte lasciate di travagliarvi per questo! Nicoletta è una schiava che io ho meco menata di terra strana, avendola comprata dai Saracini coi miei denari, e l'ho recata al fonte, battezzata, e mia figlioccia fatta, e appresso nodrita, e di prossimo tempo l'avrei data sposa a un baccelliere, il quale per lei guadagnasse il pane onorevolmente. In ciò, voi non avete che fare. Prendete la figlia d'un re o d'un conte. Alla fine, che pensereste d'aver guadagnato voi, quando l'aveste guasta e messa nel vostro letto?
Molto poco ci avreste guadagnato, però che per tutti i giorni del secolo - ne avreste onta, e di là da questo secolo - la vostra anima sarebbe nell'inferno, e non entrereste mai in paradiso
.

E che m'importa a me del paradiso? Non cerco io già d'entrarvi, pur che m'abbia Nicoletta, la mia dolcissima amica, che tanto amo. Ché in paradiso non vanno altri fuor di tal gente che vi dirò. Vannoci quei vecchi storpi e quei monchi li quali tutto dì e tutta notte stansene cucciati lungo gli altari e nelle antiche grotte, e coloro i quali vestono vecchie cappe logore e vecchi stracci consunti, e vansene nudi e scalzi, e muoiono di fame e di sete e di freddo e di miseria. Costoro vanno in paradiso; ma con essi io non ho che fare. Ma nell'inferno, sì, voglio andare; poi che nell'inferno vannoci i bei chierici e i bei cavalieri, i quali son morti ne' torneamenti e nelle ardite guerre, e li buoni vassalli e li nobili uomini. Con questi voglio andare. E vannoci le belle dame cortesi, le quali hanno due amici o tre, oltre al loro marito, e vannoci l'oro e l'argento, et il vaio et il grigello, e vannoci arpeggiatori e giullari, e li re di questo secolo. Con questi io voglio andare, pur ch'io m'abbia Nicoletta, la mia dolcissima amica, con meco.

Dice il visconte: Voi ne parlate invano, certamente, però che non la vedrete più mai. E se voi le parlaste e vostro padre il sapesse, egli arderebbe e me e lei in uno fuoco, e voi stesso potreste averne temenza grande.

Dice Alcassino: Questo m'incresce!.
E doglioso si parte dal visconte.


Capitolo 7

Ora si canta:

Alcassino se n'è andato,
Doloroso e sconsolato
Per l'amica chiaro viso.
Niun lo puote confortare,
E né a lui consiglio dare.
Al palagio egli è tornato,
I gradini n'ha montato,
Indi, in camera serrato,
A plorare ha cominciato
E dolor grande menare,
La sua amica ricordando:
Nicoletta, bel portare,
Bel venire e bello andare,
Bel piacer, dolce parlare,
Rider bello e bel giocare,
Bel baciar, bello abbracciare,
Son per voi sì sconsolato
E condotto a tale stato,
Che non credo più durare,
Mia dolce amica!


Capitolo 8

Ora si dice, si conta e si novella:

A tanto che Alcassino nella sua camera dimorava, e doglioso pensava a Nicoletta sua amica, il conte Bongardo di Valenza, che avea sua guerra a fornire, non l'obliò mica; ma, com'ebbe mandato innanzi suoi uomini a piedi et a cavallo, trasse al castello per assalirlo. Levasi il grido e il romore, e li cavalieri e li sergenti s'armano, e sì corrono alle porte et ai muri per difendere il castello, e i cittadini montano ai cammini esterni del muro, e gittano quadrella e pali aguti.
Or mentre che l'assalto era grande e pieno, il conte Guarino venne alla camera dove Alcassino menava doglia e piangea Nicoletta, la sua dolcissima amica ch'ei tanto amava, e dice:

Ahi, figlio! Isventurato se' tu che vedi assalire lo tuo castello, di tutti il più forte e migliore! E sappi che, se lo perdi, tu se' diseredato. Prendi dunque le armi, o figlio, e monta a cavallo, e difendi la tua terra, e soccorri a' tuoi vassalli, e va' alla battaglia. Sol che ti vedan fra loro, pur senza dare o ricever ferita, essi difenderanno meglio li beni loro e il loro corpo e la tua terra e mia; e tu se' sì grande e forte, che lo puoi fare; e però fare lo devi.

Padre, dice Alcassino, che dite mai? Nulla di ciò ch'io gli chieggio mi conceda Iddio, se sarò cavaliere, e monterò a cavallo, e anderò alla battaglia, a ferir cavalieri o a ricever da essi ferita, anzi che voi m'abbiate dato Nicoletta, la mia dolce amica che tanto amo!

Figlio, dice il padre, ciò non può essere. Io soffrirei d'esser di tutto spogliato, e di perdere tutto ciò che ho, piuttosto che tu l'avessi mai per moglie e sposa. E sì se ne va.
E, quando Alcassino lo vede andare, lo richiama; e dice: Padre, venite qua: io v'offerisco buon patto.
E quale, figlio bello?
Io prenderò le armi, e n'anderò alla battaglia, a tal patto: che voi, se Dio mi riconduce sano e salvo, mi lascerete vedere Nicoletta, la mia dolce amica, tanto ch'io abbia a dirle due o tre parole, e pur una volta baciarla.
Io prometto dice il padre. Ei gli dà la sua fede; e Alcassino ne fu ben lieto.


Capitolo 9

Ora si canta:

Alcassino ode del bacio
Che al tornar gli sarà dato.
Marchi d'oro tanti e tanti
Nol farebbero sì gaio.
Le sue ricche armi dimanda;
Già gliel'hanno preparate.
Doppio usbergo egli ha indossato,
L'elmo in testa s'è allacciato,
Spada d'oro ha cinto al fianco.
Monta appresso sul cavallo
E sì prende e scudo e lancia.
I suoi piedi ha riguardato,
Ben li ferma nelle staffe.
Fiero a maraviglia sta,
E, all'amica sua pensando,
Al destrier di sprone dà.
Questo a gran forza si slancia
E alla porta dritto avanza,
Alla battaglia.


Capitolo 10

Ora si dice, si conta e si novella:

Alcassino si stava armato sul suo cavallo, come avete udito. Dio! come bene al collo gli s'acconciava lo scudo, e l'elmo in testa, e il cingolo della spada sul fianco sinistro! Il giovinetto era grande e forte e bello e grazioso e bene fatto; e il cavallo sul quale è montato, destro e corridore; e il giovanetto l'avea spinto dirittamente per il mezzo della porta.
Or non credete ch'ei pensi a prender buoi o vacche o capre, né a ferir cavalieri o a ricever da essi ferita; no, certo. Questo ne pur gli sovvenne; ma tanto pensò a Nicoletta, sua dolce amica, che dismenticò le redine e tutto ciò che fare dovea. E il cavallo, che avea sentito gli sproni, lo porta per la zuffa, e tra mezzo li nimici si slancia. E questi d'ogni parte lo stringono, e lo prendono, e scudo e lancia gli tolgono, e tantosto menanlo prigioniero.

E quando Alcassino ciò vide, disse: O Dio, Dolce Creatura! Seco mi menano li miei nimici mortali, e mi taglieranno la testa! E, poi che avrò la testa tagliata, non parlerò più mai a Nicoletta, la mia dolce amica, che tanto amo! Ma ho ancora una buona spada, e sto sopra un buono e fresco destriero. Se ora non mi difendo per amore di lei, non m'ami ella più mai, né Dio più non la guardi!
Il giovinetto era grande e forte; destro il cavallo che lo portava. Mette egli mano alla spada, e sì comincia a menare a dritta e a manca, e taglia elmi e nasali e pugni e braccia, e sì fa uno mortito intorno a sé, come il cinghiale quando i cani l'assaltano nella foresta, per tal guisa che dieci cavalieri abbatte, sette ferisce, e ratto gettasi fuor della zuffa, e torna addietro al galoppo, con la spada in mano.

Il conte Bongardo di Valenza avea sentito dire che il suo nimico Alcassino era preso, e sì per quella parte venia, e Alcassino lo riconobbe tosto. Il giovinetto tenea sua spada in mano, e in sul mezzo dell'elmo il fedì, per tal modo che gliel calcò in testa. Il Conte ne fu così stordito, che cadde a terra; e Alcassino stende la mano, e lo fa prigioniero e, tenendolo per il nasale dell'elmo, lo mena seco, e a suo padre lo dà.

Padre, dice Alcassino, ecco il vostro nimico, lo quale tanta guerra e tanto male fatto v'ha. Da vent'anni è durata questa guerra, e mai non s'era per alcuno potuta finire.
E dice il padre: Figlio bello, di tal guisa dovean essere le vostre prime prove; non mica certi folli sogni!
Padre, dice Alcassino, non vorrete già farmi sermone; sì, piuttosto, la vostra promessa tenete.
E quale promessa, figlio bello?
Oh, padre! l'avete voi obliata? Per la mia testa, la dimentichi chi vuole, non la dimenticherò già io, ché molto anzi mi sta a cuore. Non m'avevate voi promesso, quando presi le armi e n'andai alla battaglia, che, se Dio m'avesse sano e salvo ricondotto, m'avreste lasciato vedere Nicoletta, la mia dolce amica, tanto che io potessi dirle due parole o tre? E che io l'averei potuta baciare una fiata? Questo patto m'avete promesso, et io voglio che voi lo teniate.
Io? dice il padre. Che mai più non m'aiuti Iddio, se vi tengo tal patto! Così fosse ella qui ora, ch'io l'arderei in un fuoco, e anche voi potreste averne temenza grande.
Dice Alcassino: Avete detto tutto?
Dice il padre: Se Dio m'aiuti, sì.
Allora Alcassino disse: Certamente duolmi che uomo della vostra età dica menzogna. Conte di Valenza, siete voi mio prigioniero?
Certamente, signore! rispuose il Conte.
E dice Alcassino: Datemi la mano.
Signore, volentieri. Mette ei la mano nella mano di lui.
E Alcassino dice: Promettetemi ora che, ogni dì di vostra vita, se voi avrete occasione di far onta o danno a mio padre, nel suo corpo o ne' suoi averi, il farete!
Per Dio, Sire dice il Conte, voi mi fate beffa. Meglio sarebbe se m'offeriste riscatto. Ché voi non potreste dimandarmi oro né argento, cavalli né palafreni, vaio né grigello, cani né uccelli, ch'io non ve li donassi tosto.
Allora Alcassino dice: Or non riconoscete voi più d'esser mio prigioniero?
Sì, Signore risponde il conte Bongardo.
E dice Alcassino: Fatemi, dunque, promessa; o che Dio più non m'aiuti, se non vi faccio volare la testa!
Nel nome di Dio, dice il Conte vi prometto tutto ciò che volete. Egli gli fa promessa.
Alcassino lo fa montare su un cavallo, e monta egli su un altro; menalo appresso in luogo sicuro.


Capitolo 11

Ora si canta:

Quando il conte Guarin vede
Che Alcassino non gli cede
E dividersi non pensa
Dalla dolce Nicoletta,
In prigione, ecco, l'ha messo,
Sotto terra, entro una cella
Fatta d'una bigia pietra.
Quando vi si trova dentro,
Alcassin molto è dolente,
E comincia a far lamento,
Come udire voi potete:
Fior di giglio, Nicoletta,
Viso bel, dolce amichetta,
Sei più dolce che uva schietta
O bicchier di vino olente!
L'altro dì vidi un romeo
Limosino, a quel che credo,
Che avea mal di stornimenti
E giaceva dentro un letto.
Stava male il poveretto,
E provava gran tormento.
Tu passasti lungo il letto,
L'ermellino alto tenendo
E lo strascico et un lembo
Della bianca camicetta,
Sì ch'ei vide una gambetta.
è guarito, ecco, il romeo,
Forte più che pria non era.
Dal suo letto egli si leva
E ritorna al suo paese
Sano e salvo interamente.
Fior di giglio, Nicoletta,
Bello andare e venire bello,
Bel giocare follemente,
Bel parlare, bel piacere,
Bel baciare dolcemente,
Niuno odiare vi potrebbe!
In prigion per voi son messo
Entro cella di sotterra,
Dove mala vita meno.
E qui ormai morire debbo,
Per voi, amica
.


Capitolo 12

Ora si dice, si conta e si novella:

Alcassino era in prigione, sì come avete udito, e Nicoletta, intanto, dimorava nella sua camera. Era tempo d'estate, nel mese di maggio, che li giorni son caldi, lunghi e chiari; dolci le notti, e silenziose.
Una notte, Nicoletta si stava nel suo letto; e vide la luna che chiara lucea per una finestra, e sentì il lusignolo cantare nel giardino, e si ricordò d'Alcassino, l'amico suo che tanto amava. E cominciò a pensare al conte Guarino di Belchero, che la odiava a morte; e sì pensò che a lei si conveniva di non più restare, poiché il conte Guarino, quando sapesse per alcuno ch'ella era là, la farebbe di mala morte morire. E si avvide che la vecchia, la quale con lei era, si dormia. E si levò, e vestì uno giubbettino di seta il quale avea, e prese drappi e lenzuoli, e, insieme annodatili, una corda ne fece, tanto lunga quanto potè, e la legò alla finestra, e per tal modo si calò giù, nel giardino. Appresso, con una mano innanzi e l'altra dietro, si rialzò le vesti, per la rugiada che molta su l'erba vedea, e sì attraversò per mezzo lo giardino.

Avea biondi e crespi capelli, occhi vivi e ridenti, viso delicato, naso grande e bene sedente, labbruzze più vermiglie che ciriegia o rosa al tempo d'estate, bianchi e piccoli denti, ferme poppelline che le sollevavan la veste come due grosse noci, e tanto sottile la cintura che chiusa l'avreste nelle vostre mani. Le margherite calcate da' suoi piedi, ricadendo su essi, pareano nere affatto, incontro a essi e alle gambe, sì era bianca la fanciulla.

Venne alla postierla, l'aperse e n'uscì per le vie di Belchero, seguendo l'ombra, però che la luna luceva chiarissima; e tanto n'andò, che venne alla torre, nella quale si stava chiuso l'amico suo. Era la torre crepata qua e là. Nicoletta posesi lungo uno pilastro, raccolse intorno a sé il suo mantello, mise la testa dentro per una fenditura della torre, e sì udì Alcassino che vi piangea e menava grandissimo duolo per la sua amica che tanto amava. E quando l'ebbe ascoltato assai, cominciò a dire:


Capitolo 13

Ora si canta:

Nicoletta viso chiaro
A un pilastro s'è appoggiata,
E il suo amico ode plorare
E l'amica ricordare.
Or così prende a parlare:
Alcassin, sire onorato,
Baronetto prode e franco,
A che vale lamentarvi
Lacrimare e desolarvi,
Se di voi non sarò mai?
Ché m'ha in odio vostro padre,
E con esso il parentado.
Passerò per voi lo mare,
Anderò in altro reame
.
Una treccia ella si taglia
Nella cella l'ha gittata.
Alcassin raccolta l'ha;
L'ha baciata et abbracciata
E sul sen se l'è posata;
Poi riprende a lamentare
Per la sua amica.


Capitolo 14

Ora si dice, si conta e si novella:

Alcassino, com'ebbe udito Nicoletta dire che voleva andare in altra contrada, ne fu crucciato grandemente.
E sì dice: Bella dolce amica, voi non vi partirete, ché per tal maniera mi occidereste. Il primo che vi vedrà, sol che lo possa, vi avrà tantosto presa e nel suo letto messa. E, quando voi foste stata nel letto d'un altro uomo, non pensate già che io aspettassi infino a tanto che trovassi uno coltello per ferirmi nel cuore e uccidermi. No, che tanto non aspetterei; ma, pur che vedessi un muro o una pietra bigia, mi precipiterei contro, e v'urterei la testa a tal forza, che fuor ne volerebbero gli occhi, e tutto il cervello ne spiccerebbe. E molto averei in grado di tal morte morire, anzi che apprendere che voi foste stata nel letto d'un altro uomo.
Rispose Nicoletta: Ah, non credo io già che voi tanto m'amiate quanto dite; ma io sì vi amo più che non m'amate voi!
Oh! dice Alcassino, non può essere, bella dolce amica, che voi m'amiate quanto v'amo io. La donna non può amare l'uomo quanto l'uomo ama la donna; però che l'amore della donna dimora su la punta delli suoi cigli, su la punta del bottone del suo seno, su la punta del dito del suo piede; ma l'amore dell'uomo è confitto nel fondo del suo cuore, e non può uscirne mai più!

A tanto che Alcassino e Nicoletta così parlavano insieme, ecco che le guardie della città s'avanzavano per una via, tenendo le spade nude sotto le cappe. Però che il conte Guarino avea comandato loro, se presa l'avessero, di ucciderla. E la scolta, la quale era su la torre, videli venire, et udì ch'essi diceano di Nicoletta e minacciavano di ucciderla.
E sì dice: Dio! Trista cosa uccidere una sì bella fanciulla! Sarebbe renderle servigio grande, s'io potessi dirle cosa ch'essi non comprendessero, et ella sì, e però si stesse in guardia. Avvegna che, se essi uccidonla, il mio damigello Alcassino se ne morrà; e sarebbe invero danno grandissimo.


Capitolo 15

Ora si canta:

È la scolta buon soldato,
Prode umano et avvisato.
Egli un canto ha cominciato
Ch'è piacevole e leggiadro:
Giovinetta dal cuor franco,
Corpo hai bello, dente bianco,
Biondo crin, riso leggiadro
E lucente e vivo sguardo.
Ben conosco dal sembiante
C'hai parlato con l'amante,
Ch'è per te presso a mancare.
Ora bada ad ascoltare
E a capire quel che canto:
Stàtti in guardia dai ribaldi
Che s'appressano, celando
Nude spade sotto il manto.
Gran minaccia porteranno,
E gran male ti faranno,
Se non ti guardi
.


Capitolo 16

Ora si dice, si conta e si novella:

Ah! dice Nicoletta, le anime di tuo padre e di tua madre siano in benedetto riposo, poi che tanto bellamente e cortesemente m'hai ora detto questo! Se a Dio piaccia, io mi guarderò bene; e che Dio mi guardi!
Appresso, si stringe nel suo mantello, lungo l'ombra del pilastro, infino a tanto che viene al muro del castello. Eravi nel muro una fenditura grande, la quale avean riempiuta di fascine; ella inerpica sopra, e tanto fece che si trovò in tra il muro e il fosso. Allora riguardò in giù, e vide il fosso molto profondo e scosceso, e sì ebbe paura grandissima.
O Dio! dice, Dolce Creatura! Se mi lascio cadere giù, mi romperò il collo; e, se qui rimango, dimani sarò presa e mi arderanno in un fuoco. Meglio m'è in grado di morir qui, anzi che al dì di domani tutto il popolo mi guardi a maraviglia.
Appresso, ella fecesi il segno della croce, e si lasciò andare giù per lo fossato; e quando fu al fondo, i suoi belli piedi e le sue belle mani, che ancor non sapeano ferita, furono pesti e scorticati, e n'uscia sangue da ben dodici parti; e tuttavia ella non sentì male né dolore niuno, per la grande paura che avea.
Ma, se ebbe pena in entrare, molta più n'ebbe in uscire. Ella pensò che quella non era sicura dimora; e però, avendo trovato un palo aguto che que' di dentro avean gittato là per difendere il castello, a passo a passo et a gran pena montò, infino a tanto che venne di sopra.
Là presso, a due tiri di balestra, avea una foresta, la quale misurava ben trenta leghe per lungo e per lato, et eranvi entro bestie salvatiche e serpenti. Ella ebbe paura d'essere uccisa da queste, se vi fosse entrata; ma pensò altresì che, se l'avessero trovata là, ricondotta l'avrebbero in città, per arderla.


Capitolo 17

Ora si canta:

Nicoletta viso chiaro
Su dal fosso ora risale.
Ella prende a lamentare
E a Gesù raccomandarsi:
Padre, Re di maestà,
Io non so più dove andare.
Se nel bosco folto vado,
Qualche lupo può mangiarmi
O i lioni et i cignai,
Che ce n'è tanti che mai.
E se aspetto il giorno chiaro,
Qualchedun mi può trovare.
Un gran fuoco si farà
E il mio corpo si arderà.
Per il Dio di maestà,
In città non voglio entrare.
Meglio i lupi, meglio assai
I lioni et i cignai!
Non ci vo mica!


Capitolo 18

Ora si dice, si conta e si novella:

Forte si lamentò Nicoletta, sì come avete udito. Ella si raccomandò a Dio, e tanto camminò che venne alla foresta. Non osò mica entrarvi dentro, per le bestie salvatiche e li serpenti; ma in un folto cespuglio si nascose. Quivi presela il sonno, e sì dormì fino al dì di domani, a prima sonata, che i pastorelli usciron dalla città e lor bestie menarono tra il bosco e la riviera. Essi si condussero tosto a una fontana bellissima, la quale era al termine della foresta, e stesero una cappa, e sopra vi posero lor pani.
A tanto ch'essi mangiavano, ecco che Nicoletta si desta ai gridi degli uccelli e dei pastori; e subitamente venne a loro.
Bei giovinetti, dice Dominedio vi aiuti!
Dio vi benedica! rispose uno, lo quale era miglior parlatore degli altri.
Bei giovinetti, dice essa, conoscete voi Alcassino, il figlio del conte Guarino di Belchero?
Sì, lo conosciamo bene.
Se Dio vi aiuti, bei giovinetti dice essa ditegli che in questa foresta v'ha una bestia, e ch'ei venga a cacciarla: che, se prenderla potesse, non darebbe uno membro di essa per cento marchi d'oro, né per cinquecento, né per ricchezza neuna.
Or quelli la guardano, e la videro così bella che ne furono tutti smarriti.
Dirgli questo? dice quello ch'era miglior parlatore. Male sia di chi parlerà e gliel dirà! Incantagione è ciò che voi dite; però che non ha sì preziosa bestia in questa foresta, né cervo né lione né cignale, del quale uno membro vaglia più di due o tre denari; e voi parlate di sì grande ricchezza! Mal sia di chi vi crede, e gliel dirà; Voi siete una fata: noi non abbiam desiderio di vostra compagnia; e però tenete vostro cammino!
Oh, bei giovinetti! dice essa, voi lo farete. La bestia ha tale virtù, onde Alcassino sarà guarito del suo male. Et io ho qui cinque soldi nella mia borsa: prendeteli, e diteglielo. E per tre dì gli conviene cacciarla, e, se in tre dì non la trova, mai più egli non sarà guarito del suo male.
In fede mia, dice quello, noi prenderemo i danari, e s'ei vien per qua, glielo diremo; ma certo non anderemo a cercarlo.
Dio vi guardi! dice essa.
Allora si parte dai pastorelli, e sì se ne va.


Capitolo 19

Ora si canta:

Nicoletta chiaro viso
Dai pastori si partiva.
Ella segue suo cammino
A traverso il bosco fitto
Per un vecchio sentierino.
A una strada giunge alfine,
Donde parton sette vie
Che percorrono il domìnio.
A pensare ora si mise
Come può provar l'amico,
S'egli l'ama come dice.
Ella prese fior d'aliso,
Erbe e foglie ch'eran lì,
E una loggia costruì:
In mia fede io mai non vidi
Una loggia sì gentile.
Ora giura ella per Dio
Che se là giunge Alcassino
E non posa un pocolino
Per amore della sua amica,
Più suo amico non si dica.
Né lei di lui.


Capitolo 20

Ora si dice, si conta e si novella:

Nicoletta avea fatta la loggia, sì come avete udito e inteso, molto bella e molto gentile e adorna, di fuori e di dentro, di fiori e di foglie. Appresso, si nasconde, lungo la loggia, in una folta macchia, per vedere ciò che Alcassino farà.
Intanto, per tutta la contea e per tutto il paese n'andò il grido e il romore che Nicoletta era perduta. Dicono alcuni ch'ella s'è fuggita, e sì dicono altri che il conte Guarino l'ha morta. N'abbia avuto gioia chi che sia, Alcassino non ne fu già lieto. Il conte Guarino fecelo allora uscir di prigione, e mandò invito a' cavalieri della contrada e alle damigelle, e fece fare una festa ricchissima, però che per tal guisa si credea consolare suo figlio Alcassino. Mentre che la festa era più bella, Alcassino si stava in sul balcone appoggiato a una balaustrata, tutto smagato e distrutto. Se altri menavano allegrezza, Alcassino non n'avea volontà certo; però ch'ei non vedea là nulla di ciò che amava. E uno cavaliere lo guardò, e venne a lui, e sì gli parlò, e disse:
Alcassino, d'un sì fatto male, qual voi avete, io sono stato altra fiata malato. Onde, io vi darò uno buono consiglio, se voi mi vorrete credere.
Sire, dice Alcassino, gran merce' a voi. Buon consiglio, molto l'avrei in grado.
Montate su un cavallo, e andate a piacer vostro lungo quella foresta; voi vederete quelli fiori e quelle erbe; e quelli uccelli udirete cantare. E per avventura potrete udire tali parole, dalle quali vantaggio grande n'avrete.
Sire, dice Alcassino, gran merce' a voi. Così farò.

Egli esce dalla sala, discende i gradini, e sì viene alla stalla dov'era il suo cavallo. Gli fa mettere sella e freno, pone il piede nella staffa, monta, et esce dal castello; e tanto n'andò, che venne alla fontana, e vi trovò, al suono di nona a punto, i pastorelli, li quali avevano disteso una cappa su l'erba, e si mangiavano lor pani, e si stavano in grandissima festa.


Capitolo 21

Ora si canta:

I pastori son riuniti,
Esmeraldo et Orbetino,
Martinetto e Frugolino,
Robizzone e Giovannino.
Bei compagni un d'essi dice,
Dio conceda la sua aita
Al bel giovane Alcassino
E all'amica sua gentile,
Corpo schietto, chiaro viso,
Che ci diede dei soldini
Per comprarci focaccine,
Coltelletti con guaine,
E vincastri e trombettine,
Cennamelle e zufolini.
Che Dio la salvi!


Capitolo 22

Ora si dice, si conta e si novella:

Quando Alcassino ebbe udito i pastorelli, si ricordò di Nicoletta, la sua amica dolcissima, che tanto amava, e sì pensò ch'ella certo era passata per là. Allora, ferisce il cavallo degli sproni e s'appressa ai pastorelli.
Bei giovinetti, Dio vi assista!
Dio vi aiuti! risponde quello ch'era miglior parlatore.
Bei giovinetti, dice Alcassino, cantate un'altra fiata la canzone che cantavate or è poco.
Noi non la canteremo dice quello ch'era miglior parlatore. Mal sia di chi per voi canterà, bel Signore.
Dice allora Alcassino: Bei giovinetti, forse che non mi cognoscete?
Sì, ben sappiamo che voi siete Alcassino, il nostro giovane signore; ma noi non siamo per voi; anzi noi siamo per il conte.
Bei giovinetti, voi lo farete, poi che io ve ne prego.
Corpo di bio, non avete capito? dice quello. Perché dovrei cantare per voi, se non m'è in grado? E sappiate che non ha sì ricco uomo in questo paese, fuor che il conte Guarino, il quale, trovando li miei bovi o le mie vacche o pecore entro suoi prati o tra il suo grano, osasse discacciarneli, però che temerebbe di farsi crepare gli occhi. Or, perché dovrei cantare per voi, se non m'è in grado?
Se Dio v'aiuti, bei giovinetti, voi lo farete. Prendete intanto questi dieci soldi che ho qui nella mia borsa.
Sire, i danari li prenderemo, ma io non vi canterò mica, però che ho giurato. Sì vi dirò uno racconto, se vorrete.
Per Dio dice Alcassino, meglio il racconto che niente.
Sire, noi eravamo qui or è poco, fra prima e terza, e mangiavamo il nostro pane, lungo questa fontana, così come facciamo ora. E venne una fanciulla, la più bella cosa del mondo, tale che noi pensavamo vedere una fata, e che tutto questo bosco ne chiarì. Ella ci donò tanti danari che le facemmo promessa, se voi foste venuto per qua, di dirvi che vi convenia cacciare in questa foresta, però che ha quivi una bestia la quale, se voi la poteste prendere, certo non dareste uno de' suoi membri per cinquecento marchi d'argento, né per ricchezza niuna; ché la bestia ha tale virtù che, se la potrete prendere, sarete guarito del vostro male. E vi conviene averla presa in tre giorni; e se non l'averete presa, mai più non la vedrete. Ora cacciatela, se vi piace; e, se non vi piace, lasciatela ire; ch'io non son più inobbligato verso di lei.
Bei giovinetti dice Alcassino; diceste assai; e Dio mi conceda di ritrovarla!


Capitolo 23

Ora si canta:

Il messaggio egli conosce
Dell'amica dal bel corpo;
E nel cuor tien le parole.
Dai pastor si parte tosto
Et entrò nel bosco fondo.
Il cavallo va al galoppo,
E Alcassino dice un motto:
Nicoletta, vago corpo,
Son per voi venuto al bosco.
Già non caccio cervo o porco,
Ma sol seguo le vostr'orme.
L'occhio vivo, il vago corpo,
Il bel riso e il parlar dolce
M'han ferito il cuore a morte.
Se a Dio piaccia, Padre Forte,
Io potrò vedervi ancora,
Nicoletta, dolce suora,
Amica bella!


Capitolo 24

Ora si dice, si conta e si novella:

Andava Alcassino per la foresta, di sentiero in sentiero, sul suo cavallo che forte correa. Non credete già che i rovi e le spine lo risparmino; no davvero! Gli stracciavano anzi le robe per tal modo, che col pezzo più intero di stoffa appena si potrebbe fare un nodo, e che il sangue gli spiccia dalle braccia e da' fianchi e dalle gambe, per quaranta ferite o trenta, e che, dietro il damigello, potrebbesi seguire sue tracce per lo sangue sparso su l'erba. Ma egli pensava sì forte a Nicoletta, che male non sentiva. Tutto quel dì n'andò egli per la foresta, e nulla sapeva dell'amica sua; e quando vide che s'appressava la sera, si coninciò a piangere, però che non l'avesse trovata.

Or avvenne che, cavalcando lungo un vecchio sentiero erboso, e davanti a sé guardando, egli vide nel mezzo della via uno villano, tale qual vi dirò. Era questo grande e diverso, e laido, et orribile. Aveva una gran testa più nera che carbone, li due occhi più di un palmo distanti l'un dall'altro, grandi guance, grossissimo naso schiacciato, larghe narici spalancate, gonfie labbra più rosse che carbonata, brutti dentacci gialli. Era calzato di usatti e di stivali di pelle di bue, legati infin sopra il ginocchio con scorze di tiglio attorte; et era ammantellato in una cappa di due rovesci, e s'appoggiava su una grande mazza.
Alcassino arrivò galoppando presso di lui e, subitamente veggendolo, gran paura n'ebbe.
Bel fratello, Dio t'assista!
Dio vi aiuti! rispuose quello.
Per Iddio, che fai tu qui?
E che ve n'importa?
Niente dice Alcassino,. Non dimandavo che a buona intenzione.
Dice quello: Or perché piagnete e avete sì gran dolore? Certo, s'io fossi ricco come voi siete, niuna cosa al mondo non mi farebbe piangere.
Ah, mi conoscete voi dunque? dice Alcassino.
Sì; io so bene che voi siete Alcassino, il figlio del conte, e, se voi mi direte perché menate sì gran pianto, io vi dirò cosa faccio qui.
Volentieri ve lo dirò dice Alcassino. Io son venuto, questa mattina, a cacciare in questa foresta; et avevo uno bianco levriero, il più bello del mondo, et hollo perduto; e però piango.
Dite il vero? dice quello. Per il cuore di Nostro Signore, voi avete pianto per un puzzolento cane! Maledetto sia chi più mai farà stima di voi, però che non ha in questa contrada ricco signore che non sia contento di darnene dieci o quindici o venti, pur che vostro padre ne lo richieda. Ma io sì che ho ragione di piangere e menar doglia!
Perché, fratello?
Ve lo dirò, Sire. Io serviva uno ricco villano, e sì spingeva il suo aratro; e c'eran quattro bovi. Or son tre giorni, e m'intervenne sventura grande: ché ho perduto Rossetto, il migliore delli miei bovi, il migliore del mio aratro, et ancora lo vado cercando. Da tre giorni non ho mangiato e né bevuto, e non ardisco gire alla città, però che, non potendo pagarlo, mi metterebbero in prigione. Di tutte le ricchezze del mondo io posseggo pure questo che sul mio corpo vedete. Aveva io una povera madre, et essa avea pur un povero materasso; hannoglielo tolto di sotto alla stiena, sì che ora si giace su la nuda paglia. Ho pena per essa più che per me; però che fortuna va e viene, e se oggi ho perduto, altra fiata farò guadagno; pagherò il mio bue quando potrò, e non piangerò per questo. E voi avete pianto per uno sporco cane? Maledetto sia chi più mai farà stima di voi!
Certo, tu mi sei di buon conforto, fratello bello. Sii benedetto! E quanto costava il tuo bue?
Sire, venti soldi me ne dimandano; e non posso impetrare che mi sia condonato per un quattrino.
Dice allora Alcassino: Ecco venti soldi che ho qui nella mia borsa. Prendili, e paga il tuo bue.
Oh, grazie, Signore! Facciavi Iddio ritrovare ciò che andate cercando.
Egli si parte da lui, e Alcassino cavalca.

La notte era bella e tranquilla. Tanto egli andò che venne là ove s'incrociavano i sette cammini, e vide davanti a sé la loggia la quale Nicoletta avea fatto, sì come sapete. Tutta ornata di fiori era la loggia, di fuori e di dentro, di sopra e d'avanti; e così bella che più non potea. Quando Alcassino l'ebbe vista, di subito s'arrestò. Entro vi cadevano i raggi della luna.
O Dio! dice Alcassino, Certo qui è stata Nicoletta, la mia dolce amica; e questo ha fatto essa con le sue belle mani. Per la sua dolcezza e l'amor suo, io qui scavalcherò, e poserò questa notte.
Trasse il piede dalla staffa per ismontare. Grande et alto era suo cavallo, et ei tanto fortemente pensava a Nicoletta, sua dolcissima amica, che cadde in s'una pietra, e sì duramente battè, che si torse la spalla. Tosto egli si sentì grandemente ferito; ma tanto che potè s'isforzò, sì che legò con l'altra mano il suo cavallo a un pruno, e si strascinò sul fianco fino alla loggia, e dentro vi si distese supino. Allora guardò per un pertugio della loggia, e vide le stelle nel cielo; et una videne più delle altre lucente, e sì parlo e disse:


Capitolo 25

Ora si canta:

Io ti veggo, dolce stella
Che la luna seco mena;
La mia povera amichetta,
La biondina Nicoletta,
è con te, per quel ch'io credo.
L'ha voluta Iddio nel cielo,
Acciò che per lei più bella
Sia la luce della sera.
Sorellina, io ben vorrei
Innalzarmi fino a te!
Di cader non temerei,
Per salire a te nel cielo.
Quanti baci ti darei!
Fossi pur figlio di re,
Io non amerei che te,
Sorella dolce!


Capitolo 26

Ora si dice, si conta e si novella:

Quando Nicoletta ebbe udito Alcassino, vennesene a lui; però che non era lontana. Or entrò nella loggia, e sì gli gittò le sue braccia intorno al collo, e l'abbracciò, e lo baciò così dicendo:
Bello amico dolce, siate il ben ritrovato!
Siate la ben ritrovata, bella amica dolce!
Appresso, si baciano e s'abbracciano, e grande fu la loro gioia.
E dice Alcassino: Or è poco, io sentiva grande ferita nella mia spalla, et ora non sento più male né doglia; però che ho voi.
Essa lo tastò, e trovò storta la spalla; e tanto la palpò e la tirò con le sue bianche mani che, con l'aiuto di Dio lo quale ama gl'innamorati, la spalla si raddrizzò. Appresso, prese fiori, erba fresca e foglie verdi e legolle su la spalla con un lembo della sua camicia, et ei fu guarito tantosto.
E sì dice ella: Alcassino, bello amico dolce, or si conviene pensare a ciò che faremo. Se il vostro padre fa cercare dimani questa foresta, e mi trovano qui, non so che sarà di voi, ma quanto a me, m'uccideranno certamente.
Bella amica dolce, dolore ben grande n'avrei. Ma pur ch'io possa, non vi prenderanno!
Monta egli sul cavallo, e pone la sua amica davanti a sé, baciandola et abbracciandola, e sì vanno per li campi.


Capitolo 27

Ora si canta:

Alcassino, il bello, il biondo,
Il gentile e l'amoroso,
Ora uscì dal bosco fondo,
E con sé porta il suo amore,
Tra le braccia, su l'arcione.
Bacia a lei gli occhi e la fronte,
Bacia il mento e poi la bocca.
Nicoletta gli ragiona:
Alcassino, amico dolce,
In qual terra anderem noi?

Non lo so, mio dolce amore,
Né m'importa saper dove;
Per sentiero o sia per bosco,
Questo so: che verrò vosco
.
Passan valli e passan monti,
Ville passano e poi borghi,
Il mattino, al mare sono
E scavalcan sul sabbione,
Lungo la riva.


Capitolo 28

Ora si dice, si conta e si novella:

Alcassino era smontato da cavallo, e la sua amica con lui, sì come udito avete. E teneva il suo destriero per le redine e la sua amica per la mano, e sì cominciarono a camminare lungo la riva. Alcassino vide passare una nave che portava de' mercatanti e facea vela assai presso alla riva. Ei li chiamò; e quelli se ne vennero a lui, e sì accettarono di prenderli in su la nave.
E quando furono in alto mare, levossi una tempesta grande e maravigliosa, la quale li menò di paese in paese, infino a tanto che vennero in istrana contrada, et entrarono nel porto del castello di Torelora. Or dimandarono essi che terra si fosse; e sì fu risposto loro esser la terra del re di Torelora. Dimandò egli, appresso, qual uomo si fosse detto re, e se avesse guerra niuna; e fugli risposto che sì, e grande.

Allora egli si parte da' mercatanti, li quali lo raccomandano a Dio. Monta a cavallo, avendo la sua spada al fianco e la sua amica davanti a sé; e tanto andò, che venne al castello. E sì dimandò ove il re si fosse; e fugli risposto ch'era malato di parto.
Or dov'è, dunque, sua moglie?
E fugli risposto ch'era in guerra, avendovi menato tutte le genti del paese.
Alcassino, questo avendo udito, maravigliossene forte. E va al palagio, e scavalca, e la sua amica con lui. Essa gli tiene il cavallo, e a tanto egli sale nel palagio, con la spada al fianco, e sì perviene alla camera ove il re si giaceva.


Capitolo 29

Ora si canta:

Entra in camera Alcassino,
Il cortese, e pro' e gentile.
Egli al letto s'avvicina
Dove il re stava supino,
E s'arresta un tratto quivi.
Ascoltate quel ch'ei dice:
Pazzo, di', che fai tu lì?
E il re dice: Sono incinto.
Quando giunto sarò al fine
E che ben sarò guarito,
Alla messa vo' venire,
Come fe' l'avo mio primo;
Indi in guerra vo' partire
Contro tutti i miei nimici.
Mancar non voglio
.


Capitolo 30

Ora si dice, si conta e si novella:

Quando Alcassino ebbe udito il re così parlare, prese li lenzuoli che lo copriano, e sì li trascinò a terra per la camera. Appresso, veggendo un bastone, preselo, e l'impugnò, e cominciò a menargli addosso, e per tal guisa l'ebbe battuto, che per poco non lasciava morto.
E disse il re: Bel sire, che volete da me? Siete voi fuor di senno, che in mia casa mi battete?
Al quale rispuose Alcassino: Tristo figlio di cagna! Io v'ucciderò, per lo cuor di Dio, se non mi fate promessa che nella vostra contrada niun uomo avrà più mai male di parto.
Quello gliel promette, e allora Alcassino dice: Sire, conducetemi tosto a vostra donna, alla battaglia.
Sire, volentieri! dice il re.
Monta sul suo cavallo, e Alcassino parimente; e Nicoletta resta nelle camere della reina. Tanto cavalcarono, che pervennero là ov'era la reina, e vi trovarono genti che si combatteano con pomi selvatici cotti, e uova, e formaggi freschi. Alcassino guardava, e se ne maravigliò forte.


Capitolo 31

Ora si canta:

Alcassino s'è fermato;
Sta col gomito appoggiato
Su l'arcione, e attento guarda
Il furor della battaglia.
Quelle genti avean portato
Copia grande di formaggi,
Pomi cotti in quantità,
Et ancor funghi di campo.
Quei che intorpida più l'acque,
Il migliore è proclamato.
Alcassin, baron leale,
Sì comincia a riguardare
E a rider prende.


Capitolo 32

Ora si dice, si conta e si novella:

Quando Alcassino ebbe veduta tal maraviglia, venne al re, e il dimanda:
Sire, son questi i vostri nimici?
Sì, Sire.
Or volete voi ch'io ne faccia vendetta per voi?
Sì, volentieri.
Alcassino impugna sua spada e lanciasi tra quelli, e sì comincia a fedire a dritta e a manca, per tal guisa che molti n'uccide. E quando il re vide ch'e' li uccideva, prendelo per le redine e gli dice:
Ah, bel Sire! Non gli uccidete così!
Dice Alcassino: Non volete voi, dunque, ch'io ne faccia vendetta?
Sire, assai faceste. Non è nostro costume ucciderci l'un l'altro.
I nimici si fuggono; e il re e Alcassino rientrano al castello di Torelora. E le genti del paese diceano al re di scacciare Alcassino e tener seco Nicoletta, per il figlio suo, però ch'ella ben parea donna di legnaggio. Nicoletta, udito questo, non se n'allegrò punto, e sì coninciò a dire:


Capitolo 33

Ora si canta:

Sire, re di Torelora,
Essa dice, il popol vostro
Certamente m'ha per folle.
Quando il bello amico dolce
Tra le braccia mi raccoglie,
E mi sente tonda e dolce,
Io mi trovo a tale scuola,
Che piacer di danze e suoni
Di violini arpe e viole,
O bel gioco di nimpola,
Non so più nulla!


Capitolo 34

Ora si dice, si conta e si novella:

Dimorava, dunque, Alcassino nel castello di Torelora, con grande diletto e piacere, però che seco avea Nicoletta, la sua dolce amica, che tanto amava. E, mentre ch'ei dimorava in così grande diletto e piacere, vennero dal mare Saracini, su navi, e il castello assalirono, e sì a forza l'ebbero preso. Et ogni cosa involarono, e seco menarono prigionieri e prigioniere. Anco presero essi Alcassino e Nicoletta, e, legato Alcassino per le mani e per li piedi, gittaronlo in una nave, e Nicoletta in un'altra. Appresso, si levò una tempesta, la quale li separò. E la nave nella quale era Alcassino, tanto andò errando per il mare che venne al castello di Belchero; e il popolo della contrada, essendo accorso alla marina, trovò Alcassino e tosto l'ebbe riconosciuto.
Quando le genti di Belchero videro il lor damigello, gran gioia n'ebbero; però che avea dimorato ben da tre anni nel castello di Torelora, e il suo padre e la sua madre eran morti. Lo menarono al castello di Belchero, e sì furon tutti suoi vassalli; et egli tenne sua terra in pace.


Capitolo 35

Ora si canta:

Alcassino è ritornato
A Belchero, sua città.
Il paese e la contrada
Tutta in suo dominio egli ha.
Giura al Dio di maestà
Ch'egli ha pena ben più grande
Per l'amica viso chiaro
Che per tutto il parentado,
Se distrutto fosse andato:
Dolce amica, chiaro viso,
Non so più dove cercarvi.
Non ha Dio fatto reame
Né per terra e né per mare,
Dove te non ricercassi,
Se tu ci fossi!


Capitolo 36

Ora si dice, si conta e si novella:

Lasceremo ora Alcassino, e conteremo di Nicoletta. La nave che portava Nicoletta era del re di Cartagine, il quale si era il suo padre, et ella avea dodici fratelli, tutti principi e re. Quando essi videro Nicoletta così bella, grandissima reverenza n'ebbero, e lieta festa le fecero, e molto domandarola chi essa fosse, però ch'ella parea compiutamente nobile e di grande paraggio. Né però seppe ella dire chi si fosse, essendo stata involata a tempo di sua fanciullezza. E tanto navicarono, che sotto le mura di Cartagine pervennero. E quando Nicoletta vide le mura del castello e il paese, si ricordò che colà era stata nodrita, e indi l'avean rubata piccola fanciulla tuttavia: non però così piccola che non sapesse sé essere figlia del re di Cartagine et essere stata allevata nella città.


Capitolo 37

Ora si canta:

Nicoletta prode e saggia
Su la riva s'è trovata,
Donde vede e muri e case,
E i palagi e le lor sale,
E così lassa si piagne:
Nobil sono, in mio malanno;
Principessa di Cartago
E cugina del Sultano!
Di ladroni or sono in mano.
Alcassin nobile e saggio,
Franco principe onorato,
L'amor vostro m'accompagna,
Mi distrigne e mi travaglia.
Voglia Iddio, Spirito Santo,
Che ancor v'abbia tra le braccia
E che ancor voi mi baciate
Su la bocca e su la faccia,
Principe, Sire!


Capitolo 38

Ora si dice, si conta e si novella:

Quando il re di Cartagine sentì Nicoletta in tal modo parlare le gittò le braccia al collo.
Bella amica dolce, dic'egli, ditemi chi siete, e nulla temete di me.
Et ella dice: Sire, io son figlia del re di Cartagine, e sono stata involata a tempo di mia fanciullezza, or'è quindici anni.
E quando essi l'udirono in tal modo parlare, ben conobbero ch'essa dicea vero, e lieta festa le fecero, e al palagio menaronla con grandi onori, come a figlia di re si conviene. E voleano darla sposa a uno re di Pagania, se non che ella non avea pensiero neuno di nozze.

Da tre o quattro giorni ella dimorò colà; e sempre si travagliava in pensando come potesse Alcassino ritrovare. E così potè avere una viola, e tantosto apprese a sonare di quella, e, quando il momento venne che la volean dare sposa a uno ricco re pagano, si fuggì nella notte, e al porto ne venne, e trovò albergo nella casa di una povera donna, su la riva. Appresso, prese ella un'erba, e su la testa e sul viso tanto la fregò, che ne fu tutta tinta e lorda; e cotta e mantello, farsetto e brache si fe' fare, e come giullare si vestì. Appresso, prese una viola, e, a uno marinaio venuta, da lui impetrò che in sua nave la prendesse.
Tendono vela; e tanto navicarono per l'alto mare che alla terra di Provenza ne vennero. Allora Nicoletta uscì dalla navicella, prese sua viola, e andossene sonando per lo paese, tanto che al castello di Belchero, ove dimorava Alcassino, pervenne.


Capitolo 39

Ora si canta:

A Belchér, sotto la torre,
Alcassin si stava un giorno.
A sedere egli si pone
Sui gradini, tra i baroni.
Vede l'erbe e vede i fiori,
E gli uccelli cantar ode,
E sovviengli lo suo amore,
Nicoletta dolce e prode
Ch'egli in cuor ha amato molto,
e però sospira e plora.
Nicoletta, ecco, s'accosta,
Tiene in mano arco e viola,
parla e dice a questo modo:
Ascoltatemi, baroni,
Voi di valle e voi di monte,
Piace a voi sentir canzone
D'Alcassin nobil barone
E di Nicoletta prode?
Tanto è forte il loro amore,
Ch'ei la cerca al bosco fondo.
A Torlor, presso la torre,
Dai pagani presi sono.
D'Alcassin non so la sorte;
Nicoletta dolce e prode
è a Cartagine, alla torre,
Ché suo padre l'ama molto,
Che del regno è sol signore.
Ei vorrebbe darla sposa
A un pagano, ad un fellone.
Nicoletta non lo vuole,
Ma sì un giovane signore
Che Alcassino aveva nome.
Per Dio giura e nel Suo Nome
Che non prenderà barone,
Se non sia quello il suo amore
Desiderato
.


Capitolo 40

Ora si dice, si conta e si novella:

Quando Alcassino sentì Nicoletta in tal modo parlare, n'ebbe allegrezza ben grande; e a sé la chiama e dimandala: Bello amico dolce, sapete voi nulla di quella Nicoletta della quale avete qui cantato?
Sire, io so questo: ch'essa è la più franca creatura, e la più nobile e saggia che mai sia nata. Essa è figlia del re di Cartagine, il quale la prese là ove fu preso Alcassino, e sì la menò nella città di Cartagine, e per tal guisa venne a conoscere ch'era la sua figlia, e grande allegrezza ne fece. Voglion essi darle per marito uno delli più alti re di tutta la Spagna; ma ella vorrebbe meglio esser pendula et arsa, che prenderne neuno, per possente ch'e' si fosse.
Ah, bello amico dolce! dice il conte Alcassino, se voi poteste a quella terra tornare e dirle ch'ella venisse a parlarmi, io vi darei delle mie ricchezze tanto quanto voi non ardireste dimandare o prendere. Sappiate che per l'amore, lo quale ho per lei, non ho voluto prender donna neuna, per nobile ch'ella si fosse; ma sì attendo lei e non avrò altra donna mai più. E, se saputo avessi ove trovarla, ora certo non avrei a cercarla più oltre.
Dice essa: Sire, se così fosse, io ben anderei a cercarla; per voi, e per lei che molto amo.
Ei le fa promessa, e appresso fa donarle venti livre. Ella si parte da lui, et e' piagne per il dolce ricordo di Nicoletta. E quando ella il vede piagnere sì gli dice: Sire, non vi travagliate più oltre, ché poco andrà ch'io ve l'avrò condotta in questa città, e voi la rivedrete.
E quando Alcassino udì questo, ne menò allegrazza grande.

Ella si parte da lui e vassene nella città, al palagio della viscontessa, però che il visconte, suo patrino, era morto. E là trovò albergo, e parlò alla viscontessa e le contò tutta la storia, per tal guisa che quella la riconobbe, e ben vide ch'era Nicoletta allevata da essa. Allora, fecela lavare e bagnare, e riposare da otto giorni interi. Appresso, presa un'erba la quale era detta schiarente, Nicoletta se la sfregò sul viso, per tal guisa che tornò bella come non mai. Anco si rivestì di ricchi drappi di seta, delli quali la dama possedea molta copia, e appresso, sedutasi nella camera s'una coltre di drappo di seta, chiamò la dama e dissele d'andar a cercare il suo amico Alcassino. E quella il fece. E quando fu venuta al palagio, trovò Alcassino il quale piangea, per desiderio di Nicoletta, sua amica, che tardasse tanta ora.
La donna il chiamò e dissegli: Alcassino, cessate di piagnere omai, e venite meco, ch'io mostrerovvi la cosa che voi più amate nel mondo: Nicoletta, la vostra dolce amica, la quale è venuta a cercarvi di terra lontana.
E lieto ne fu Alcassino.


Capitolo 41

Ora si canta:

Alcassino, come intende
Dell'amica sua lucente
Ch'è venuta nel paese,
Più che mai lieto si sente.
Con la dama in via s'è messo,
E al palagio arriva presto.
Alla camera s'affretta
Dove siede Nicoletta.
Quando il dolce amico vede,
Più che mai lieta si sente:
S'alza e incontro a lui si getta.
Alcassin, quando la vede,
Verso lei le braccia tende.
La riceve dolcemente,
Bacia gli occhi e il viso a lei.
Quella notte, sola resta;
Ma Alcassino, il giorno appresso,
In isposa se la prende,
La fa dama di Belchero.
Poi molt'anni stanno insieme,
Lieta vita conducendo.
Alcassino ora è contento,
E contenta è Nicoletta.
Qui il cantare a fine viene:
La storia è detta.